![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 FEBBRAIO 2003 |
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Forse non è un caso che di
Piero Sraffa si ritorni a parlare proprio oggi. E che l’Accademia dei Lincei,
nell’organizzare il Convegno Internazionale che si apre questa mattina a Roma,
abbia chiamato a confrontarsi sul suo pensiero economisti di calibro
internazionale come Graziani, Lunghini, Roncaglia, Sylos Labini, Kurz, Schefold
e il Premio Nobel Amartya Sen. Il fatto è che la figura dell’economista
torinese, morto giusto venti anni fa a Cambridge dove aveva sempre insegnato, è
profondamente attuale. «Per capire la sua attualità - dice Augusto Graziani,
che mutua l’espressione da Sraffa stesso - basta gettare lo sguardo fuori dalla
finestra». L’economia solamente teorica e matematica da una parte e il
liberismo dall’altra non aiutano più a spiegare infatti questo nostro mondo
globale.
«L’insegnamento più grande di Sraffa - continua Graziani - è che per
comprendere la diseguale distribuzione del reddito nelle nostre società
l’economia deve andare oltre se stessa: non deve far riferimento solo alle
leggi della concorrenza, cioè della domanda e dell’offerta, ma deve considerare
quelle dinamiche politiche e sociali, spesso conflittuali, che determinano
effettivamente la vita degli uomini e che, in ultima istanza, assegnano a loro
un posto determinato nella società». Egli, si può dire, ha messo in evidenza
che non esistono regole precise dettate dalla teoria: l’economia si fa nel
mondo reale prima che nelle nostre teste. Non solo: un atteggiamento
intellettualistico come quello dei liberisti «è profondamente ideologico, anche
se sono proprio i liberisti ad accusare gli altri di ideologismo».
Dalle parole di Graziani si capisce che è in corso una vera e propria querelle
nell’ovattato mondo della scienza economica. E Sraffa serve bene allo scopo di
tutti coloro, e sono sempre di più, credono che l’economia vada affrontata in
un’ottica storica e complessiva. Non c’è da meravigliarsi perciò se la
«rinascita» del suo pensiero avvenga ora su basi diverse rispetto a quelle per
cui un tempo era famoso. Allora, diciamo una trentina di anni fa, dello
studioso si sottolineava soprattutto l’amicizia intellettuale con Gramsci e se
ne apprezzava lo sforzo di rendere più umane e regolate le società
capitalistiche occidentali. Anche se, a ben vedere, Sraffa era molto di più.
Era, si può dire, un animo inquieto e profondamente filosofico, sensibile e
irrisolto quanto bastava per aver successo nei raffinati ambienti di Cambridge.
Dove, non a caso, si legò soprattutto con Wittgenstein:
come ricorderà nella sua relazione Amartya Sen, fu grazie alle lunghe
conversazioni con l’italiano che l’autore del Tractatus si convinse ad abbandonare
l’angusto universo astratto e matematico lì delineato, aprendosi alla
riflessione sviluppatasi nell’ultima fase del suo pensiero attorno alla teoria
della pluralità dei «giochi linguistici» e della complessità del mondo reale. A
tal proposito, Mariano D’Antonio racconta un gustoso aneddoto: a Wittgenstein
che gli chiedeva se fosse d’accordo sul fatto che il senso è riducibile a ciò
che può essere chiaramente espresso e formulato, Sraffa avrebbe infatti
risposto semplicemente con la negazione della mano posta sotto il mento. Questo
semplice gesto mimico di perplessità, proprio dei napoletani, avrebbe mandato
in crisi un impianto teorico tanto sofisticato quanto, appunto, poco attento
alla realtà. Come un novello Socrate, Sraffa, che ha pubblicato pochissimo,
sembra fosse sempre pronto a far notte tarda e a pungolare con critiche e
osservazioni puntuali ogni idea non ben formulata degli amici che più stimava.