![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 FEBBRAIO 2003 |
|
CIRCOLA sui giornali, in
questi giorni, la notizia che, soprattutto in Asia, e si teme che il fenomeno
potrebbe estendersi all’America Latina, la produzione di banane, uno degli
alimenti più importanti per le popolazioni povere, è minacciata da una grave
malattia e potrebbe essere in procinto di sparire dal loro “paniere". La
colpa sembra essere della solita incapacità dei genetisti di andare a scuola
dalla natura, e di cogliere proficuamente i suggerimenti dell’evoluzione.
Difatti, la natura, e l’evoluzione, hanno sempre premiato la diversità tra gli
individui di una popolazione, come una polizza, chiamiamola così, di
assicurazione sulla vita.
Mi spiego meglio con un esempio: prendete una popolazione di pecore, tutte con
il pelo folto, e una popolazione parallela, tutte con il pelo rado. Sopravviene
una improvvisa glaciazione? Le pecore con il pelo rado, fulminate dal freddo,
muoiono in massa e la popolazione scompare. Sopravviene un clima tropicale?
Quelle con il pelo folto subiscono lo stesso destino. Mescolate, allora, le due
popolazioni: qualsiasi cambiamento climatico si presenti, una parte di
individui sarà in grado di superare l’emergenza, quelle col pelo rado il caldo,
quelle col pelo folto, il freddo. La specie potrà così sfuggire all’estinzione.
Questa sembra sia la ragione per cui la riproduzione sessuale, a due, invece
che la partenogenesi, per cui la femmina può riprodursi senza l’intervento del
maschio, risulta la più frequente in natura. Eppure, che fatica comporta aver
bisogno di un partner. Si deve cercarlo, confliggere con i rivali, sedurlo,
fare all’amore esponendosi nell’atto all’aggressione dei predatori... uffa!
Però è la riproduzione a due che assicura, attraverso il mescolamento genetico
dei genitori, che gli individui di una popolazione conservino una certa
diversità tra di loro, mentre la prole partenogenetica non può essere che una
copia conforme della madre, più o meno un suo clone. Sembra sia successo
qualcosa di simile ai poveri banani.
I genetisti hanno favorito poche varietà di piante sterili, la Cavendish è quella
ora in causa, che possono solo riprodursi per via agamica, partenogenetica in
parole povere. Al contrario dei banani coltivati fin dai tempi più remoti dagli
indigeni, che erano forse meno produttivi, ma in equilibrio con il loro
ambiente, le nuove venute sono molto più sensibili alle avversità, ed essendo
cloni, risultano tutte eguali, ergo tutte egualmente vulnerabili. Per
difenderle si può far ricorso ai pesticidi, è pur vero, ma se non si hanno i
soldi per comprarli, si rischia di restare a bocca asciutta. I biotecnologi si
sgolano attualmente per dire che loro hanno le chiavi scientifiche per
risolvere il problema. Davvero? Non mi sembra che le biotecnologie promuovano
un’autentica diversità genetica. Non tendono forse a standardizzare e a
clonare? Non si vuole rimediare agli errori con altri errori, proseguendo con
tecniche più raffinate sulla via tracciata dalla cosiddetta rivoluzione verde?