![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 APRILE 2003 |
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Concetti come significato, mente, bene
, bello ricondotti alla loro essenza di fenomeni «naturali»
Se
nel Tractatus Wittgenstein afferma
che «la filosofia non è una delle scienze naturali» e che «la psicologia non è
più affine alla filosofia che una qualsiasi altra scienza naturale», in un
famoso articolo («Epistemology Naturalized») Quine ribatte che
«l'epistemologia, o qualcosa di simile, trova il suo posto come capitolo della
psicologia e quindi della scienza naturale».
Oggi, anche grazie ai considerevoli sviluppi delle scienze cognitive, ci
sono sempre meno filosofi d'accordo con Wittgenstein, e sempre più filosofi che
invocano un qualche tipo di naturalizzazione della filosofia. Sulla scia di Quine, è l'epistemologia, cioè
la teoria della conoscenza, la disciplina che attrae le maggiori applicazioni
naturalistiche, per restituirci un'idea di filosofia opposta, sotto diversi
aspetti, rispetto a quella tradizionale.
Ne è un esempio autorevole Knowledge
and its Place in Nature di Hilary Komblith, ove ci si sbarazza
definitivamente dell'analisi concettuale quale metodo filosofico essenziale: la
filosofia non deve indagare concetti, bensì caratteristiche del mondo, specie,
fenomeni naturali.
Se
rinunciamo all'analisi concettuale, come possiamo indagare (per esempio) la
conoscenza? Appellandoci all'etologia
cognitiva, per mostrare sia che gli animali non umani hanno conoscenza, sia che
questa conoscenza non differisce in modo significativo dalla nostra. Al fine di spiegare il comportamento degli
animali non umani, dobbiamo attribuire loro credenze vere che risultano tali
non per un mero accidente, ma per il fatto di essere prodotte in modo
affidabile da capacità cognitive adatte all'ambiente. La conoscenza viene considerata alla stregua di un fenomeno
ecologico che non necessita (neanche per gli esseri umani) di processi
metacognitivi sofisticati, siano essi individuali come la riflessione
individuale sul proprio stato epistemico - o sociali - sociali nel senso che si
concretizzano nella pratica di credere e offrire ragioni giustificanti per le
credenze. A contare è solo lo standard
dell'affidabilità. Non rimane che
interpretare l'epistemologia come una branca dell'etologia cognitiva, senza
tuttavia rinunciare alla tradizionale dimensione valutativo-normativa della
disciplina: occorre conferire un valore pragmatico ed estrinseco alla
conoscenza, dato che la conoscenza rappresenta lo strumento migliore per
produrre comportamenti che soddisfano i bisogni e i desideri di ogni creatura
biologica.
Se
si limitasse all'epistemologia, questo discorso avrebbe un rilievo
circoscritto, per quanto significativo.
Le cose stanno però diversamente. Komblith si chiede infatti cos'è la
filosofia, o cosa potrebbe/dovrebbe essere, nel momento in cui, oltre alla
conoscenza, anche molti altri "oggetti" filosofici (si pensi, per
esempio, al significato, alla mente, al bene, o al bello) vengono destituiti
dal loro status primario di concetti
per essere giudicati fenomeni prettamente naturali. Come ci insegnano alcune pratiche attuali (per ora ancora
minoritarie), la filosofia si trasforma da indagine a priori in indagine
empirica sulle varie caratteristiche del mondo. Si può allora affermare con Quine che la filosofia è una continuazione
della scienza, precisando, però, con Sellars che, lungi dall'essere destinata a
morire, essa deve guardare il mondo in un modo più comprensivo e astratto di
quanto le varie scienze specifiche possano permettersi. La filosofia, in particolare, non solo si
occupa di questioni - quali ad esempio il rapporto tra normatività e
descrittività - che suscitano poco interesse in ambito scientifico, ma anche di
problemi multidisciplinari che non sorgono all'interno di nessuna singola
scienza. Occorre però chiedersi: la
conoscenza (così come ogni altro "oggetto" filosofico che si vuole
ricondurre a fenomeno naturale) è un valore selezionato dall'evoluzione ai fini
della sopravvivenza e della riproduzione?
Se la risposta fosse "no", essa sarebbe in grado d'inficiare
gran parte delle affascinanti tesi naturalistiche sostenute da Komblith.
Hilary Komblith, «Knowledge and its Place in Nature», Clarendon Press, Oxford 2002, pagg. 190, £ 19.99.