![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 MARZO 2003 |
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Dall'enciclopedia
di Avicenna
Esce da Bompiani in edizione trilingue - testo arabo con versione latina e
traduzione italiana - la Metafisica del
filosofo persiano, quarta parte del Libro della Guarigione. Enorme
la sua influenza nei secoli, tanto a est come o ovest
Influssi. Senza Avicenna, Dante non avrebbe potuto
concepire la sua Commedia, fatta di una carrellata di individualità sciolte dal
corpo
I
Del grandissimo filosofo islamico e uzbeko-persiano ibn Sînâ, latinamente
Avicenna, viene finalmente pubblicata in italiano la Metafisica (al-Ilâhiyyât,
letteralmente «Scienza delle cose divine»), quarta e ultima parte del Libro
della Guarigione (Kitâb al-Shifâ), in
edizione trilingue a cura di Olga Lizzini e Pasquale Porro (Bompiani, pp.
LXIV-1311, Euro 33,00). All'eccellente traduzione italiana (purtroppo funestata
da refusi incongrui al rilievo dell'impresa) si affiancano il testo arabo
secondo l'edizione cairina del 1960, confrontata però con quella più recente di
Amoli (Teheran 2000), nonché il testo latino, tradotto a Toledo probabilmente
da Gundisalvi o Gundissalino alla metà del XII secolo (in base a manoscritti
arabi più antichi di quelli utilizzati nelle predette edizioni), qui nella
recensione critica di S. Van Riet. La collocazione e l'originalità della Metafisica hanno dato
luogo a intense discussioni, che vengono riepilogate e definite nella doppia
introduzione. La prima delle quali ricorda giustamente - in tempi di incivile
semplificazione e brutalità ideologica - come l'identità occidentale e perfino
cristiana si sia costituita mediante un debito profondo nei confronti del mondo
islamico, ponendoci dunque il problema di recuperare le radici piantate
altrove, piuttosto che esorcizzarle in schemi negativi. In che cosa Avicenna
innova rispetto alla Metafisica
aristotelica, suo evidente punto di riferimento? Già lo slittamento del titolo,
che nell'originale greco segnalava semplicemente la collocazione dopo i libri
della Fisica, verso una filosofia prima,
una onto-teologia, è significativo. Definendola come scienza divina, che
fornisce i principi alle altre scienze dandone la ragione, mentre queste ultime
offrono principi solo nel senso di contenuti, essa viene non tanto «dopo» la
fisica, quanto «prima» di essa e della natura, anche se per nostra incapacità
deve servirsi di concetti elaborati in altri campi disciplinari. Il nucleo
essenziale dell'operazione, in larga parte anticipata da al-Fârâbî, consiste
nell'inserimento della metafisica e della cosmologia aristoteliche in un quadro
emanatistico di origine neoplatonica (specificamente plotiniana), in cui tutti
i motori celesti e tutti i livelli contingenti della realtà discendono da un
Uno sovraeminente e assolutamente necessario, che conferisce l'esistenza
effettiva alle cose mediante l'unione di materia e forma, sostituendo con una
causa produttiva efficiente quella semplicemente motrice aristotelica. Il dator
formarum avicenniano fa esistere qualcosa dopo che prima
non esisteva, interviene come causa diretta di tutto ciò che avviene nel mondo,
mentre nella tradizione greca e nel peripatismo medievale (per esempio in
Averroè) gli eventi seguono normali cause naturali. Era quindi facile
sovrapporre questa causa agente-produttiva al concetto di Dio creatore delle
religioni monoteistiche, nella fattispecie dell'Islàm sciita, con tutti i
risvolti profetologici ed escatologici che ne conseguivano.
Lo svolgimento dei dieci Trattati in cui si articola l'opera
presenta innanzi tutto un riordino metodologico di stampo neoplatonico dei temi
dei dodici Libri aristotelici, affronta poi categorie e proprietà
dell'esistente: le coppie potenza-atto, anteriore-posteriore,
imperfetto-perfetto, quella universale-particolare, i quattro modi della causa,
il rapporto uno-molti. Un secondo gruppo di Trattati affronta il momento più
propriamente teologico della metafisica, esaminando la natura del Primo
Principio o Necessariamente Esistente, la derivazione emanativa delle cose
dalla Causa prima e il percorso inverso del ritorno o redenzione dal basso;
infine il comportamento dei credenti, la profezia e in genere (come nella Città virtuosa di al-Fârâbî e in tutta la letteratura
islamica) il ricasco etico-politico della filosofia.
Gli aspetti più rilevanti di tale approccio - quelli che
introducono direttamente alle problematiche della Scolastica latina, che non
nasconderà il proprio debito avicenniano, a cominciare dal Tommaso del De ente et essentia e
forse ancor più da Duns Scoto - sono certamente la distinzione fra necessario
per sé e necessario per altro (contingente) e la dottrina della cosiddetta
indifferenza delle essenze. La prima distinzione fonda la possibilità di una
dimostrazione dell'esistenza (e unicità) di Dio all'interno della metafisica -
un potente argomento teologico (fatto proprio dalla Scolastica), ma anche
l'antiteologica destituzione di Dio dal ruolo di soggetto della metafisica,
dato che la scienza dimostrante è più potente dell'oggetto dimostrato al suo
interno. Se ne ricorderà Spinoza in apertura del I libro dell'Etica, dove il Deus sive
Natura è l'Essere assolutamente necessario per sé e causa sui, che però non relega (come il Persiano) il
possibile al limite del nulla, ma mantiene integra la potenza delle essenze
individuali, eliminando ogni gerarchia fra creatore e creatura. La grande
distinzione modale avicenniana (potremmo quasi dire: l'invenzione della
modalità) fra necessario per sé (o causa) e possibile per sé e necessario per
altro (il causato) è il fondamento logico dello statuto degli enti e del flusso
delle forme dall'alto, fa dell'emanazione un processo sempre esistente,
instaurazione perenne e non creazione temporalmente determinata del mondo. Nel
necessario essere e quiddità coincidono (senza che si dia un'onnipotenza
teologica di un Dio-persona, perché l'Uno è prima della forma, del pensiero e
della volontà), nel contingente si sdoppiano e divengono effettivi solo con un
intervento specifico dall'alto. L'indifferenza di essenza apre invece la grande
questione logica degli universali, distinguendo fra universalità e quiddità, o
essenza o natura: la cavallinità non è né particolare né universale, ma è solo
in se stessa, aggiungendosi o meno a un supporto fisico. Si apre così anche la
possibilità di pensare oggetti inesistenti o un regno di verità distinte dalle
cose e dalle rappresentazioni, senza ricadere nel platonismo delle Idee. Una
via che sarà molto battuta dalla logica moderna. Il pensiero di Avicenna, nella
sua oscillazione fra momento logico-razionale e slanci mistico-profetici (che
costituiscono però solo un'abbreviazione del ragionamento dimostrativo, un
effetto diretto dell'Intelligenza Agente sull'immaginazione piuttosto che
sull'intelletto razionale), tenne ferme due radici ben diverse -la tradizione
greca, sincreticamente aristotelica e platonica, e quella mistica (lo sciismo
neoplatonizzante) - a volte sviluppandole in versioni rispettivamente
essoterica ed esoterica, «occidentale» e «orientale» della stessa dottrina, più
plausibilmente e fascinosamente fondendole in un unico sistema emanatistico, in
cui influssi stellari, intervento diretto delle entità superiori e potenza
immaginativa interferivano con le regolarità causali nel mondo del contingente.
Che facesse colpo non meraviglia e infatti la sua influenza di lunga durata a
est come a ovest è senza paragoni. Non è neanche pensabile, per fare un
esempio, la Commedia senza l'acuta teoria
avicenniana dell'individuazione delle anime dopo la morte grazie a una sottile
materia spirituale. Il giovane Dante averroista avrebbe avuto difficoltà a
presentare delle individualità sciolte da un corpo, fossero Farinata o
Beatrice.