![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 MARZO 2003 |
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Una
storia della voce, corporea e relazionale
Volete immergervi in un testo
polifonico, evocativo e seducente, che mischia filosofia, semiologia, arti
visive, leggende e fiabe, miti e letteratura, pensiero greco e le più avanzate
teorie filosofiche? Avete ora a disposizione l'ultimo libro di Adriana Cavarero,
- Perchè proprio questo tema?
«Il tema della voce mi è parso interessante perchè si lega a quello della
parola. La parola, come dice anche Aristotele, ha due aspetti: quello vocale e
quello del significato. Quando ti parlo, ti comunico non solo dei contenuti,
dei significati, ma anche e soprattutto la mia voce. Nella storia
dell'Occidente, la voce e il significato sono legati, rispettivamente, alla
figura femminile e a quella maschile. Per esempio, la sirena e il filosofo. Per
dirla con una battuta, la donna canta, l'uomo pensa. La donna seduce con la
voce. L'uomo, il filosofo, domina con la razionalità del discorso. A partire da
qui, ho voluto scrivere una specie di storia della voce come contro-storia
della razionalità filosofica».
- E' così che questo libro si inserisce nel pensiero della differenza?
«In un certo senso, sì, perchè tematizza la contrapposizione, anche
stereotipica, fra il maschile e il femminile. Ma, soprattutto, perchè insiste
sulla corporeità e sulla relazionalità della voce, temi molto cari alla
riflessione delle donne. La voce, infatti, è corporea, viene dalla gola e dai
polmoni, dal corpo profondo. Inoltre, è relazionale: nel senso che ogni voce è
per l'orecchio: mette in relazione l'emissione sonora di qualcuno con l'ascolto
di qualcun altro».
- A questo proposito, uno dei capitoli più affascinanti del libro è quello che
riguarda la lingualatte.
«Ho voluto sottolineare che la lingua materna è soprattutto un tessuto di
suoni, ritmici e musicali, che legano la madre e l'infante. La madre e il bimbo
comunicano, ma non attraverso la catena dei significati, bensì attraverso
vocalizzazioni che legano l'una all'altro mediante la risonanza, l'eco. E' una
vocalità primaria e necessaria, dolce, come il latte. L'apprendimento della lingua,
da parte del bambino, si instaura su questa materia ritmica e musicale, che
precede ed eccede, ma anche sostiene, la comunicazione dei significati e il
sistema della lingua».
- Pagine bellissime sono quelle sul mito di Eco e Narciso, ma un capitolo
particolarmente originale è quello intitolato "L'uragano non urla in
pentametri", dedicato al poeta caraibico contemporaneo Camau Brathwaite.
«Ho sentito, dal vivo, Camau recitare le sue poesie a New York. E' stata
un'esperienza entusiasmante. La sua lingua è l'inglese, ma egli la piega ai
ritmi caraibici, d'ispirazione africana, cadenzati dal calypso. La vocalità,
quindi, comanda sulla parola e la costringe a significare un senso - in questo
caso, la memoria degli schiavi e il frastuono degli uragani - che va al di là
dei codici della normale significazione linguistica. La musicalità e il ritmo
sono un elemento essenziale per tutti i poeti, ma, nel caso di una lingua dei
colonizzatori parlata dai colonizzati, la vocalità assume un particolare valore
rivoluzionario. Il potenziale energetico di Camau rompe l'ordine della lingua
di Shakespeare e la trasforma in un altro tipo di canto».
- Passiamo al canto vero e proprio, quello dell'opera lirica, un tema
fondamentale trattato in "A più voci".
«Ho letto la figura della cantante lirica come una rievocazione delle mitiche
sirene. Si tratta di un canto femminile, potente, irresistibile e pericoloso. Il
melodramma ha al suo centro la diva, la divina. Ma ha anche al suo centro la
voce, ossia una vocalità che vince sulle parole. Noi amiamo l'opera per il
canto, non per il libretto. In questo senso, l'opera inscena una vittoria del
femmnile (voce) sul maschile (significato). Ecco così una contraddizione:
perchè nel melodramma c'è sempre una donna che muore. L'opera fa cantare la
donna e la uccide mentre canta».
- Il libro si conclude con un’appendice su Derrida. Perchè il celebre filosofo
francese entra in scena solo alla fine?
«Il libro è anche un rovesciamento della tesi di Derrida sul rapporto fra voce
e metafisica. Data la difficoltà tecnica dell' argomento, ho deciso di
trattarlo appunto in appendice: dove contesto la sua tesi attraverso una
lettura del Giulietta e Romeo e, in particolare, della scena del balcone. Si
tratta anche di una specie di omaggio alla mia bella città, Verona».
Certamente la parte su Derrida è interessante, ma non si può fare a meno di
notare che Adriana Cavarero non è solo una filosofa ma anche un'amante del
canto, una voce che sa incantare e che gode della sua musicalità. Verona, città
musicale, non fa certo fatica a trovare nella Cavarero la sua pensatrice
prediletta.