RASSEGNA STAMPA

15 FEBBRAIO 2003
ROSA PALOMBA
[Ballabio: riflettere
sui rischi della tecnica
del terzo millennio
Il ministro Sirchia:
quell’animale ci ha
insegnato molto
ma gli esseri umani
sono cosa ben diversa

Creata dall’uomo, nacque in perfetta salute il 5 luglio del ’96. La neonata pecora Dolly stupì subito la scienza e aprì nuove frontiere scientifiche. Concepita in provetta da una cellula adulta, fu la conferma che la tecnica della clonazione poteva andare avanti; Dolly contribuì così a spingere sull’acceleratore dell’ingegneria genetica. Il primo animale fotocopia al mondo, é morto ieri, soppresso dai veterinari dell’istituto Roslin di Edinburgo, in Scozia, lo stesso luogo in cui fu programmato. Per lei i medici hanno scelto una morte dolce; al mammifero-simbolo della ricerca scientifica é stata infatti praticata l’eutanasia dopo il verdetto emesso da una serie di esami clinici: tra mille sofferenze e tra breve tempo, Dolly sarebbe stata uccisa da un’irreversibile malattia polmonare. Sarà adesso attraverso una scrupolosa autopsia che continuerà a svelare le ragioni della morte di un clone. «Le pecore vivono al massimo 11 o 12 anni e le infezioni ai polmoni sono frequenti in animali anziani - ha detto il ricercatore dell’istituto Roslin, Harry Griffin - Verrà effettuata un’autopsia completa». Dopo gli esami, il corpo dell’animale sarà donato ed esposto nel Museo nazionale della Scozia.
La pecora, che prende il nome dalla cantante country Dolly Parton, aveva più volte inquietato l’opinione pubblica e diviso la comunità scientifica internazionale. La sua nascita fu annunciata sette mesi dopo, come uno dei più importanti traguardi scientifici. E scatenò accese polemiche sull’eticità della clonazione e sugli sviluppi successivi delle tecniche, che potrebbero aprire la strada alla nascita di uomini fotocopia. La nascita di Dolly ha invece dimostrato che il destino di una cellula adulta non è segnato per sempre, ma che è possibile tornare indietro. Una cellula completamente specializzata può, cioè, andare indietro nel tempo e riprogrammare così il suo patrimonio genetico fino a tornare a essere una cellula-bambina completamente indifferenziata, cioè una cellula staminale capace di svilupparsi di nuovo, magari cambiando destino. Dolly, per esempio, è nata riprogrammando la cellula adulta prelevata da una ghiandola mammaria. Polemiche a parte, nel ’98, all’età di due anni, la pecora diventa mamma di Bonnie e nel ’99 di altri tre agnellini. L’allarme sulla riuscita degli esperimenti di clonazione riesplode a gennaio dello scorso anno, quando il mammifero si ammala di artrite che la colpisce al bacino e alla zampa posteriore sinistra. Secondo gli esperti, la comparsa precoce di questa patologia poteva essere conseguenza della clonazione. Lo scienziato Ian Wilmut, il «papà» di Dolly, si è infatti sempre opposto alla clonazione umana proprio per gli alti rischi di malformazioni a cui i neonati andrebbero incontro. Una polemica che in queste ultime settimane ha trovato nuovi spunti di riflessione, quando i realiani hanno annunciato la nascita di Eva, la prima presunta bimba clonata. «Ma sette anni dopo la nascita di Dolly le tecniche di clonazione si sono evolute e non provocano più i problemi di cui soffrono i primi animali fotocopia», commenta il ginecologo Severino Antinori, che aveva annunciato esperimenti di clonazione sull’uomo.
Per Andrea Ballabio, invece, direttore dell’istituto Telethon di genetica e medicina di Napoli (Tigem), la «morte di Dolly è la dimostrazione che la clonazione non è esente da rischi. Dunque, ogni tentativo di applicare queste tecniche sugli uomini è inopportuno, non etico, ma soprattutto estremamente pericoloso».
«Dobbiamo rendere onore alla pecora Dolly - é il parere del ministro della Sanità, Girolamo Sirchia - Il primo esperimento riuscito di clonazione animale ha infatti avuto un grande ruolo nella scienza e ci ha insegnato tante cose. Ma un conto sono gli animali; un altro, gli uomini». Un invito alla cautela é invece il messaggio di Bruno Dallapiccola, genetista dell’università La Sapienza di Roma: «La morte di Dolly è il segnale che ci vuole una grande cautela. Credo che la malattia polmonare involutiva di cui era malata la pecora poteva essere in linea con i malanni che hanno avuto altri animali clonati». Secondo lo scienziato italiano occorre lanciare una grande ricerca sugli animali per l’uso di cellule staminali embrionali e clonazione terapeutica, ma anche insistere nel lavorare sulle cellule adulte, le uniche utilizzate al momento per uso terapeutico come il trapianto di midollo, la ricostruzione di pelle, di cornea e di tessuto cardiaco. E «fino alla certezza assoluta dell’innocuità di tutte le pratiche biomediche, ma in particolare della clonazione e della fecondazione assistita, non siamo legittimati ad attuarle», ha sottolineato il presidente del Comitato nazionale di bioetica, Francesco D'Agostino.

 

 

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