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SCIENTIA est potentia, diceva Francesco Bacone
partecipando, nel Seicento alla fondazione della nuova scienza dei tempi
moderni. Una scienza diversa da quella degli antichi. Chi la possiede ha
potere, chi la usa cresce in potere.
Ma qual è il rapporto delle nostre società con la
scienza? Le riconosciamo questo "potere", oppure crediamo ancora
che serva solo a "svelare" il mondo, a "cercare" la
verità delle cose? E oggi è davvero libera la scienza - o non è forse piegata
in larga misura a logiche di profitto per pochi, piuttosto che a logiche
disinteressate di bene collettivo? Ci può essere ricerca libera e libera
scienza se cresce il connubio tra scienza e impresa? La scienza
moderna si propone infatti come obiettivo non tanto la "conoscenza"
ma il "fare", l'utilità (l'utilitarismo) dell'applicazione
scientifica. Sostituendosi a Dio, ma anche assecondandone (come scritto in Genesi)
il progetto di dominazione sulla natura. Come Bacone - e l'utopia di un mondo
in costante progresso, dominato dalla scienza e dalla conquista tecnologica
del mondo naturale. Senza limiti la scienza, senza etica, perché la scienza
oggi spesso (sempre più?) sembra ripudiare l'etica e la responsabilità, viste
non come valori ma solo come violazioni della propria libertà.
La scienza, certo. E la tecnica? Cosa le unisce e
cosa le divide? Due libri, apparentemente lontani tra loro, portano a
riflettere su queste due realtà - scienza e tecnica appunto - in cui siamo
immersi quotidianamente ma sulle quali sempre meno riflettiamo.
Di Pierre Bourdieu - filosofo di formazione e sociologo
d'elezione, uno dei maggiori e più influenti intellettuali francesi
contemporanei, morto circa un anno fa - Il mestiere di scienziato è
l'ultima opera pubblicata in vita dall'autore e raccoglie i materiali
dell'ultimo corso tenuto da Bourdieu al Collège de France. Un libro di
sociologia della scienza, un confronto con i vari indirizzi che in materia si
sono dispiegati negli ultimi decenni. Una scienza - secondo Bourdieu - che
aveva conquistato una autonomia forte «nei confronti del potere religioso,
politico, economico e, in parte almeno, nei confronti delle burocrazie dello
Stato», ma che oggi vede questa autonomia molto indebolita, ormai sottomessa
«agli interessi economici e alle seduzioni mediatiche» della società
contemporanea. Scienza o piuttosto tecnica? Dove risiede oggi l'essenza (la
potenza) del potere? Sono ancora le ideologie, le fedi, o che altro a
definire regole e obiettivi delle nostre società? O non è piuttosto la
tecnica a pre-dominare su tutto e su tutti, organizzando le società secondo
la sua inesauribile e incontenibile "volontà di potenza"? Una
volontà che però fatichiamo a comprendere e a riconoscere, educati come siamo
a rimuoverla? Scienza, economia, religione, politica, servendosi della
tecnica come di un "mezzo", non si accorgono che essa è diventata
ormai un "fine", il "fine" di se stessa e di tutto ciò
che crede di usarla come un semplice "mezzo". Tutto
"funziona" in nome della tecnica e grazie alla tecnica. Scienza,
economia (tecnica come innovazione), religione (tecniche mediatiche),
politica (marketing e ideologia): usano la tecnica (credono, si illudono di
usare la tecnica) per fini di potere, ma in realtà ne accrescono
costantemente il potere (ne sono usati), perché non sono loro che definiscono
obiettivi e strategie ma è la tecnica, ormai autoreferenziale, a dire
strategie e a dettare modelli di comportamento. La scienza era potenza, oggi
lo è soprattutto la tecnica (di cui la scienza è divenuta la
"guida" e la premessa), autentico pre-potere che usa e sub-ordina a
sé ogni altro potere. Ecco allora un'altra magistrale lezione di Emanuele
Severino - tra i massimi filosofi italiani, docente di Filosofia teoretica
a Venezia - in Tecnica e architettura, opera in cui (per volere e
intelligenza soprattutto dell'Istituto nazionale di Architettura -
SezioneTrentino), si prova a pensare l'architettura (ma non solo, l'opera è vivamente
consigliata a tutti coloro che vogliono capire come è cambiato il mondo)
nell'età del trionfo unilaterale della tecnica, ricorrendo appunto all'aiuto
della filosofia - di un filosofo come Severino, autore di opere fondamentali
sul problema della tecnica. Progetto encomiabile e coraggioso. Perché appunto
la tecnica non è più un "mezzo" per fare - come erroneamente crede
anche l'architettura - ma un "fine" uno "scopo". Per cui,
ad esempio, scrive Severino, non è più «la volontà capitalistica di incrementare
il profitto a servirsi della tecnica, ma è la tecnica a servirsi di questa
volontà per incrementare all'infinito la propria potenza». E' l'uomo, quindi,
a farsi mezzo «con cui è fatta la volontà della tecnica». Un rovesciamento
tra mezzi e fini che contagia e corrompe ogni cosa, facendo trionfare il
nichilismo di noi Occidente, rendendoci insensibili, ciechi di fronte alla
logica di questa "volontà di potenza". Come uscirne? Come
riconoscere allora e combattere questa "volontà di potenza" della
tecnica che ci svuota di ogni "senso"?
Pierre Bourdieu
Il mestiere di scienziato
Feltrinelli, pp. 147,e 20 Emanuele Severino Tecnica
e architettura
Cortina, pp. 125, e 8,50 SAGGI
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