![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 FEBBRAIO 2003 |
|
|
Un nuovo volume di Losurdo
dedicato al filosofo tedesco |
|
Nietzsche il ribelle e la legge del più forte |
|
Stefano Azzarà |
|
|
|
«Non
possiamo essere altro che rivoluzionari»: all'indomani del '68 e sull'onda di
una più vasta esigenza di emancipazione, è in questa chiave libertaria e
anarchica che Nietzsche veniva "recuperato" a sinistra.
Interpretandolo come il filosofo della liberazione dell'individuo da tutte le
«strutture sociali che implicano necessariamente la divisione tra dominanti e
dominati», Vattimo ne denunciava il fallimento finale proprio nel mancato
incontro con il «movimento rivoluzionario» degli «esclusi» e «sfruttati»
dalla ratio capitalistica, lamentando però l'ostilità della cultura
comunista. Né diverso era il senso della ricerca di Cacciari sul «pensiero
negativo».
E' l'unica metodologia
corretta, secondo Losurdo, per riconoscere davvero l'importanza di questo
filosofo, la cui indiscutibile grandezza - che non necessita di maquillages a
posteriori o letture "metaforiche" - consiste proprio nell'essersi
confrontato con tutte le principali contraddizioni storico-politiche della
sua epoca, cogliendone le tendenze di fondo ed elaborando un ambizioso
progetto di superamento integrale della modernità. Attraversando questo
volume, scopriamo allora che il problema di Nietzsche è quello che un'intera
fase storica pone alle classi dirigenti europee. Il blocco
aristocratico-borghese delle élites al potere (Mayer) si trova di fronte le
conseguenze di un imponente processo di emancipazione innescato dalla
Rivoluzione francese e proseguito dal movimento operaio organizzato. L'epoca
delle masse è cominciata e l'avanzata della democrazia moderna (politica,
economica e sociale) è inarrestabile. Come evitare uno sconvolgimento
radicale degli ordinamenti che storicamente garantivano la proprietà privata
e il dominio dei ceti privilegiati? Il liberalismo europeo si divide e cerca
nuove strade: ormai inane la difesa conservatrice dell'esistente, non resta
forse che il compromesso, una «rivoluzione dall'alto» che tenga conto dei
nuovi rapporti di forza e punti all'inclusione delle masse e all'assorbimento
dei loro gruppi dirigenti. E però, identificando la democratizzazione con la
fine della stessa civiltà europea, ampi settori del liberalismo si orientano,
al contrario, per una controffensiva in grande stile, progettando A quest'altezza, ben
immersa nel suo tempo e tutt'altro che «inattuale», si dipana la filosofia di
Nietzsche. Un pensiero «totus politicus», dice Losurdo, che - sin dall'orrore
disperato per la Comune di Parigi e con configurazioni molto diverse - trova
il proprio cuore «nella critica della rivoluzione». Affinché vi sia
«Civiltà», è necessario che la maggioranza degli uomini sia impiegata nella
produzione e liberi dall'abbrutimento del lavoro l'élite dei pochi individui
pienamente umani e capaci di vera creazione. L'epoca del «nichilismo europeo»
e della «decadenza», l'epoca della fine del genio, è dunque in realtà quella
della rivoluzione e dell'avanzata delle masse, i «nuovi barbari» che assediano
i santuari della cultura e della distinzione di ceto. Ma la «rivolta degli
schiavi», che sovverte ogni «ordinamento naturale» e impone il culto del
progresso e del lavoro, ha una storia millennaria che va aggredita alla
radice. Già la scoperta socratico-platonica del concetto individuava sul
terreno della comune ragione i fondamenti logici dell'eguaglianza umana. Non
diverso è l'esito dell'universalismo dei profeti ebraici o della predicazione
d'amore e fratellanza del Cristianesimo… E' un progetto
grandioso, nella sua portata reazionaria e nella sua capacità, commenta
Losurdo, di «mettere in discussione due millenni di storia». Nell'esprimere
il fondo oscuro e ancora sconosciuto dell'estremismo liberale, esso sa
ammantarsi di ribellismo e usare la parola d'ordine della rivoluzione, ed è
anche capace di criticare cinicamente le ipocrisie della borghesia del suo
tempo (come quando smaschera la natura imperialista di guerre condotte in
nome della «civiltà», della «morale» o dei «diritti umani»). Ciò non toglie
che la critica nietzscheana dell'ideologia, la sua contestazione della
falsità dell'universalismo borghese e dei suoi ideali morali, conduca per
Losurdo non alla ricerca di un universalismo pieno e compiuto ma alla
rimozione di ogni vincolo e alla trasfigurazione della più brutale parzialità
insita nella legge del più forte. La legge che il «popolo dei signori»
pratica da sempre, prima contro le classi subalterne e poi contro i
«sottouomini» delle colonie. La "liberazione" dagli assoluti della
metafisica promessa da Nietzsche si rivela, allora, l'elaborazione di un
progetto di dominio così radicale ed orgoglioso che nemmeno l'epoca terribile
che si aprirà con la sua morte sarà capace di farlo pienamente proprio. |
|
|