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L’arte dell’ignoranza in mille
lezioni
In una società dove si
comunica troppo, l’ignoranza ha acquistato valore. Può essere considerata una
difesa contro la sovrainformazione, che incide poco o nulla sul nostro
spirito e si dimentica subito. O addirittura l’arte di ignorare diventa un
esercizio contro qualcosa o qualcuno. Non è necessario per vivere bene, ad
esempio, conoscere il nome del vincitore di un festival canoro o quello
dell’ultima attricetta che squittisce in un programma cretino di prima
serata, né il contenuto del libro che prima o poi pubblicherà, né i commenti
che seguiranno. Sciocchezze, ha detto Aleksandr Solgenitsin, in un intervento
sull’esaurimento della cultura a Mosca nel settembre 1997, roba di cui non
rimarrà nemmeno la polvere. Contro l’informazione inutile si rivaluta
l’analfabetismo, considerato il grande nemico del progresso, ma in realtà
oggi non è scandaloso immaginarlo come l’ultima difesa tentata dalle classi
più umili per difendere una cultura secolare. Si direbbe quasi una scelta
inconscia più che una mancanza o altro.
Sia chiaro, sono soltanto supposizioni, che faranno digrignare i denti a
coloro che non desiderano mettere in discussione i dogmi della società
industriale. Ma forse qui sta il punto: oggi il vero ignorante è proprio
colui che ha un’opinione fissa e non accetta di confrontarla con le altre.
Anche la coerenza rischia di trasformarsi in sclerosi intellettuale se non è
continuamente verificata. Del resto, già Aristotele in uno dei suoi scritti
di logica, gli Elenchi sofistici , parlò dell’«ignoranza della
questione», quella che nel sapere medievale fu considerata la madre di tutti
i sofismi.
Di che si tratta? Si presenta quando un interlocutore non sa in modo preciso
la tesi in questione, e la critica accusandola di contraddizione, invece non
ha afferrato il significato dei termini. Le conseguenze in una società come
la nostra sono presto dette (capitano quotidianamente nel dibattito
politico): ogni affermazione può essere fraintesa. Tutto nasce da
un’ignoranza logica, ma chi se ne accorge? E, anche accorgendosene, a chi
interessa un problema che fu caro ai teologi medievali?
Con l’ignoranza, comunque, dobbiamo fare sempre i conti. Perché muta, si
camuffa, partecipa a tutti i corsi di aggiornamento. Non è provato - un
giorno però un matematico esperto di entropia lo dimostrerà - ma noi il più
delle volte espelliamo (e da quel momento le ignoreremo) notizie e idee per
ingurgitarne altre. Così facciamo fisiologicamente con il cibo, di cui ci
restano calorie e benefici. La nostra ignoranza può essere che nasca da
questo principio, a cui possiamo opporre ben poco. Ogni epoca ne ha avuta una
e noi non facciamo certamente eccezione. Nell’antica Atene Socrate poteva
girare per la città sostenendo di sapere di non sapere, mentre il suo
discepolo Platone riusciva ad affermare nel dialogo Menone che
conosciamo per reminescenza. Apprendere, in realtà, è ricordare, perché noi
sappiamo tutto dall’inizio e le circostanze richiamano alla mente un fatto,
una nozione. I sofisti, nemici di Socrate e di Platone, il sapere lo
vendevano e se lo facevano pagare. Modernissimi, almeno sotto questo aspetto.
Michel de Montaigne nella seconda metà del ’500 portava una medaglia recante
la scritta: «Que sais-je?», ovvero: «Che so?»; e nei Saggi ( ed.
Adelphi) notava: «La calamità dell’uomo è credere di sapere».
Stefano Velotti, professore di estetica a Roma, ha scritto una Storia
filosofica dell’ignoranza . Un libro documentato e utile che ci mostra i
mille aspetti della questione e il modo in cui i pensatori li hanno
presentati. Karl Popper, ad esempio, immagina l’ignoranza al pari di un
territorio di caccia infinito in cui lanciare congetture come frecce, e in
ciò non è lontano dagli scettici greci. John Rawls nel suo saggio Teoria
della giustizia (ed. Feltrinelli) propone il concetto di «velo di
ignoranza», che indica una delle caratteristiche essenziali di una ipotetica
«posizione originaria di uguaglianza» in cui le parti contraenti devono
scegliere i principi di giustizia della propria società. Il che equivale a
sostenere che essi appunto «vengono scelti sotto un velo d’ignoranza», perché
soltanto la non conoscenza di ciascuno intorno alle proprie doti e al ruolo
che avrà assicura che nessuno venga avvantaggiato o svantaggiato.
Nella storia di Velotti entra, tra i molti, anche il fondamentale Kant che
supera il «non so che» di Leibniz e può scrivere nella Critica della facoltà
di giudizio (tr. Einaudi): « Il genio consiste propriamente in quel felice
rapporto, che nessuna scienza può insegnare e nessuna diligenza può far
imparare, nel rinvenire idee per un concetto dato e per altro verso
nell’indovinare per esse l’espressione mediante la quale la disposizione
dell’animo... possa essere comunicata ad altri». Una storia infinita,
insomma, che ai nostri giorni il poeta Philippe Jacottet continua a scrivere
chiamando «ignoto» qualcosa che non ha un nome convenzionale, ma si avverte
nel vuoto che si crea tra la poesia e le sue immagini o in quello che c’è tra
il soffio della vita e della parola e l’opacità del dolore.
Nicola Cusano nel ’400 usò l’espressione «docta ignorantia» per vivificare la
teologia che eliminava idee per meglio conoscere Dio. Le sue stesse parole si
trovano già in Agostino, nelle Sentenze di Pietro Lombardo e nel Breviloquium
di Bonaventura da Bagnoregio. Ma ad esse ricorre anche ognuno di noi,
quando tace e guarda in alto, convinto che la presa d’atto della propria
ignoranza offra qualcosa in più di tante certezze.
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