RASSEGNA STAMPA

10 APRILE 2003
DANIELE GAMBARARA
[Sorprese di un viaggio all'arcipelago Aristotele
Il libro di Lo Piparo Alla fondazione Basso di Roma, domani, la discussione del testo su «Aristotele e il linguaggio», tra i più originali a memoria di anni

Qual è il rapporto tra natura e cultura? Tra fine anni `60 e inizio anni `70, le scienze umane (e in prima fila linguistica e filosofia del linguaggio) avevano una soluzione: non c'è nessun rapporto. La cultura era definita come il luogo della sola storia (a volte con tonalità storiciste), come uno spazio indipendente, anzi autonomo e remoto rispetto alla natura. La nozione primaria, marcata, era quella di cultura, e quella di natura aveva carattere correlativo e contrapposto, residuale. A reggere questa visione c'era Saussure, ma letto mettendo da parte i pochi ma importanti riferimenti alla facoltà di linguaggio e alla materialità del segnale, e di Hjelmslev la distinzione tra forma e sostanza, ma non le osservazioni importanti sulla materia. La nozione di arbitrarietà (in due versioni: arbitrarietà debole o convenzionalismo e arbitrarietà radicale) veniva definita interamente all'interno dei rapporti di significazione, come una proprietà primaria e quasi magica di spostarne i confini, e al limite di invertirne i termini. Oggi, al posto di quella soluzione sviante, abbiamo riguadagnato un vero problema, perché riconosciamo quasi tutti (in forme diverse) che vi è una connessione, e stabilirne i modi è il centro del dibattito. Il materialismo è tornato in gioco: ora deve fare i conti con la complessità dei problemi. La coppia natura-cultura è effettivamente asimmetrica: è la nozione di natura che doveva essere ed è stata rilavorata. Occorre una nozione di natura che includa la cultura: la locuzione «seconda natura» è una buona spia del problema, anche se non è ancora - ovviamente - la soluzione. E possiamo anche riconquistare un nuovo senso forte e positivo di `arbitrarietà', approfondendo Saussure e Wittgenstein. La pietra di paragone della naturalizzazione è il linguaggio (e l'esempio non è casuale, perché tutte le istituzioni culturali lo implicano). La realizzazione orale delle lingue parlate era allora considerata assolutamente accidentale: per quella visione le lingue umane sarebbero le stesse se fossero realizzate con il codice Morse, o tamburellando sul ventre, e si cercavano ragioni pratiche, funzionali, alla «scelta» della voce. Oggi invece le condizioni biologiche che orientano le lingue ad una specifica vocalità sono chiare; e le lingue dei segni dei sordi sono il terreno cruciale della precisazione (rimedio, per quanto adeguato, ad un handicap, oppure possibilità equivalente alternativa?)

Così, da più di dieci anni, discutono di natura le monografie di filosofia del linguaggio e della mente e per questo riesaminano lingue orali e lingue scritte, operazioni cognitive, eventi mentali e fatti del mondo, significati linguistici e concetti sensorio-motori, fondamenti della significazione, specificità dei segni linguistici rispetto ad altri tipi di segni, rapporto tra natura umana e linguaggio, tra l'animale politico e l'animale logico-linguistico, continuità e discontinuità della specie umana rispetto agli animali non umani, attività strumentale e attività finale, cercando di articolare un nuovo nesso.

Il libro di Franco Lo Piparo riesamina a fondo tutti questi aspetti e li riorganizza in una teoria del linguaggio che sposta i confini acquisiti delle nozioni correnti (l'esempio migliore è nel capitolo III «Una nozione non simbolica di simbolo»), alla luce anche di una discussione epistemologica su due modelli di natura e di scienza: uno lineare e unidirezionale (capitolo II «I paradossi dell'architettura lineare»), e l'altro pluridimensionale e circolare (epilogo «Un'architettura biolinguistica circolare e tridimensionale»). La nozione di natura e la nozione di scienza che così ci fa apparire sono più vicine a quelle delle scienze naturali contemporanee (della nuova fisica, in particolare), e giustificano il rilievo che acquistano nozioni matematiche e geometriche nella considerazione dei fenomeni linguistici e cognitivi.

Lo Piparo aveva iniziato il suo percorso di ricerca dalla partecipazione piena a quella prospettiva di trent'anni fa, e da una insoddisfazione crescente per quel quadro teorico, e giunge ora ad una nuova sistemazione complessiva di grande originalità e fascino. Avrebbe potuto avere Wittgenstein come interlocutore, in questo volume che ridisegna l'orizzonte della nuova naturalità linguistica, come in effetti lo ha avuto in alcuni dei saggi che hanno segnato l'evoluzione della sua ricerca, rileggendolo oltre le facili schematizzazioni. Ha invece scelto Aristotele, che è stato, insieme a Wittgenstein, il suo autore di riferimento negli ultimi anni. Ma - attenzione - l'origine della ricerca è propriamente teorica: Aristotele è stato incontrato presto, perché in quegli anni veniva presentato come il campione del convenzionalismo che costituiva il complemento necessario di quella idea parziale di natura, e anzi per quella prospettiva si parlava proprio di «aristotelismo linguistico». Il linguaggio in Aristotele era studiato su un ridotto insieme di passi: il proemio di «Sulla Interpretazione», il capitolo 20 della «Poetica», e pochi altri. Lo Piparo ha preso invece in considerazione il linguaggio come risulta da tutto il vasto e articolato complesso dell'opera di Aristotele: le opere etico-politiche, quelle biologiche, quelle fisiche. Interrogare i testi partendo da una domanda teorica, e senza compiere peccati di omissione, legando teoria e storia, porta a risultati non scontati.

Con una scelta ardita e felice di esposizione a spirale, dopo il primo capitolo («L'animale linguistico») che pone i fondamenti della ricerca, i capitoli dal II al VII partono ciascuno da uno dei problemi teorici e filologici che costellano il breve e densissimo testo del proemio di «Sulla Interpretazione» (le righe 16a 3-8), facendo convergere su questo gli altri e determinanti contesti di Aristotele, e le progressive acquisizioni teoriche, fino a darne nell'epilogo una nuova traduzione completa, e chiudere così il cerchio della teoria proposta. Ci sono infatti due modi intrecciati di leggere questo libro. I lettori interessati a una teoria della natura e del linguaggio umani troveranno una monografia matura, avvincente e personale, una voce autorevole nel dibattito attuale. I lettori interessati al pensiero (non solo linguistico) di Aristotele troveranno un libro sconvolgente, il più originale che sia stato scritto, in Italia e fuori, da moltissimi anni.




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