RASSEGNA STAMPA

18 MARZO 2003
ARMANDO TORNO
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L’arte dell’ignoranza in mille lezioni

In una società dove si comunica troppo, l’ignoranza ha acquistato valore. Può essere considerata una difesa contro la sovrainformazione, che incide poco o nulla sul nostro spirito e si dimentica subito. O addirittura l’arte di ignorare diventa un esercizio contro qualcosa o qualcuno. Non è necessario per vivere bene, ad esempio, conoscere il nome del vincitore di un festival canoro o quello dell’ultima attricetta che squittisce in un programma cretino di prima serata, né il contenuto del libro che prima o poi pubblicherà, né i commenti che seguiranno. Sciocchezze, ha detto Aleksandr Solgenitsin, in un intervento sull’esaurimento della cultura a Mosca nel settembre 1997, roba di cui non rimarrà nemmeno la polvere. Contro l’informazione inutile si rivaluta l’analfabetismo, considerato il grande nemico del progresso, ma in realtà oggi non è scandaloso immaginarlo come l’ultima difesa tentata dalle classi più umili per difendere una cultura secolare. Si direbbe quasi una scelta inconscia più che una mancanza o altro.
Sia chiaro, sono soltanto supposizioni, che faranno digrignare i denti a coloro che non desiderano mettere in discussione i dogmi della società industriale. Ma forse qui sta il punto: oggi il vero ignorante è proprio colui che ha un’opinione fissa e non accetta di confrontarla con le altre. Anche la coerenza rischia di trasformarsi in sclerosi intellettuale se non è continuamente verificata. Del resto, già Aristotele in uno dei suoi scritti di logica, gli Elenchi sofistici , parlò dell’«ignoranza della questione», quella che nel sapere medievale fu considerata la madre di tutti i sofismi.
Di che si tratta? Si presenta quando un interlocutore non sa in modo preciso la tesi in questione, e la critica accusandola di contraddizione, invece non ha afferrato il significato dei termini. Le conseguenze in una società come la nostra sono presto dette (capitano quotidianamente nel dibattito politico): ogni affermazione può essere fraintesa. Tutto nasce da un’ignoranza logica, ma chi se ne accorge? E, anche accorgendosene, a chi interessa un problema che fu caro ai teologi medievali?
Con l’ignoranza, comunque, dobbiamo fare sempre i conti. Perché muta, si camuffa, partecipa a tutti i corsi di aggiornamento. Non è provato - un giorno però un matematico esperto di entropia lo dimostrerà - ma noi il più delle volte espelliamo (e da quel momento le ignoreremo) notizie e idee per ingurgitarne altre. Così facciamo fisiologicamente con il cibo, di cui ci restano calorie e benefici. La nostra ignoranza può essere che nasca da questo principio, a cui possiamo opporre ben poco. Ogni epoca ne ha avuta una e noi non facciamo certamente eccezione. Nell’antica Atene Socrate poteva girare per la città sostenendo di sapere di non sapere, mentre il suo discepolo Platone riusciva ad affermare nel dialogo Menone che conosciamo per reminescenza. Apprendere, in realtà, è ricordare, perché noi sappiamo tutto dall’inizio e le circostanze richiamano alla mente un fatto, una nozione. I sofisti, nemici di Socrate e di Platone, il sapere lo vendevano e se lo facevano pagare. Modernissimi, almeno sotto questo aspetto. Michel de Montaigne nella seconda metà del ’500 portava una medaglia recante la scritta: «Que sais-je?», ovvero: «Che so?»; e nei Saggi ( ed. Adelphi) notava: «La calamità dell’uomo è credere di sapere».
Stefano Velotti, professore di estetica a Roma, ha scritto una Storia filosofica dell’ignoranza . Un libro documentato e utile che ci mostra i mille aspetti della questione e il modo in cui i pensatori li hanno presentati. Karl Popper, ad esempio, immagina l’ignoranza al pari di un territorio di caccia infinito in cui lanciare congetture come frecce, e in ciò non è lontano dagli scettici greci. John Rawls nel suo saggio Teoria della giustizia (ed. Feltrinelli) propone il concetto di «velo di ignoranza», che indica una delle caratteristiche essenziali di una ipotetica «posizione originaria di uguaglianza» in cui le parti contraenti devono scegliere i principi di giustizia della propria società. Il che equivale a sostenere che essi appunto «vengono scelti sotto un velo d’ignoranza», perché soltanto la non conoscenza di ciascuno intorno alle proprie doti e al ruolo che avrà assicura che nessuno venga avvantaggiato o svantaggiato.
Nella storia di Velotti entra, tra i molti, anche il fondamentale Kant che supera il «non so che» di Leibniz e può scrivere nella Critica della facoltà di giudizio (tr. Einaudi): « Il genio consiste propriamente in quel felice rapporto, che nessuna scienza può insegnare e nessuna diligenza può far imparare, nel rinvenire idee per un concetto dato e per altro verso nell’indovinare per esse l’espressione mediante la quale la disposizione dell’animo... possa essere comunicata ad altri». Una storia infinita, insomma, che ai nostri giorni il poeta Philippe Jacottet continua a scrivere chiamando «ignoto» qualcosa che non ha un nome convenzionale, ma si avverte nel vuoto che si crea tra la poesia e le sue immagini o in quello che c’è tra il soffio della vita e della parola e l’opacità del dolore.
Nicola Cusano nel ’400 usò l’espressione «docta ignorantia» per vivificare la teologia che eliminava idee per meglio conoscere Dio. Le sue stesse parole si trovano già in Agostino, nelle Sentenze di Pietro Lombardo e nel Breviloquium di Bonaventura da Bagnoregio. Ma ad esse ricorre anche ognuno di noi, quando tace e guarda in alto, convinto che la presa d’atto della propria ignoranza offra qualcosa in più di tante certezze.

Il libro di Stefano Velotti, «Storia filosofica dell’ignoranza», editore Laterza, pagine 240, 18

 

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