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L’autore di «La
libertà dei moderni» e le ragioni della sua scarsa fortuna spiegati in un
saggio di Todorov
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Constant, un liberale vero
sacrificato a quelli finti
Perché un grande
pensatore liberale come Benjamin Constant è stato spesso considerato quale
autore di secondo piano? Inizia con questo interrogativo il piccolo volume
che gli ha dedicato Tzvetan Todorov, operando la originale scelta di
trattare degli scritti politici e insieme - attraverso lettere e testi
autobiografici - della sfera più intima, dei pensieri più segreti dell'uomo
Constant (in particolare nei suoi complessi rapporti con le donne, a
cominciare dalla relazione con Madame de Staël). La «libertà dei moderni»
consisteva per Constant anzitutto nel «pacifico godimento dell'indipendenza
privata»: era dunque strettamente legata a una sfera individuale di vita che
lo Stato non ha il diritto di invadere. Ma proprio il fatto che una simile
idea, formulata al principio dell'800, appaia oggi del tutto naturale, ha
fatto dimenticare, osserva Todorov, che fu Constant a darne la prima compiuta
teorizzazione, e ha indotto dunque a sottovalutare la sua grandezza. Inoltre,
nel determinare la scarsa fortuna dei suoi scritti ha giocato la pochissima
cura che l'autore dedicò alla loro pubblicazione, tanto che molti testi
sarebbero comparsi soltanto nel ventesimo secolo. Todorov infine chiama in
causa l'occultamento operato in passato dalla storiografia marxista che ha
sbrigativamente interpretato il pensiero di Constant come espressione di un
punto di vista «borghese», come una teoria posta a difesa della proprietà
privata.
Le osservazioni di Todorov sulla scarsa fortuna di Constant si possono
applicare anche all'Italia? Nel nostro paese gli ultimi anni hanno visto una
riscoperta del pensiero di Constant, che è stata però limitata al mondo degli
studi e non ha modificato la poca considerazione generalmente riservata ai
suoi scritti e all'idea di libertà che vi è contenuta.
Ma i motivi di ciò vanno oltre quelli addotti da Todorov, e rinviano ai
caratteri stessi che assunse, tra '800 e '900, il liberalismo italiano. Constant
aveva definito la libertà anzitutto in termini di libertà dell'individuo
rispetto allo Stato (anche se quell'individuo, specificava, era inserito in
una fitta trama di relazioni con gli altri e non riduceva la sua libertà alla
mera difesa del proprio interesse). Il liberalismo italiano, invece, nei
decenni successivi alla nascita dell'Italia unita si orientò in tutt'altra
direzione, identificando la libertà con lo Stato. Per quel liberalismo - che
in effetti guardava più a Hegel che a Constant - lo Stato impersonava la
sostanza etica degli individui i quali pertanto, al di fuori di esso, erano
condannati a una vita egoistica, dominata dagli interessi particolari. Tutta
la tematica relativa alla libertà e all'indipendenza del singolo di fronte
allo Stato finiva così col perdere rilievo.
Ma la peculiarità del liberalismo italiano rispetto alla tradizione del
pensiero liberale occidentale doveva poi accentuarsi con Piero Gobetti,
soprattutto in conseguenza della grande fortuna che arrise alle sue idee nel
corso del ventesimo secolo. Con Gobetti infatti si affermava una accezione
del liberalismo davvero singolare, che esaltava la libertà soprattutto come
slancio eroico sulla scia degli scritti di un vero e proprio nemico della
democrazia liberale come Georges Sorel. Su questa base Gobetti poteva
definire «liberali» niente meno che Lenin e Trotzki, in quanto artefici della
rivoluzione dell'ottobre 1917, e guardare ai comunisti italiani con grande
simpatia. Cominciava allora quell'uso molto italiano di definire «liberale»
un po' tutto e un po' tutti (Giovanni Gentile definì «liberale» perfino il
fascismo) che è giunto fino ai giorni nostri; un'abitudine, come è evidente,
che con il liberalismo di Constant ha sempre avuto poco a che fare.
Il saggio di Tzvetan Todorov dedicato a «Benjamin Constant», è edito da
Donzelli, pagine 151, 19
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