![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 FEBBRAIO 2003 |
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La ricerca filosofica ha nella specificità
dell’indagine sulla verità il suo punto di partenza e il suo punto di arrivo.
Ma nella temperie culturale della nostra epoca, dove l’individualismo e
l’identificazione della riflessione come riflessione sull’utile della prassi
sembrano dominare, una ricerca intorno "alla verità ha molte probabilità
di essere considerata o ingenua o fuori moda". Con questa espressione
inizia il suo nuovo lavoro, intitolato Verità ed entità affini , Giorgio
Corà. Il volume, uscito presso Verifiche, Trento (pp. 320), affronta come
abbiamo visto fin dal titolo il nodo fondamentale della filosofia, senza
nascondimenti o preoccupazioni, ma sottoponendo con un vaglio scettico le più
recenti indicazioni intorno alla verità avanzate dalla filosofia analitica,
dalla semiotica, dalla filosofia del linguaggio e da numerose varianti del
pragmatismo. Questo in un dialogo serrato ed approfondito con la tradizione speculativa,
in particolare Kant, Hegel e Heidegger.
Il vantaggio di una ricerca sulla verità, afferma il filosofo, è quello «di
assumere nulla come fondamento indubitabile ed inesplorato da cui prendere le
mosse, neppure la libertà dell’individuo» (p.4). Per questo nemmeno una storia
delle varie concezioni intorno alla verità è punto autentico di partenza. La
domanda iniziale è sì la classica "che cosa è la verità?", ma a
questa deve far seguito l’altra, non meno importante: "La verità è definibile?".
Non solo quindi la questione intorno all’oggetto, ovvero se esso esista ovvero
sia possibile la sua esistenza, ma anche e soprattutto se essa possa trovare
una definizione, superando le argomentazioni scettiche e antimetafisiche, che
oggi collimano con quello che si chiama il relativismo gnoseologico e morale,
in realtà un modo per non affrontare la questione del senso stesso
dell’esistenza e della verità.
La via che intraprende Giorgio Corà è che la verità non può essere ridotta ad
una funzione più o meno argomentata dell’individuo o del gruppo cui questo
intende o vuole appartenere. La ricerca che il saggio propone è complessa e
molto articolata, perché non è limitata all’impegno di dare ragione delle
procedure per conoscere un oggetto, ma entra nel vivo stesso del problema,
denunciando che la verità non è una questione del soggetto, una solipsistica
ricerca, ma il frutto maturo di una ricerca che tende a legittimare la sua
stessa possibilità, pur con la consapevolezza del suo incerto statuto
ontologico. Questa strada non è della sola visione teorica, ma si connatura
anche alla dimensione della prassi, perché, come sosteneva già Kant ne La
critica della ragion pratica , gli elementi della prassi sono connessi con
quelli della teoria, o per dirla in senso più classico, il verum ed il bonum
non possono essere disgiunti: verità e libertà, quindi, un binomio
inscindibile.
Indagare intorno alla verità significa pertanto in modo eminente indagare sul
suo senso per l’esistenza umana e nelle sue questioni fondamentali, anche
quando essa può venir strumentalizzata o addirittura negata, ma se si nega
qualcosa, non si può negare che si stia pensando a quel qualcosa. Con il rigore
della logica e la passione del ricercatore Corà mostra come non sia possibile
giungere alla posizione che nega la possibilità della verità. Lo stesso
scetticismo, in Hegel, è un modo di affrontare la questione, non di risolverla!
Gli ostacoli per non essere alla moda in questa ricerca sono tanti; a titolo
esemplificativo, soprattutto uno risulta di grande interesse: è l’analisi
intorno alle Teorie delle verità alternative, quando si discute la teoria
pragmatistica che sostiene che «qualche cosa è vero se e solo se risulta in
qualche modo utile crederlo tale; le credenze e le assunzioni vere sono quelle
che hanno successo». La contraddittorietà di questa affermazione si evidenzia
con chiarezza, proprio perché confonde la ricerca sulla verità con l’utile, che
è invece oggetto dell’economia, dicevano i filosofi classici. La proposta ha
avuto ed ha gran peso nella società attuale, ma la verità e di conseguenza il
bene, il fine della morale, non possono essere scambiati con l’ottenimento di
un appagamento che si situa nella sola prospettiva del vantaggio. L’economia
dovrebbe anzi dipendere dalla verità e non ridursi al solo utile.
Lasciamo al lettore curioso - e disposto ad una qualche fatica concettuale -
scoprire le tappe e le figure di questo percorso (che presenta un taglio
prettamente ontologico pur affrontando tematiche logiche, gnoseologiche e di
filosofia del linguaggio), anche perché ci sembra proprio nelle intenzioni
dell’autore sostenere una sostanziale coincidenza tra il percorso speculativo
di ricerca ed il risultato cui questa conduce. A noi piace ancora solo
sottolineare un elemento caratteristico di questo saggio, seppur non
espressamente tematizzato, a nostro avviso, dall’autore. Verità ed entità
affini si presenta prevalentemente come un saggio di ontologia e di
filosofia del linguaggio, lasciando intravedere che il problema della verità si
colloca innanzitutto nell’incrocio costruttivo di queste due branche
filosofiche. «La speculazione sulla verità ha valenza in quanto sa suscitare la
passione per la verità» indica al termine dell’importante saggio Giorgio Corà,
e questo non come esigenza psicologia o genericamente esistenziale, ma
ontologica, ovvero nella dimensione totale dell’uomo, sotto ogni cielo e sotto
ogni bandiera la verità ci rende liberi.