[Se i poteri impongono un'identità
Amartya Sen, Nobel per l'economia e filosofo, analizza le radici
dell'odio
«La maggior parte delle
persone sono qualcun'altro», osservava Oscar Wilde. Forse per suggerire che
quando dimentichiamo la nostra facoltà di appartenere a mille identità diverse,
forzati e convinti di averne soltanto una, pura ed integra, rischiamo
l'intolleranza, l'odio, spesso la guerra. Ti aspetti che l'argomento venga
illustrato da un filosofo, non certo da un'economista. Ma quando si tratta di
Amartya Sen, Premio Nobel per l'economia nel 1998, allora è un'altra cosa.
Sen è un indiano che si è formato alla scuola di Rabindranath Tagore, altro
Nobel, ma per la poesia, è cresciuto accademicamente tra gli anglosassoni ed è
un economista atipico, legato alla filosofia morale e capace di intrecciare il
pensiero delle diverse discipline. Alla Fondazione Cini di Venezia ha condotto
una «lezione magistrale» semplice ed intensa, come solo i grandi filosofi, o i
veri economisti, sanno fare. Il contesto è il XX Corso Seminariale di
Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri. La
giornata di ieri era dedicata all'«irrealtà quotidiana» e ai problemi della
contemporaneità, fra attualità e cultura. Tra gli ospiti, un altro acuto
economista come Angelo Tantazzi, e poi Herbert Lottmann, tra i più grandi
cultori ed esperti del mondo dei libri, i filosofi Remo Bodei e Salvatore Veca,
la scrittrice Fleur Jaeggy o il pensatore Umberto Eco. Gli incontri di oggi,
che concludono il seminario della Scuola per Librai, si dedicano al «Passato e
futuro della libreria». Gli argomenti di ieri mescolavano invece temi più
generali, come l'economia reale e quella virtuale, il mondo dopo le grandi
passioni politiche o le nuove forme della comunicazione.
Se si vuole cercare un «collante» fra i temi, si ritorna ad Amartya Sen.
Perchè, ragionando attorno all'idea di identità, Sen ha evidenziato la soglia
in cui un individuo, uno stato o una comunità, possono aprirsi al mondo oppure
rischiare di rinchiudersi in un baratro pericoloso. «Siamo tutti coinvolti in
identità diverse - sottolinea l'economista filosofo - scegliendo di volta in
volta collettività diverse a cui appartenere: a seconda della necessità ci
ricordiamo di far parte di una categoria professionale, di un popolo, di una
squadra sportiva, di un genere sessuale». Le presunzioni tradizionali,
sottolineate da Sen, sarebbero invece quelle di credere di possedere una sola
identità e poi la convinzione che sia connaturata, da scoprire invece che da
scegliere. «Però attenzione - continua - sotto la magia di nuove identità
appena costruite, c'è chi, per esempio, ha scoperto all'improvviso di non
essere più jugoslavo, ma serbo, e quindi doveva odiare bosniaci o albanesi. E'
capitato troppe volte nella storia e continua ad accadere». Così, dopo l'11
settembre, molti cercano di capire parlando di scontro fra civiltà diverse.
«Non credo - insiste Sen - che si possa parlare di assenza o presenza di
scontro fra civiltà: il problema è che i poteri impongono l'intimazione di un'identità
e si fondano sulla presunzione che l'umanità sia classificabile in civiltà
distinte da identità precise». L'idea dell'economista filosofo, che intreccia
per nascita e cultura l'oriente e l'occidente, si basa invece sul concetto che
ogni identità si formi e muti nel corso della vita. Sarà un caso, ma diversi
argomenti, trattati da Remo Bodei, nell'incontro «L'età della colonizzazione
delle coscienze», trovano evidenti corrispondenze. Per il docente che a Pisa
insegna Storia della Filosofia, il Novecento è stato anche storia del continuo
potenziamento e della raffinazione dei mezzi di seduzione per ottenere il
consenso, passando dalla coercizione violenta delle dittature fino alla
«morbida colonizzazione della coscienza, attraverso radio e televisione e
seducenti mezzi di massa». In una visione preoccupata, Bodei ha raccontato di
una progressiva «desertificazione del futuro, per una cultura interessata
esclusivamente al presente». Dà però suggerimenti ottimisti: «andar di bolina,
cioè controvento, ma utilizzando quel vento che per altri versi ci contrasta».
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