RASSEGNA STAMPA

12 MARZO 2003
MARCELLA TASSINARI FRANCHI
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Domani un convegno in Cattolica
SIMONE WEIL L’UMILTA’ DEL PENSIERO

 

 

 

  


Domani, venerdì 14 marzo, alle 17,30 nell’aula magna dell’Università Cattolica in via Trieste 17 si tiene il convegno «Simone Weil. Abissi e vette», a cura del Coordinamento delle aggregazioni femminili laicali della Diocesi di Brescia. Sulla figura della pensatrice, dopo i saluti di Sara Squassina e l’introduzione di Agape Quilleri, interverranno Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese, dell’Università di Chieti.


Marcella Tassinari Franchi


 

La complessa personalità di Simone Weil, quasi impossibile da riferire senza correre il rischio di sacrificarla, dai numerosi scritti ci si rivela multiforme e gigantesca, sia per profondità e vastità culturale, sia per passione ed impeto. La sua eccezionalità scaturisce da due carismi complementari fra di loro e che ella possedeva in misura straordinaria: intelligenza e amore. L’uomo, la sua esistenza sia nel bene sia nella sofferenza, sono l’interesse fondamentale nel quale la scrittrice si muove e cui dedicherà con passione la sua attività di pensiero e di azione. Dai suoi Quaderni, (quattro volumi ed. Biblioteca Adelphi) emerge di continuo l’inesausta volontà di ricerca e di interpretazione dei valori quali il raggiungimento del bene, la resistenza al male, la sete di libertà, di verità, di Dio. Vivere per Simone Weil significa lottare per arrivare alla consapevolezza e quindi alla capacità di esprimere e comunicare. La sua breve esistenza, consumatasi senza risparmio intellettuale, psichico e fisico esprime, più ancora delle sue eloquenti osservazioni, quanto fosse grande il disagio spirituale di fronte ad una umanità che sembrava conformarsi in misura crescente all’idolatria di razza. Si vivevano in quegli anni la preparazione e lo sviluppo di una guerra mondiale che avrebbe causato lo sterminio di milioni d’innocenti. Guerra paventata con angosciosa sofferenza e della quale ella non vide la fine, ma di cui assunse il destino con animo religioso dividendo con gli altri ogni tipo di privazione. Essa scrive: «Il legame tra umiltà e filosofia autentica era noto nell’antichità. Tra i filosofi socratici, cinici, stoici l’essere ingiuriati, colpiti e anche schiaffeggiati sopportando tutto ciò senza la minima reazione di dignità istintiva era considerato parte del dovere professionale. Poiché l’apostolato è una professione vicina o identica al filosofo, il precetto di Cristo ai discepoli «porgete l’altra guancia» deve essere considerato allo stesso modo,...» (Quaderni, vol. IV, pag. 289). La Weil sembra voler porre le verità pensate, o acquisite per conoscenza, di fronte alla drammaticità dell’esperienza esistenziale; vale a dire pone l’uomo nella sua aspirazione verso l’amore a confronto con le realtà storiche di male, di sofferenza e d’ingiustizia che è costretto a subìre. L’abisso fra ciò che vorrebbe essere il bene e l’inalienabile presenza del male è la vera e radicale lotta che l’uomo si trova a dover affrontare. La lacerazione provocata dai due contrapposti elementi, la razionalità del pensiero greco, viva nel pensiero moderno, e la volontà di pace, nella quale sono inscritti i valori di giustizia, di verità e di amore, rimanevano irrisolti. Simone intuì che la forza del pensiero, per essere tale, non doveva essere considerata nel suo isolamento, ma doveva immergersi, sciogliersi nell’altro elemento di forza, l’amore, per riuscire ad interpretare l’uomo nella sua completezza di pensiero e di passione. Cristo le offriva una soluzione, come esprime nelle ultime lettere ai famigliari e agli amici; emerge, dal doloroso contrasto, un atteggiamento nuovo, non dimissionario, ma più comprensivo, quasi volesse affermare che il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce, e riconoscere l’insufficienza della razionalità di fronte al mistero. Padre Perrin, al quale per anni si rivolse come ad un sicuro riferimento della religione cattolica e al quale più volte chiese di poter ricevere il Battesimo, ancora nell’ultimo incontro, prima che Simone partisse per l’America con i genitori, ritenne opportuno rinviare l’avvenimento; forse lo preoccupava più la libertà di pensiero di Simone, di quanto non fosse convinto della sua appassionata volontà di adesione alla Chiesa. Sicuramente non era consapevole del rigore morale con il quale ella imponeva a se stessa ogni sorta di privazione, sia fisica sia spirituale, per sentirsi coinvolta in quell’olocausto cui si era sottratta allontanandosi dalla Francia per salvare i propri cari, ma dove sperava e credeva di riuscire a rientrare. La docilità delle sue ultime osservazioni di fronte al diniego del Battesimo esprime la Simone ultima, colei che si abbandona al volere di Dio e si fa interprete del suo pensiero dicendo a se stessa, si vede che Dio mi vuole così, credente ed esterna ancora, ancora in attesa. Simone Weil rientrò in Europa, e precisamente a Londra, nell’agosto 1943, ormai irreparabilmente malata e tuttavia ancora partecipe, attraverso gli amici, dei dolorosi avvenimenti che avevano coinvolto il mondo. La sera del 24 agosto Simone si spegneva. Troppo presto per riuscire a trasmettere in modo compiuto quei doni preziosi che la sua riflessione aveva raccolto e la sua sensibilità aveva drammaticamente vissuto.

 

 

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