[GUASTO
AL MILLEPIEDI
Chiediamoci se
il preventivato normale rientro dello Shuttle Columbia avrebbe fatto notizia.
Intendo notizia da prima pagina. La risposta è no. Era la sua ventottesima
missione. Chi si ricorda delle precedenti?
Già non faceva notizia, molti anni orsono, Apollo 13, come il popolare film ci
ricorda. Solo i guasti e l’incertezza del rientro trasformarono, allora, quella
missione spaziale in un’odissea mozzafiato, da diretta tv in mondovisione.
Analogamente, sabato, la missione è diventata notizia solo da quando, alle 9 di
mattina della costa Est, lo Shuttle ha perso i contatti con la centrale di
Houston, e poi, da Nagocdoches e Dallas nel Texas a Shreveport in Louisiana, si
è sentito il tremendo bang, e i frammenti dello Shuttle hanno cominciato a
piovere sui tetti e sulle campagne. Ventimila chilometri all’ora la velocità di
impatto con l’atmosfera.
Circa tre gradi la finestra di opportunità per un buon rientro. Di meno, e
lo Shuttle rimbalza sul muro d’aria come una palla. Di più, e si sfrigola per
l’attrito, come tragicamente pare sia successo.
Arrivare a centrare, con la traiettoria dello Shuttle, quei piccolissimi tre
gradi mobilitano attimo dopo attimo l’eccezionale perizia degli astronauti,
quella di circa 1.500 ingegneri altamente specializzati, e tutta la precisione
di un complesso di calcolatori che non ha uguali nel mondo. Le 27 missioni ben
concluse sono un trionfo dell’ingegno umano, della impeccabile coordinazione di
uomini con uomini e di uomini con congegni di ogni sorta. Ci siamo talmente
abituati a una simile super-precisione che, appunto, una missione riuscita non
fa nemmeno più notizia. La super-precisione si combina infatti, ahinoi, con la
super-fiducia in una tecnologia supposta infallibile. Proprio adesso che la
Casa Bianca e il Pentagono stanno mostrando assoluta sicumera sulla
super-precisione delle loro bombe, avviandosi a passi spediti verso una guerra
(a dir loro) pulita, chirurgica, agghiaccia sapere che uno dei sette astronauti
periti sabato era il colonnello Ilan Ramon, primo astronauta israeliano, e
membro della missione che bombardò, nel 1981, una centrale nucleare in Iraq.
La super-precisione, va detto, è ben reale. Si dice che, dalla Guerra del Golfo
ad oggi, le bombe abbiano guadagnato ulteriore «intelligenza». Una singola
bomba, durante l’intervento nella guerra in Kosovo, polverizzò la centrale
militare di comunicazione serba, nascosta sotto una tenda: un bersaglio di
pochi metri quadrati impeccabilmente centrato. Ma poi una simile bomba
polverizzò per errore l’ambasciata cinese a Belgrado. Errore di informazione
militare, si dichiarò, non balistico. Ma pur sempre errore, e molti innocenti
vennero trucidati di conseguenza.
La super-precisione è un millepiedi, e tutte le zampe devono muoversi insieme.
La fiammata che ha tragicamente consumato lo Shuttle in pochi secondi dovrebbe
rendere più cauta la nostra fiducia nell’infallibilità della tecnologia. Può
sempre esserci una zampina che non si muove all’unisono con le altre. Quando
saranno completamente ricostruite le cause, molto probabilmente, risulteranno
essere state piccole e, con il senno di poi, evitabili. Pare si sia trattato di
frammenti di guarnizioni isolanti che si sono staccati, di piastrelle isolanti
non ben connesse.
Gordon Johndroe, addetto stampa del servizio di sicurezza del territorio, e
Sean O’Keefe, amministratore capo della Nasa, si sono affrettati a dichiarare
che niente suggerisce la possibilità di un attentato terroristico. Sbalordisce
che ci si senta in dovere di dichiararlo. Ripetuti comunicati raccomandano di
tenersi lontani dai frammenti dello Shuttle e soprattutto di non toccarli,
perché potrebbero essere pericolosi. Anche da prima dell’11 settembre si era
detto che l’America era permeata da una «cultura della paura» ( The
Culture of Fear di Barry Glassner è stato un best seller nel 1999), che
coesiste con la super-fiducia nella tecnologia, e il comprensibile orgoglio per
i suoi trionfi. Per esempio, Internet viene temuta come veicolo di pedofilia,
si paventano onnipresenti loschi individui che allettano i bimbi direttamente a
casa loro. L’universo della medicina, pur altamente raffinato, viene guardato
con sospetto come somministratore di cure e farmaci esiziali, per puro errore.
E’ proprio questa commistione di paura e super-fiducia in una tecnologia
super-precisa che ci sta portando verso la guerra.
Dal 21 di gennaio, 1.300 maestri di scuola americani hanno aderito al programma
della Nasa intitolato «Educatori astronauti». Portare le missioni spaziali in
aula, con filmati, videoclip e programmi interattivi può animare e facilitare
l’insegnamento della matematica, della fisica, della computer science .
Purtroppo, già oggi questi insegnanti avranno anche una triste storia da
analizzare. Auguriamoci che il sacrificio dei sette astronauti induca il vasto
pubblico, e i politici, a meglio bilanciare il temibile cocktail, perfezionando
la precisione, ma anche diminuendo la fiducia.
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