RASSEGNA STAMPA

2 FEBBRAIO 2003
MATTEO MOTTERLINI
[Probabilità quotidiane

Le rappresentazioni statistiche sono quasi sempre controintuitive e ingannevoli, ma c'è un modo per renderle chiare e familiari

Negli Stati Uniti ogni anno muoiono circa settantamila persone a causa di errori medici evitabili.  In Germania ogni anno centomila donne subiscono una mastectomia dopo essere risultate positive alla marmografia pur non avendo il cancro.  Ogni anno migliaia di uomini si fanno controllare la prostata senza che vi sia alcuna evidenza che una precoce diagnosi di questo tipo di cancro riduca il tasso di mortalità.  Come è possibile che ciò accada?  Come è possibile che la maggior parte delle persone, senza apparente differenza tra esperti e profani, si inganni sistematicamente nel valutare l'informazione a disposizione e nell'operare giudizi di tipo probabilistico? Lo spiega in modo semplice ed efficace attraverso casi concreti e applicazioni sorprendenti Gerg Gigerenzer, direttore del Center for Adaptive Behavior and Cognition del Max Planck Institut di Berlino, in Reckoning with Risk.  Learning to live with Uncertainty.

La tesi di fondo è che l'analfabetismo statistico dipende dal modo in cui ci rappresentiamo mentalmente il rischio.  Nel corso della sua evoluzione la mente umana non avrebbe imparato a ragionare sul rischio in termini di probabilità o percentuali, ma in termini di frequenze naturali.  Secondo Gigerenzer, uomini e animali si sarebbero evoluti imparando a monitorare le frequenze di importanti eventi in modo piuttosto accurato. I topi per esempio sono in grado di "contare" fino a sedici, come mostra la loro capacità di tirare una leva un determinato numero di volte per ottenere una dose di cibo.  La maggior parte di bambini di quattro anni cui sono fatte vedere cinque forchette di cui una spezzata in due pezzi dichiarano di vedere sei forchette, mostrando così di localizzarsi sui casi discreti piuttosto che sulle frazioni (come, per esempio, le probabilità condizionali).  Come i bambini, anche i matematici avrebbero iniziato a pensare in termini di frequenze, e solo successivamente si sono rivolti alle frazioni, alle percentuali e alle probabilità. La teoria matematica della probabilità della metà del XVII secolo è un'acquisizione relativamente recente se vista sullo sfondo dell'intero processo evolutivo.  Le conseguenze di ciò non sarebbero affatto trascurabili e - secondo Gigerenzer - continuano a influenzare i nostri giudizi di tutti i giorni.  Il seguente esperimento mentale chiarirà come.

Immaginatevi nel traffico alla guida della vostra auto in direzione dell'ambulatorio dove vi sottoporrete al test dell'HIV.  Una domanda vi attraversa i pensieri.  Quali sarebbero le probabilità di avere effettivamente il virus nel caso il vostro test risultasse positivo?  Nei giorni precedenti vi siete rapidamente documentati e potete richiamare alla mente le seguenti informazioni.  In Italia circa lo 0,01 di uomini che non hanno un comportamento sessuale a rischio sono infettati dal virus.  Se un uomo ha il virus ci sono 99,9 per cento di probabilità che il test risulti positivo (il test dell'HIV è molto affidabile).  Se un uomo non è infettato, ci sono 99,9 per cento di probabilità che il test risulti negativo.  Ebbene: quante sono le probabilità che abbiate il virus se il test è positivo?

La maggior parte delle persone ritiene che le probabilità sarebbero pari à 99 per cento o qualcosa di più. (Molti di noi, inclusi i medici, infatti, confondono la probabilità condizionale che un evento A occorra dato l'evento B - cioè che se ho l'HIV, la probabilità che risulti positivo è del 99 per cento -; con la probabilità condizionale che un evento B occorra dato l'evento A - cioè che se il mio test risulta positivo, ho la probabilità del 99 per cento di avere l'aids, Voi tuttavia vi ricordate di aver studiato un po' di calcolo delle probabilità, e in particolare vi ricordate di una regola (nota come il teorema di Bayes) che consente di aggiornare in modo rigoroso la probabilità di una data ipotesi alla luce della nuova evidenza.  Ma, come dicevo, state guidando in mezzo al traffico, non avete carta e penna e nemmeno una calcolatrice.  Che fare?

Per cominciare potreste trasformare l'informazione probabilistica in vostro possesso in termini di frequenze naturali e semplificare di molto il vostro compito mentale.  Per esempio così.  Prendiamo 10mila uomini il cui comportamento sessuale non è a rischio.  Uno di loro è infettato e risulta positivo al test praticamente con certezza (99,9 per cento).  Restano 9.999 uomini che non hanno il virus di cui uno risulterà positivo (falso positivo), Quindi in tutto due uomini risulteranno positivi al test.  Ora la domanda è: quanti di questi due uomini hanno effettivamente il virus?  La riposta adesso è a portata di mano, la nebbia che offuscava il vostro processo mentale si dirada. Potete vedere la soluzione: un uomo su due; quindi la probabilità che abbiate il virus qualora risultaste positivo al test non è affatto il 99 per cento, ma (approssimativamente) il 50 per cento. Certo, risultare positivo al test non è una buona notizia, ma avrete almeno il 50 per cento di buone ragioni per non contemplare il suicidio e per richiedere un ulteriore controllo.

Non tutti per la verità sono persuasi che la difficoltà cognitiva nel trattare l'incertezza risieda nella fondamentale differenza tra percentualismo e frequentismo (alcuni esperimenti mostrerebbero che non è così).  E anche sulla giustificazione evolutiva a pensare in termini non probabilistici ma frequentisti si potrebbe discutere.  E' noto che gli argomenti evolutivi possono essere utilizzati per giustificare teorie anche meno plausibili di questa.  Ciononostante lo scopo di Gigerenzer è ambizioso e importante: fornire gli strumenti mentali per imparare a ragionare in modo statisticamente accurato attraverso un'idonea rappresentazione del rischio.  L'illusione di certezza può essere creata ad arte e sfruttata per scopi politici, economici e commerciali.  In questi casi l'ignoranza statistica diventa un vero e proprio limite alla libertà individuale.  Fin dall'antichità l'uomo ha bramato la certezza.  Durante l'Inquisizione la tortura era utilizzata per scoprire verità certe; il nobile fine giustificava i rozzi mezzi.  Forse non é un caso che la teoria matematica della probabilità sia emersa solo quando l'uso della tortura iniziava il suo declino, e la Riforma e la Controriforma avevano eroso il mito del sapere incontrovertibile. I nuovi e pìù modesti standard di verità che si imposero sostituirono la ricerca della certezza con la ricerca di giudizi ragionevoli in condizioni di incertezza.  Gigerenzer ci mette in guardia dai pericoli di un moderno oscurantismo che, sfrutta i nostri limiti cognitivi quando dobbiamo "calcolare il rischio".

 

Gerg Gigerenzer, «Reckoning With Risk.  Learning to live with Uncertainty», Penguin, Londra 2002, pagg. 320, £ 14,99.

 

 

inizio pagina
vedi anche
Il pensiero matematico