RASSEGNA STAMPA

13 APRILE 2003
GIOVANNI BELARDELLI
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L’autore di «La libertà dei moderni» e le ragioni della sua scarsa fortuna spiegati in un saggio di Todorov

Constant, un liberale vero sacrificato a quelli finti

Perché un grande pensatore liberale come Benjamin Constant è stato spesso considerato quale autore di secondo piano? Inizia con questo interrogativo il piccolo volume che gli ha dedicato Tzvetan Todorov, operando la originale scelta di trattare degli scritti politici e insieme - attraverso lettere e testi autobiografici - della sfera più intima, dei pensieri più segreti dell'uomo Constant (in particolare nei suoi complessi rapporti con le donne, a cominciare dalla relazione con Madame de Staël). La «libertà dei moderni» consisteva per Constant anzitutto nel «pacifico godimento dell'indipendenza privata»: era dunque strettamente legata a una sfera individuale di vita che lo Stato non ha il diritto di invadere. Ma proprio il fatto che una simile idea, formulata al principio dell'800, appaia oggi del tutto naturale, ha fatto dimenticare, osserva Todorov, che fu Constant a darne la prima compiuta teorizzazione, e ha indotto dunque a sottovalutare la sua grandezza. Inoltre, nel determinare la scarsa fortuna dei suoi scritti ha giocato la pochissima cura che l'autore dedicò alla loro pubblicazione, tanto che molti testi sarebbero comparsi soltanto nel ventesimo secolo. Todorov infine chiama in causa l'occultamento operato in passato dalla storiografia marxista che ha sbrigativamente interpretato il pensiero di Constant come espressione di un punto di vista «borghese», come una teoria posta a difesa della proprietà privata.
Le osservazioni di Todorov sulla scarsa fortuna di Constant si possono applicare anche all'Italia? Nel nostro paese gli ultimi anni hanno visto una riscoperta del pensiero di Constant, che è stata però limitata al mondo degli studi e non ha modificato la poca considerazione generalmente riservata ai suoi scritti e all'idea di libertà che vi è contenuta.
Ma i motivi di ciò vanno oltre quelli addotti da Todorov, e rinviano ai caratteri stessi che assunse, tra '800 e '900, il liberalismo italiano. Constant aveva definito la libertà anzitutto in termini di libertà dell'individuo rispetto allo Stato (anche se quell'individuo, specificava, era inserito in una fitta trama di relazioni con gli altri e non riduceva la sua libertà alla mera difesa del proprio interesse). Il liberalismo italiano, invece, nei decenni successivi alla nascita dell'Italia unita si orientò in tutt'altra direzione, identificando la libertà con lo Stato. Per quel liberalismo - che in effetti guardava più a Hegel che a Constant - lo Stato impersonava la sostanza etica degli individui i quali pertanto, al di fuori di esso, erano condannati a una vita egoistica, dominata dagli interessi particolari. Tutta la tematica relativa alla libertà e all'indipendenza del singolo di fronte allo Stato finiva così col perdere rilievo.
Ma la peculiarità del liberalismo italiano rispetto alla tradizione del pensiero liberale occidentale doveva poi accentuarsi con Piero Gobetti, soprattutto in conseguenza della grande fortuna che arrise alle sue idee nel corso del ventesimo secolo. Con Gobetti infatti si affermava una accezione del liberalismo davvero singolare, che esaltava la libertà soprattutto come slancio eroico sulla scia degli scritti di un vero e proprio nemico della democrazia liberale come Georges Sorel. Su questa base Gobetti poteva definire «liberali» niente meno che Lenin e Trotzki, in quanto artefici della rivoluzione dell'ottobre 1917, e guardare ai comunisti italiani con grande simpatia. Cominciava allora quell'uso molto italiano di definire «liberale» un po' tutto e un po' tutti (Giovanni Gentile definì «liberale» perfino il fascismo) che è giunto fino ai giorni nostri; un'abitudine, come è evidente, che con il liberalismo di Constant ha sempre avuto poco a che fare.



Il saggio di Tzvetan Todorov dedicato a «Benjamin Constant», è edito da Donzelli, pagine 151, 19

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Storia della filosofia