RASSEGNA STAMPA

6 APRILE 2003
NICLA VASSALLO
[Le basi biologiche di una teoria della conoscenza

Concetti come significato, mente, bene , bello ricondotti alla loro essenza di fenomeni «naturali»

Se nel Tractatus Wittgenstein afferma che «la filosofia non è una delle scienze naturali» e che «la psicologia non è più affine alla filosofia che una qualsiasi altra scienza naturale», in un famoso articolo («Epistemology Naturalized») Quine ribatte che «l'epistemologia, o qualcosa di simile, trova il suo posto come capitolo della psicologia e quindi della scienza naturale».  Oggi, anche grazie ai considerevoli sviluppi delle scienze cognitive, ci sono sempre meno filosofi d'accordo con Wittgenstein, e sempre più filosofi che invocano un qualche tipo di naturalizzazione della filosofia.  Sulla scia di Quine, è l'epistemologia, cioè la teoria della conoscenza, la disciplina che attrae le maggiori applicazioni naturalistiche, per restituirci un'idea di filosofia opposta, sotto diversi aspetti, rispetto a quella tradizionale.  Ne è un esempio autorevole Knowledge and its Place in Nature di Hilary Komblith, ove ci si sbarazza definitivamente dell'analisi concettuale quale metodo filosofico essenziale: la filosofia non deve indagare concetti, bensì caratteristiche del mondo, specie, fenomeni naturali.

Se rinunciamo all'analisi concettuale, come possiamo indagare (per esempio) la conoscenza?  Appellandoci all'etologia cognitiva, per mostrare sia che gli animali non umani hanno conoscenza, sia che questa conoscenza non differisce in modo significativo dalla nostra.  Al fine di spiegare il comportamento degli animali non umani, dobbiamo attribuire loro credenze vere che risultano tali non per un mero accidente, ma per il fatto di essere prodotte in modo affidabile da capacità cognitive adatte all'ambiente.  La conoscenza viene considerata alla stregua di un fenomeno ecologico che non necessita (neanche per gli esseri umani) di processi metacognitivi sofisticati, siano essi individuali come la riflessione individuale sul proprio stato epistemico - o sociali - sociali nel senso che si concretizzano nella pratica di credere e offrire ragioni giustificanti per le credenze.  A contare è solo lo standard dell'affidabilità.  Non rimane che interpretare l'epistemologia come una branca dell'etologia cognitiva, senza tuttavia rinunciare alla tradizionale dimensione valutativo-normativa della disciplina: occorre conferire un valore pragmatico ed estrinseco alla conoscenza, dato che la conoscenza rappresenta lo strumento migliore per produrre comportamenti che soddisfano i bisogni e i desideri di ogni creatura biologica.

Se si limitasse all'epistemologia, questo discorso avrebbe un rilievo circoscritto, per quanto significativo.  Le cose stanno però diversamente. Komblith si chiede infatti cos'è la filosofia, o cosa potrebbe/dovrebbe essere, nel momento in cui, oltre alla conoscenza, anche molti altri "oggetti" filosofici (si pensi, per esempio, al significato, alla mente, al bene, o al bello) vengono destituiti dal loro status primario di concetti per essere giudicati fenomeni prettamente naturali.  Come ci insegnano alcune pratiche attuali (per ora ancora minoritarie), la filosofia si trasforma da indagine a priori in indagine empirica sulle varie caratteristiche del mondo.  Si può allora affermare con Quine che la filosofia è una continuazione della scienza, precisando, però, con Sellars che, lungi dall'essere destinata a morire, essa deve guardare il mondo in un modo più comprensivo e astratto di quanto le varie scienze specifiche possano permettersi.  La filosofia, in particolare, non solo si occupa di questioni - quali ad esempio il rapporto tra normatività e descrittività - che suscitano poco interesse in ambito scientifico, ma anche di problemi multidisciplinari che non sorgono all'interno di nessuna singola scienza.  Occorre però chiedersi: la conoscenza (così come ogni altro "oggetto" filosofico che si vuole ricondurre a fenomeno naturale) è un valore selezionato dall'evoluzione ai fini della sopravvivenza e della riproduzione?  Se la risposta fosse "no", essa sarebbe in grado d'inficiare gran parte delle affascinanti tesi naturalistiche sostenute da Komblith.

 

Hilary Komblith, «Knowledge and its  Place in Nature», Clarendon Press, Oxford 2002, pagg. 190, £ 19.99.
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