RASSEGNA STAMPA

3 FEBBRAIO 2003
MASSIMO PIATTELLI PALMARINI
[GUASTO AL MILLEPIEDI
Chiediamoci se il preventivato normale rientro dello Shuttle Columbia avrebbe fatto notizia. Intendo notizia da prima pagina. La risposta è no. Era la sua ventottesima missione. Chi si ricorda delle precedenti?
Già non faceva notizia, molti anni orsono, Apollo 13, come il popolare film ci ricorda. Solo i guasti e l’incertezza del rientro trasformarono, allora, quella missione spaziale in un’odissea mozzafiato, da diretta tv in mondovisione.
Analogamente, sabato, la missione è diventata notizia solo da quando, alle 9 di mattina della costa Est, lo Shuttle ha perso i contatti con la centrale di Houston, e poi, da Nagocdoches e Dallas nel Texas a Shreveport in Louisiana, si è sentito il tremendo bang, e i frammenti dello Shuttle hanno cominciato a piovere sui tetti e sulle campagne. Ventimila chilometri all’ora la velocità di impatto con l’atmosfera.

Circa tre gradi la finestra di opportunità per un buon rientro. Di meno, e lo Shuttle rimbalza sul muro d’aria come una palla. Di più, e si sfrigola per l’attrito, come tragicamente pare sia successo.
Arrivare a centrare, con la traiettoria dello Shuttle, quei piccolissimi tre gradi mobilitano attimo dopo attimo l’eccezionale perizia degli astronauti, quella di circa 1.500 ingegneri altamente specializzati, e tutta la precisione di un complesso di calcolatori che non ha uguali nel mondo. Le 27 missioni ben concluse sono un trionfo dell’ingegno umano, della impeccabile coordinazione di uomini con uomini e di uomini con congegni di ogni sorta. Ci siamo talmente abituati a una simile super-precisione che, appunto, una missione riuscita non fa nemmeno più notizia. La super-precisione si combina infatti, ahinoi, con la super-fiducia in una tecnologia supposta infallibile. Proprio adesso che la Casa Bianca e il Pentagono stanno mostrando assoluta sicumera sulla super-precisione delle loro bombe, avviandosi a passi spediti verso una guerra (a dir loro) pulita, chirurgica, agghiaccia sapere che uno dei sette astronauti periti sabato era il colonnello Ilan Ramon, primo astronauta israeliano, e membro della missione che bombardò, nel 1981, una centrale nucleare in Iraq.
La super-precisione, va detto, è ben reale. Si dice che, dalla Guerra del Golfo ad oggi, le bombe abbiano guadagnato ulteriore «intelligenza». Una singola bomba, durante l’intervento nella guerra in Kosovo, polverizzò la centrale militare di comunicazione serba, nascosta sotto una tenda: un bersaglio di pochi metri quadrati impeccabilmente centrato. Ma poi una simile bomba polverizzò per errore l’ambasciata cinese a Belgrado. Errore di informazione militare, si dichiarò, non balistico. Ma pur sempre errore, e molti innocenti vennero trucidati di conseguenza.
La super-precisione è un millepiedi, e tutte le zampe devono muoversi insieme. La fiammata che ha tragicamente consumato lo Shuttle in pochi secondi dovrebbe rendere più cauta la nostra fiducia nell’infallibilità della tecnologia. Può sempre esserci una zampina che non si muove all’unisono con le altre. Quando saranno completamente ricostruite le cause, molto probabilmente, risulteranno essere state piccole e, con il senno di poi, evitabili. Pare si sia trattato di frammenti di guarnizioni isolanti che si sono staccati, di piastrelle isolanti non ben connesse.
Gordon Johndroe, addetto stampa del servizio di sicurezza del territorio, e Sean O’Keefe, amministratore capo della Nasa, si sono affrettati a dichiarare che niente suggerisce la possibilità di un attentato terroristico. Sbalordisce che ci si senta in dovere di dichiararlo. Ripetuti comunicati raccomandano di tenersi lontani dai frammenti dello Shuttle e soprattutto di non toccarli, perché potrebbero essere pericolosi. Anche da prima dell’11 settembre si era detto che l’America era permeata da una «cultura della paura» (
The Culture of Fear di Barry Glassner è stato un best seller nel 1999), che coesiste con la super-fiducia nella tecnologia, e il comprensibile orgoglio per i suoi trionfi. Per esempio, Internet viene temuta come veicolo di pedofilia, si paventano onnipresenti loschi individui che allettano i bimbi direttamente a casa loro. L’universo della medicina, pur altamente raffinato, viene guardato con sospetto come somministratore di cure e farmaci esiziali, per puro errore. E’ proprio questa commistione di paura e super-fiducia in una tecnologia super-precisa che ci sta portando verso la guerra.
Dal 21 di gennaio, 1.300 maestri di scuola americani hanno aderito al programma della Nasa intitolato «Educatori astronauti». Portare le missioni spaziali in aula, con filmati, videoclip e programmi interattivi può animare e facilitare l’insegnamento della matematica, della fisica, della computer science . Purtroppo, già oggi questi insegnanti avranno anche una triste storia da analizzare. Auguriamoci che il sacrificio dei sette astronauti induca il vasto pubblico, e i politici, a meglio bilanciare il temibile cocktail, perfezionando la precisione, ma anche diminuendo la fiducia.

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