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Intervista al celebre teorico
dell’ermeneutica che ha appena compiuto novant’anni. Il mito, il potere,
l’uso della forza: un giro d’orizzonte sull’inizio del secolo
«Dobbiamo dare una possibilità all’intellighentsia
islamica Trovo entusiasmante che la filosofia sia scesa nelle strade»
I suoi novant'anni,
compiuti l’altro ieri, sono luminosi. Il filosofo Paul Ricoeur conserva
intatta la giovinezza del pensiero. Parla come se la sua curiosità fosse un
incendio senza confini. Forse è aiutato in questo dallo spirito che aleggiava
nelle università americane dove ha insegnato a lungo. Le sue lezioni alla
Sorbona e a Nanterre, culla del Sessantotto, erano sempre affollate. Ricoeur
è amato dai giovani che hanno divorato uno dei suoi libri di successo, La
mémoire, l'histoire et l'oubli (La memoria, la storia e l'oblio). Ha
portato in Francia la fenomenologia di Husserl, è sempre stato un nemico
delle mode e delle scuole e la sua ricerca si è soprattutto orientata sul
male e sulla colpevolezza. Dev'essere un riflesso del suo «essere
protestante». Non c'è spiaggia dell'humanitas dove Ricoeur non sia sbarcato:
la storia, il linguaggio, la poesia, la psicoanalisi, il narrare come testimonianza
e infine la morte.
Dice: «Come si espresse Montaigne, io sto vivendo una sorta di assuefazione
alla morte, da una parte accettandola come grande livellatrice: il filosofo
muore come tutti gli altri; dall'altra, sentendo un intenso amore per la
vita: desidero vivere, mi fa piacere vivere. Perciò debbo lottare contro la
tristezza, anzi contro il compiacimento della tristezza, che è quasi un
peccato, e contro la minaccia della noia che consiste nel dire: ciò che
accade lo ho già visto. Non voglio fare della morte un atto di vita, ma
voglio sentirmi vivo fino alla morte».
Dagli ultimi anni del Novecento, signor Ricoeur, c'è una straordinaria
domanda popolare di filosofia. Dovrebbe essere un aiuto in tutti gli strati
della società.
«La filosofia è scesa nelle strade, come nell'antica Grecia. Trovo tutto ciò
entusiasmante. Gli uomini si sentono più padroni di sé stessi rispetto ai
punti di riferimento tradizionali che sono riesaminati secondo una propria
gerarchia di valori e di priorità; e poi la filosofia non indossa più
soltanto la veste di professione universitaria, il discorso filosofico passa
attraverso il giornalismo "illuminato" e raggiunge anche i bambini
che si pongono domande elementari su sofferenza, vita, morte, ineguaglianza e
ingiustizia. L'originalità della filosofia sta nel produrre domande e
problemi inattesi. Adesso i grandi filosofi sono a portata di mano, un
esempio fra i tanti un libro come Il mondo di Sofia di Gaarder. Inoltre,
ogni essere umano appare come un centro di decisione e valutazione».
Ma il Male, come dice lei stesso, resta una «struttura storica
contingente». Il nostro motore dev'essere sempre l'odio? Noi viviamo,
probabilmente, gli ultimi giorni di un percorso verso il massacro. Avanziamo
verso un'assurdità storica.
«Il terrorismo ha provocato un ritorno alla paura. Tutta la nostra civiltà
occidentale è passata dall'ottimismo culturale di Locke, filosofo inglese del
XVII secolo, al dominio della morte di Hobbes, anche lui inglese e dello
stesso periodo. Un mondo, quello di Hobbes, dove regnano le "passioni
tristi", come le chiamava Spinoza. I giorni dell'homo homini lupus, i
giorni dell'uomo che è lupo per l'uomo. Noi ci distinguiamo dagli animali per
la nostra crudeltà. Che l'uomo voglia far soffrire l'uomo e ricavarne
godimento, ecco qualcosa di tipicamente umano. L'invidia, l'odio, il piacere
della tortura: l'uomo cova le "passioni tristi" come fondo
permanente. Hobbes si esprimeva ai tempi delle guerre di religione e
dell'apparizione dei conflitti fra stati-nazione. Dunque, bisogna oggi
distinguere tra precise condizioni storiche e ciò che io chiamo
un'antropologia filosofica».
E il compito del filosofo?
«Mettere in relazione le forme congiunturali e la cattiveria dell'uomo. Da
questo punto di vista la Shoah resta un riferimento assoluto».
Lei sembra affascinato da Hobbes.
«Sì, e mi domando se non ci sia nelle nostre motivazioni profonde qualcosa di
morale, una specie di disponibilità all'amicizia fra gli uomini, che faccia
da contrappeso alla guerra di tutti contro tutti, all'ergersi del mostruoso
Leviatano, macchina, dio mortale e animale. A tale mito bisogna opporre il
mito politico, per primo quello dei filosofi del diritto naturale e poi
quello della filosofia politica liberale. Non è un caso se il mondo anglosassone
è sfuggito al comunismo e al nazismo».
Bush la fa pensare al Leviatano?
«No, perché il sistema costituzionale lo impedisce. Il tedesco Carl Schmitt
scrive: la sovranità è la capacità di decidere in una "situazione di
eccezione". Non è un problema che riguarda solo Bush, perché tutti i
capi di stato si creano un centro di decisioni estreme e sono loro che
decidono qual è la situazione di eccezione. La nostra filosofia dello stato
di diritto è sprovvista di mezzi per opporsi».
Di opporsi alla guerra... Ecco la presenza incoercibile del Male .
«In ogni caso gli intellettuali debbono resistere con tutte le loro forze
all'idea di una guerra fra civiltà. E' la guerra di uno stato egemone come
gli Stati Uniti che sarà appoggiato da una o più potenze. E poi non è una
guerra contro la figura totale del Male. Se ci sarà un conflitto in Iraq, si
dovrà fare appello alle "passioni benevole", all'aiuto umanitario,
tenere sveglio il "fondo di bontà" dell'uomo perché il solo fatto
che l'uomo esista esprime bontà».
E se guerra ci sarà, poi verrà anche il momento del perdono.
«Il problema non è di perdonare, ma di domandare il perdono. Ci sono dei
momenti privilegiati in cui dei gesti simbolici ottengono un effetto. Penso
al cancelliere tedesco Brandt che rende omaggio ai martiri del ghetto di
Varsavia. Un gesto simbolico dà coraggio a chi lotta per la riconciliazione
dei popoli. Noi abbiamo visto nascere in questi ultimi giorni un'opinione
pubblica internazionale che fa riflettere sia sul problema della rappresentatività
di quanti abbiamo eletto sia sull'aspetto singolare della "volontà del
principe". Ma il cittadino non può fare la storia perché esistono gli
altri gradi della struttura del potere, le elezioni, i conflitti tra
minoranze e maggioranze, i centri di decisioni estreme e il nucleo degli
"agenti" della strategia internazionale. Ciò che mi scandalizza di
più è di prendere posizione nell'ignoranza di deliberazioni già sancite per
la guerra. Mi sembra di essere come una sorta di scomunicato dalla
"chiesa" delle volontà supreme. E' un gran brutto modo di governare
il mondo».
Lei non immagina un Bush che chiede perdono inchinandosi alla Mecca ?
«No, non lo immagino perché la Mecca è un centro religioso e poi non si farà
la guerra all'Islam come religione. Dobbiamo dare una possibilità
all'intellighentsia islamica, all'Islam colto e degno della sua epoca d'oro
tra l'XI e il XII Secolo, con i suoi pensatori e i suoi poeti. Sono gli arabi
che hanno riscoperto i grandi testi di Aristotele».
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