|
IN un'opera di grande rigore e chiarezza espositiva Fornero
e Tassinari si sono assunti l'immenso onere di esporre i lineamenti del
pensiero novecentesco. E l'inizio è in qualche modo una sorpresa. Può stupire
infatti che una storia della filosofia del Novecento incominci con Friedrich
Nietzsche, sia pure inteso come una sorta di vestibolo e di spartiacque a
cavallo dei secoli. Ma si tratta in realtà di un passo del tutto
giustificato: la destinazione e l'efficacia del pensiero di Nietzsche
appartengono quasi per intero al Novecento, secolo che egli ebbe appena il
tempo di scorgere dalle tenebre della follia. Ma non si tratta solo di
questo: l'andamento del pensiero di Nietzsche infatti consente fra l'altro di
trovare per così dire un ancoraggio nel grande caos del secolo appena
passato. Esso induce infatti ad accordarsi - non senza che ciò possa
sollevare perplessità e obiezioni comunque feconde - circa la cifra comune
del pensiero novecentesco, che potrebbe racchiudersi (anche se i due autori
non lo dicono esplicitamente) nell'ermeneutica. Che cosa fa infatti il
superuomo nietzschiano, se non vivere in modo ermeneutico, sostituendo al
vincolo dell'oggettività (venuta meno dopo il nichilismo) la vertigine
dell'interpretazione? Incominciare con Nietzsche significa dunque anche
scegliere una chiave di lettura del Novecento che rechi al proprio centro il
segno dell'interpretazione, senza con ciò nulla togliere all'autonomia delle
singole prospettive che in questo secolo vengono successivamente a proporsi. A
questo proposito, non è difficile intendere che affiora nel lavoro di Fornero
e Tassinari il debito nei confronti di un modello interpretativo derivato
dalla Storia della filosofia di Nicola Abbagnano, secondo il quale ogni
autore detiene, nel quadro dello sviluppo del pensiero, una propria peculiare
autonomia. Si tratta tuttavia di un modello che, nonostante il suo vasto e anche
giustificato successo, suscita ora alcune perplessità: da questo punto di
vista infatti non sembra risultare chiaramente se la storia della filosofia
sia una storia liberale (e in questo senso una storia libera, in cui ogni
individuo può esprimere al meglio il proprio sé pensante), oppure una storia
dell'arbitrarietà, una vicenda nella quale ognuno dice ciò che vuole, in
ultima analisi insomma una vicenda umana ed espressiva che - non si capisce
bene come - ha tuttavia a che fare con un'altra vicenda: quella della verità.
E' questo il motivo, ritengo, per cui i due autori di Le filosofie del
Novecento sono intervenuti assai opportunamente su questo schema
storiografico. A ragione, cioè, questo libro accantona lo schema rigidamente
monografico nell'illustrare lo sviluppo del pensiero, optando per un quadro
più complesso e ampiamente condivisibile, dove al semplice succedersi delle
singole figure si sostituisce quello delle correnti filosofiche. Tale scelta
si rivela da ultimo felice, poiché rende possibile compendiare, per così
dire, necessità e libertà. Giacché, ovviamente, se gli individui si
suppongono liberi, non si può invece dire la stessa cosa dei pensieri, i
quali non saranno obbligati, ma certamente condizionati dalla rete
concettuale comune che è sottintesa al loro sviluppo e al loro assetto. E'
proprio dunque questo approccio, innanzitutto tematico e solo secondariamente
monografico, a salvaguardare il rigore del pensiero filosofico senza
pregiudicare l'autonomia delle diverse prospettive. Per riprendere una
metafora del grande studioso tedesco Dieter Henrich, nel consultare questo
ricchissimo volume viene allora in mente l'idea che sia necessario guardare
alla storia del pensiero, più che come a uno sviluppo continuo secondo un
modello diacronico, come a una costellazione derivante dall'esplosione d'una
supernova. E proprio come una costellazione che si espande intorno ad alcuni
punti di riferimento centrali è costruito infatti il libro. Alcune filosofie
vi fanno, per così dire, da elementi strutturali. Oltre a Nietzsche,
Heidegger (cui sono dedicati addirittura due diversi capitoli), costituisce
per esempio un autore di significato assolutamente centrale. Ma un notevole
peso storico viene attribuito anche al marxismo. Decisamente meritevole è poi
il fatto che un ampio spazio venga attribuito al pensiero teologico, sia di
area protestante sia di area cattolica - scelta lodevole, in particolare
nell'ambito di una cultura come la nostra che ha per lo più teso a fare della
riflessione teologica quasi un «affare privato» dei credenti, e non un
patrimonio semantico e metaforico che appartiene alla cultura in generale
indipendentemente dalle scelte religiose dei singoli. Con ciò, si può
aggiungere che anche il testo di Fornero e Tassinari, che sembrerebbe volersi
tenere equidistante nei confronti delle scelte militanti prese in
considerazione, in realtà e inevitabilmente è partecipe del travaglio
concettuale che espone e illustra. Infatti per quanto il panorama offerto sia
esaustivo e per quanto ampia sia la considerazione fornita per esempio alle
scienze sociali e all'epistemologia, risulta piuttosto evidente almeno una (a
mio avviso legittima) propensione per la tradizione continentale rispetto a
quella analitica anglosassone. Nella grande diatriba tra analitici e
continentali che ha agitato il secolo XX, questo libro sembra cioè prendere
infine posizione per il secondo dei due partiti, inducendoci a pensare che il
primo tende a confluire nuovamente nel main stream della tradizione
maggiore dopo essersene distaccato a partire dall'insegnamento di Ludwig
Wittgenstein. Ciò però non fa che confermare un assunto che testimonia della
vitalità della tradizione filosofica: i concetti della metafisica possono
essere ancora messi utilmente a frutto anche nel confronto con contesti
rinnovati. Lo attesta da ultimo anche il ricco capitolo dedicato a «Etica e
bioetica», laddove s'affaccia energicamente, per esempio, il
venerando rigore del pensiero aristotelico.
Giovanni
Fornero, Salvatore Tassinari
Le filosofie del Novecento
Bruno Mondatori, pp.1588, e 50
|