RASSEGNA STAMPA

1 MARZO 2003
editoriale
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Boltzmann, il fisico che aprì la strada a Planck e Einstein

I suoi studi diedero una base statistica alla termodinamica: a lungo osteggiato morì suicida nel 1906


IL secondo principio della termodinamica afferma che il calore non può mai passare da un corpo più freddo a un corpo più caldo: andrà sempre in direzione inversa, uniformando sempre più le temperature. L'universo tende all'equilibrio termico, e quando l'avrà raggiunto il calore non si trasferirà più e non sarà più possibile ricavarne lavoro meccanico. Tutto rimarrà in uno stato di quiete assoluta. Il primo a intuire questo principio fu l'ingegnere francese Sadi Carnot, che ci arrivò ragionando sull'efficienza delle macchine a vapore; formulazioni rigorose vennero offerte da Rudolf Clausius in Germania e William Thomson (noto come Lord Kelvin) in Inghilterra. Lo stesso Clausius, nel 1857, diede pubblico rilievo a un'idea che stava circolando nel mondo della fisica da più di un secolo (l'aveva suggerita nel 1738 lo svizzero Daniel Bernouilli): che un gas sia costituito da minuscoli atomi in moto incessante e che la sua pressione e temperatura siano correlate alla velocità degli atomi - in particolare, che la temperatura non sia altro che la loro energia cinetica media. A questo punto, tutto era pronto per l'entrata in scena di Ludwig Boltzmann, il fisico viennese cui David Lindley dedica il suo Gli atomi di Boltzmann.
La struttura atomica dell'universo era una vecchia idea, ma per farne qualcosa di più di una suggestiva metafora era necessaria una sua trattazione matematica; e qui ci si scontrava con una situazione di complessità straordinaria, perché «anche un piccolo volume di gas deve contenere trilioni e trilioni di atomi». A poco più di trent'anni Boltzmann «escogitò l'idea di dividere l'intervallo delle possibili energie atomiche in un insieme di celle di dimensioni finite... Definire lo stato di un gas, con questo nuovo sistema, significa elencare i numeri degli atomi presenti in ciascuna cella». Quali atomi siano non importa, quindi distribuzioni diverse di atomi corrispondono allo stesso stato fisico. Quante più sono queste distribuzioni, tanto più probabile è lo stato. Lo stato più probabile è quello corrispondente all'equilibrio termico; una volta raggiuntolo, è molto difficile che il sistema lo abbandoni. Il secondo principio della termodinamica diventa così un teorema della meccanica statistica.
Con questo ragionamento Boltzmann aprì la porta alla fisica moderna. Da un lato, esso trasformava il secondo principio da una legge assoluta in un'asserzione molto probabile. Dall'altro, intorno al 1900 Max Planck, studiando le radiazioni elettromagnetiche, «ebbe l'idea di usare un trucco analogo» a quello di Boltzmann: «sostituendo agli atomi le onde elettromagnetiche delle diverse lunghezze d'onda, immaginò l'energia suddivisa in piccolissime unità, che poi distribuì tra le varie lunghezze d'onda». Erano nati così i quanti d'energia, che nel 1905 Einstein avrebbe imposto all'attenzione generale. Oggi quanti e probabilità sono il fondamento della scienza della natura, ma per Boltzmann il loro successo arrivò troppo tardi: a lungo osteggiato da chi non intendeva barattare la certezza della scienza con un'analisi statistica e perseguitato dalla depressione, nel settembre 1906 s'impiccò. È una storia affascinante, e a Lindley va riconosciuto il merito di averla raccontata. Il suo libro, sia pure con un'organizzazione un po' confusa e una scrittura non sempre lucida, è utile e istruttivo. Ci mostra un individuo inquieto alle prese con cambiamenti radicali di paradigma, in costante contatto con i maggiori scienziati e filosofi del tempo e filosofo lui stesso suo malgrado, allo scopo di difendere la teoria atomica dall'empirismo estremo di Ernst Mach (che tanto avrebbe influenzato il Circolo di Vienna). Lindley guarda con bonaria compassione a questi tentativi «metafisici» e dichiara incondizionata simpatia per l'atteggiamento pragmatico di inglesi e americani: «in qualsiasi attività teorica ci saranno sempre assunti non provati o problemi tecnici che non possono essere risolti immediatamente, ma la cosa importante è continuare ad andare avanti». E qui rivela i suoi limiti, e la sua mancanza di sintonia con il protagonista della sua storia. Quella di Boltzmann era indubbiamente un'idea filosofica, perché suggeriva una nuova visione del mondo e della conoscenza; e quando si propongono idee del genere è bene discuterle a fondo, in tutte le loro implicazioni, perché accettarle significa sconvolgere la nostra forma di vita. Certo occorre guardarsi dai rischi contrapposti di creatività ed esigenza di legittimazione: lasciare briglia sciolta alla prima può provocare disastri, ma farsi dominare troppo dalla seconda può ridurre la filosofia «a un elenco di cose che gli scienziati non dovrebbero fare». E certo per evitare tali rischi è utile la divisione del lavoro: alcuni «continuano ad andare avanti» senza preoccuparsi troppo e altri si preoccupano anche per loro (e per noi tutti). Bisogna però avere profondo rispetto per i pochi casi in cui questa lotta tempestosa si svolge entro la stessa persona, trasformandola in una figura tragica e paradigmatica che alla nostra comune condizione conflittuale può sacrificare la sua salute e la sua incolumità.

David Lindley

Gli atomi di Boltzmann traduzione di Tullio Cannillo, Bollati Boringhieri, pp. 270,

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