RASSEGNA STAMPA

10 APRILE 2003
editoriale
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Giovanni Gentile razzista? Ora un libro fa chiarezza

 


Giovanni Gentile torna a far parlare di sé. Il comune toscano di Pontassieve qualche settimana fa ha deciso di dedicare una strada a Bruno Fanciullacci, l'assassino del grande filosofo italiano. Le polemiche si sono sprecate. Alcuni parlamentari di Alleanza nazionale hanno presentato numerose interrogazioni al governo, il quotidiano Il Giornale ha lanciato una critica severa verso l'amministrazione di centrosinistra del piccolo comune attraverso la penna di Giordano Bruno Guerri. E pensare che la stessa Associazione nazionale dei partigiani d'Italia (Anpi) nel suo sito ha dedicato una pagina a Bruno Fanciullacci, dove viene omessa la partecipazione del gappista all'azione che avrebbe portato all'assassinio del padre dell'attualismo. A riportare un elemento di chiarezza sulle polemiche di questi giorni ci ha pensato il libro di Rosella Faraone dal titolo Giovanni Gentile e la questione ebraica (Rubettino). In questo testo viene resa nota l'attività del filosofo italiano a favore degli studiosi ebrei fuoriusciti dalla Germania dopo il 1933 e la sua sostanziale estraneità alla politica razziale del fascismo. Il testo "considera quindi le prese di posizione sul razzismo che comparvero, durante tutto l'arco degli anni Trenta, sulle riviste filosofiche e le iniziative editoriali riconducibili alla direzione gentiliana". Il libro della Faraone prende anche atto del silenzio di Gentile sulla politica razziale del fascismo, ma descrive nei minimi particolari come questa politica fu confutata sulle pagine del Giornale critico della filosofia italiana. È proprio all'interno del periodico che si trovano le firme di studiosi tedeschi di religione ebraica perfettamente in linea con il pensiero gentiliano che ha sempre respinto la Weltanschauung razzista "circa il valore speculativo di qualsiasi argomentazione biologistica o naturalistica tesa ad introdurre discriminazione nella vita e nello spirito". L'autrice ricorda anche come durante gli anni Trenta "non compare a firma del filosofo alcun pronunciamento sulle leggi razziali".



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