[Marshall Mcluhan: «La
luce e il mezzo» Lo spirito e la materia nel “villaggio
globale”
MARSHALL MCLUHAN La luce e il mezzo Armando Editore pagine 220 - Euro 16,00
Heinrich Heine fu ebreo d'origine, cristiano luterano, per motivi di
opportunità sociale, cristiano cattolico, per rispetto della confessione di
fede della moglie. Questo dicono i critici poco benevoli nei suoi confronti.
Invero Heine, dal tempo del suo trasferimento a Parigi, si è sentito sciolto
dai vincoli di sangue, di razza e di religione. Condizione che gli ha
consentito di leggere gli accadimenti passati e presenti della sua terra in
prospettiva radical-liberale, al punto da scrivere, ad esempio, pagine
d'inaudita rilevanza speculativa intorno alla funzione storica del
cattolicesimo. Spinto al cattolicesimo non da «divina celia» o da «pie'
forcuto», come per lo più sostenuto, ma dalla visione universalistica della
chiesa di Roma, considera Lutero in errore per avere ritenuto la vendita delle
indulgenze un fatto accidentale, mentre, a suo dire, è l'espressione del tipico
compromesso dell'etica cattolica con la morale dei sensi. «Tu puoi – egli
scrive – dare ascolto alle tenere inclinazioni del tuo cuore e abbracciare una
bella fanciulla, ma devi anche ammettere che questo fu un vergognoso peccato e
farne penitenza». Che, poi, tale penitenza potesse concretarsi in danaro era tanto
utile per la Chiesa quanto benefico per l'umanità. Ne consegue: «Il commercio
delle indulgenze non era un abuso, ma la conseguenza di tutto il sistema
ecclesiastico». Che la vendita delle indulgenze fosse la conseguenza di un
processo dottrinario solidificato nel tempo lo si coglieva nel fatto, precisa
Heine, che Leone X non teneva in alcun conto Lutero, avvinto com'era dalla
«fabbrica di S. Pietro, le cui spese venivano fronteggiate dalla vendita delle
indulgenze», sicché «il peccato costituiva la fonte di denaro necessaria alla
costruzione dell'edificio, il quale così diveniva un monumento del piacere
sensuale». Ora, per Heine, Lutero non poteva mai comprendere l'operato della
Chiesa e quello di Leone X, perché incomprensibile gli appariva la costruzione
di San Pietro, trionfo dello spiritualismo, grazie all'apporto del sensualismo.
Spiritualismo e Sensualismo traducevano, per Lutero, due visioni di vita
opposte: l'una che cercava di esaltare lo spirito tendendo a distruggere la
materia; l'altra, che si sforzava di affermare i naturali diritti della materia
contro le usurpazioni dello spirito. Heine, in opposizione a Lutero, alla
tradizione illuministica francese e a certa tradizione romantica teutonica,
riteneva, invece, la Chiesa cattolica un'istituzione rivoluzionaria,
autenticamente «protestante» per il coraggio mostrato nell'avvicinare le due
visioni di vita, al punto da farle concrescere in una visione d'insieme.
Sensibili analogie con il pensiero di Heine si rintracciano nelle indagini
socio-psicologiche di Marshall McLuhan. Questi, noto per i suoi studi sui
mass-media, antesignano della nuova fede nel verbo elettronico all'insegna del
convincimento che «il mezzo è il messaggio», autore di opere sull'opportunità,
al cospetto dell'espansione delle sfide terroristiche degli anni Settanta, di
«staccare la spina», in realtà era un uomo di fede, dedito alla lettura della
Sacra Bibbia, al raccoglimento e alla preghiera. Questa dimensione intima ci
giunge grazie al volume La luce e il mezzo che accoglie brevi saggi e
interviste da lui rilasciate in tempi diversi, su temi che vanno dalla
religione alle implicazioni psicologiche e sociali dei mass-media. Il volume è
di rilevante importanza, almeno per due ragioni. La prima ci palesa il
nutrimento della sua anima: dalla lettura comparata della Sacra Bibbia in
diverse lingue agli studi di autori molto amati come San Tommaso, San
Francesco, ma anche Chesterton e Cervantes, Rabelais e Balzac, passa una
sottile linea rossa attenta a cogliere le implicazioni delle moderne tecniche
di riproduzione e amplificazioni dei messaggi con la voce dei classici
percepita come «mezzo» che apre il cuore e l'intelligenza degli uomini alla
«luce». La seconda, di più complesso spessore innovativo, rintraccia nel
cattolicesimo il terreno utile all'incontro con la tecnologia, alla nascita e
alla diffusione del «villaggio globale». Di formazione protestante in età
matura McLuhan viene avvinto dal cattolicesimo, che si presenta come una luce
rivelativa di un nuovo modo di leggere il mondo e di dare significato alla
vita. La fede nel cattolicesimo gli appare ben disposta alla «carnalità»,
intesa nell'accezione di amore per la vita e per il piacere sensuale, che
giudica come il valore di base alla giusta comprensione del mezzo elettronico. Poesia
e scienza, arte e filosofia, gioco e danza, allegria e amicizia, musica sacra e
lo stesso rito eucaristico appaiono ai suoi occhi del tutto simili alla radio e
alla televisione. Di qui lo specifico della sua versione, che consiste in una
sorta di ribaltamento della prospettiva sociologica tradizionale dell'etica
capitalistica. Mcluhan, in contrasto con le tesi weberiane, ritiene l'etica
capitalista protestante rigida, dunque, astratta, fondata su idee e concetti
piuttosto che sulle emozioni sensuali, condizionata dalle proibizioni e dai
divieti piuttosto che dalla comunione dell'amore. Alza, invece, inni di gioia
all'eterna attualità del cattolicesimo, che meglio traduce, tramite il potere
catartico della confessione, l'avvicinarsi della carne allo spirito fino al
punto di prendere coscienza dell'avvenuta fusione. Ed è la fusione di carne e
spirito il paradigma della sua scoperta più significativa: «il mezzo è il
messaggio». Nel dire, che la «fede è un tipo di percezione, un senso come la
vista, l'udito o il tatto ed è tanto reale e concreto quanto i sensi», intende
che non è dato agli uomini impossessarsi del «messaggio» se questo viene
separato dalla concretezza delle manifestazioni, a cominciare dai misteri, dai
dommi, dai riti, dalla casistica tutta cattolica di amare la realtà delle cose
insieme alla loro rappresentazione. Mcluhan non è Heine. Tuttavia, riteniamo,
che il profeta della modernità tecnologica non sia passato dal cimitero di
Montmartre per pregare sulla tomba del più grande poeta tedesco. La
celebrazione che entrambi offrono del cattolicesimo non è sorretta dalla
medesima finalità. La Chiesa cattolica, rispetto a quella protestante
portatrice del nesso colpa-peccato-dolore, appare a Mcluhan e Heine, vicina
alla percezione immediata dei sensi. Con la differenza che per il primo la
percezione corporea, quando si traduce in immagine, si dilegua alla stessa
stregua del passaggio di una sequenza di un film, da cui ricavano vantaggi in
tanti, e i vantaggi sono in rapporto alla maggiore o minore diffusione del
prodotto: di qui l'etica capitalista, che Mcluhan ha espulso dalla porta
princpale, rientra dalla finestra e si colloca nella stanza più grande e più
addobbata della casa del mondo dove si decidono le sorti dell'umanità. Per
Heine, invece, la percezione corporea lega la sensualità alla spiritualità non
in nome e per conto di una scenografia di potere, ma in nome e per conto di un
uomo che ha accettato la crocifissione per indicare agli umani la strada della
presa di coscienza dell'uguale dignità di fronte a Dio e di fronte alla
sofferenza dell'altro aperta alla carità, inaugurata da Cristo a testimoniare
della presenza di Dio nel tempo della Chiesa cattolica. Mcluhan non mostra
benevolenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, poco inclini a
comprendere sia la frontiera dei nuovi media e sia le trasformazioni
psicologiche promosse dalla televisione soprattutto nelle nuove generazioni.
Ma, abbandonare i vecchi riti a vantaggio di nuove forme di coinvolgimento dei
fedeli, non è cosa facile e, forse, nemmeno opportuna. La Chiesa è portatrice
di un profilo istituzionale, legato alla sua storicità (parrocchie e diocesi,
concili e conferenze episcopali, istituzioni papali e ordiamenti canonici,
istituti e associazioni) che si presta a ogni sorta di rappresentazione; ma la
Chiesa è portatrice di un volto «misterico, trascendente (in essa è presente il
mistero del Verbum divino, in essa irrompe l'azione sacramentaria di Cristo),
non codificabile in nessuna forma di espressione e di rappresentazione. Che la
Chiesa conceda al messaggio dei media il «linguaggio della pubblica piazza» è
accettabile, ma ben opera alla difesa dei propri steccati teologici allorquando
la pochezza umana vuol tutto ricondurre al proprio sguardo. Mcluhan in qualità
di sociologo della contemporaneità ha spesso interpretato al meglio il nostro
quotidiano. Nel ricondurre il suo «villaggio globale» al «villaggio celeste»
ha, però, poco compreso l'essenza universalistica che accompagna il valore
terapeutico dell'istituto cattolico della confessione. E la confessione non è
una rappresentazione esteriore, scenica, un'iperbole letteraria ma qualcosa di
intimo, di privata familiarità intraducibile in qualsivoglia forma, che libera
dal peso della colpa e, nello spirito dell'amore come si figura nel vangelo
giovanneo, apre alla speranza di un avvenire non più all'insegna
dell'incertezza, ma alla luce della coscienza che si dona al sopraggiunto
messaggio della «buona novella». È la coscienza della pochezza dell'uomo, e non
l'onnipotenza messaggera dei suoi mezzi, che testimonia dell'immortalità
dell'alto messaggio spirituale della chiesa di San Pietro e di San Paolo. |