RASSEGNA STAMPA

10 MARZO 2003
PAOLA ALTICHIERI DONELLA
[Adriana Cavarero parla del suo nuovo libro, «A più voci»

Una storia della voce, corporea e relazionale

Volete immergervi in un testo polifonico, evocativo e seducente, che mischia filosofia, semiologia, arti visive, leggende e fiabe, miti e letteratura, pensiero greco e le più avanzate teorie filosofiche? Avete ora a disposizione l'ultimo libro di Adriana Cavarero, A più voci - Filosofia dell’espressione vocale , per i tipi di Feltrinelli. Si tratta di un magnifico esempio di scrittura che, con un ritmo cantante e un linguaggio estrememente sofisticato, indaga su un tema di grande suggestione: la voce. Lì incontriamo, oltre ai filosofi, una fantasmagoria di personaggi tra i quali Borges, Calvino, Proust, Kristeva, Cixous, Karen Blixen, ma anche le protagoniste di Pretty Woman e di Lezioni di Piano, nonchè cantanti liriche e fantasie magrittiane. Ne parliamo con l'autrice, che insegna filosofia politica all'Università di Verona ed è Visiting Professor alla New York University. Figura di spicco del pensiero femminista e autorevole esponente degli studi arendtiani, Adriana Cavarero è ben nota per i suoi precedenti libri "Nonostante Platone" (Editori Riuniti) e da Feltrinelli "Corpo in figure", "Tu che mi guardi, tu che mi racconti".
- Perchè proprio questo tema?
«Il tema della voce mi è parso interessante perchè si lega a quello della parola. La parola, come dice anche Aristotele, ha due aspetti: quello vocale e quello del significato. Quando ti parlo, ti comunico non solo dei contenuti, dei significati, ma anche e soprattutto la mia voce. Nella storia dell'Occidente, la voce e il significato sono legati, rispettivamente, alla figura femminile e a quella maschile. Per esempio, la sirena e il filosofo. Per dirla con una battuta, la donna canta, l'uomo pensa. La donna seduce con la voce. L'uomo, il filosofo, domina con la razionalità del discorso. A partire da qui, ho voluto scrivere una specie di storia della voce come contro-storia della razionalità filosofica».
- E' così che questo libro si inserisce nel pensiero della differenza?
«In un certo senso, sì, perchè tematizza la contrapposizione, anche stereotipica, fra il maschile e il femminile. Ma, soprattutto, perchè insiste sulla corporeità e sulla relazionalità della voce, temi molto cari alla riflessione delle donne. La voce, infatti, è corporea, viene dalla gola e dai polmoni, dal corpo profondo. Inoltre, è relazionale: nel senso che ogni voce è per l'orecchio: mette in relazione l'emissione sonora di qualcuno con l'ascolto di qualcun altro».
- A questo proposito, uno dei capitoli più affascinanti del libro è quello che riguarda la lingualatte.
«Ho voluto sottolineare che la lingua materna è soprattutto un tessuto di suoni, ritmici e musicali, che legano la madre e l'infante. La madre e il bimbo comunicano, ma non attraverso la catena dei significati, bensì attraverso vocalizzazioni che legano l'una all'altro mediante la risonanza, l'eco. E' una vocalità primaria e necessaria, dolce, come il latte. L'apprendimento della lingua, da parte del bambino, si instaura su questa materia ritmica e musicale, che precede ed eccede, ma anche sostiene, la comunicazione dei significati e il sistema della lingua».
- Pagine bellissime sono quelle sul mito di Eco e Narciso, ma un capitolo particolarmente originale è quello intitolato "L'uragano non urla in pentametri", dedicato al poeta caraibico contemporaneo Camau Brathwaite.
«Ho sentito, dal vivo, Camau recitare le sue poesie a New York. E' stata un'esperienza entusiasmante. La sua lingua è l'inglese, ma egli la piega ai ritmi caraibici, d'ispirazione africana, cadenzati dal calypso. La vocalità, quindi, comanda sulla parola e la costringe a significare un senso - in questo caso, la memoria degli schiavi e il frastuono degli uragani - che va al di là dei codici della normale significazione linguistica. La musicalità e il ritmo sono un elemento essenziale per tutti i poeti, ma, nel caso di una lingua dei colonizzatori parlata dai colonizzati, la vocalità assume un particolare valore rivoluzionario. Il potenziale energetico di Camau rompe l'ordine della lingua di Shakespeare e la trasforma in un altro tipo di canto».
- Passiamo al canto vero e proprio, quello dell'opera lirica, un tema fondamentale trattato in "A più voci".
«Ho letto la figura della cantante lirica come una rievocazione delle mitiche sirene. Si tratta di un canto femminile, potente, irresistibile e pericoloso. Il melodramma ha al suo centro la diva, la divina. Ma ha anche al suo centro la voce, ossia una vocalità che vince sulle parole. Noi amiamo l'opera per il canto, non per il libretto. In questo senso, l'opera inscena una vittoria del femmnile (voce) sul maschile (significato). Ecco così una contraddizione: perchè nel melodramma c'è sempre una donna che muore. L'opera fa cantare la donna e la uccide mentre canta».
- Il libro si conclude con un’appendice su Derrida. Perchè il celebre filosofo francese entra in scena solo alla fine?
«Il libro è anche un rovesciamento della tesi di Derrida sul rapporto fra voce e metafisica. Data la difficoltà tecnica dell' argomento, ho deciso di trattarlo appunto in appendice: dove contesto la sua tesi attraverso una lettura del Giulietta e Romeo e, in particolare, della scena del balcone. Si tratta anche di una specie di omaggio alla mia bella città, Verona».
Certamente la parte su Derrida è interessante, ma non si può fare a meno di notare che Adriana Cavarero non è solo una filosofa ma anche un'amante del canto, una voce che sa incantare e che gode della sua musicalità. Verona, città musicale, non fa certo fatica a trovare nella Cavarero la sua pensatrice prediletta.
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