RASSEGNA STAMPA

24 GENNAIO 2003
FRANCESCO PICCIONI
[Il principio dei rotassani
Una macchina molecolare di dimensioni nanometriche, miliardesimi di millimetro, per una «scrittura» non più basata su supporto magnetico come avviene oggi nell'informatica. Una scoperta a firma di due ricercatori del Cnr di Bologna, Fabio Biscarini e Massimiliano Cavallini, dell'inglese David Leigh e di Francesco Zerbetto, dell'università di Bologna
La ricerca di base italiana batte un altro colpo e dimostra quanto sia miope la scelta di chi - governo in testa - pensa sia meglio dirottare i fondi (sempre meno) verso la sola ricerca applicata. Un gruppo di ricercatori italiani (Fabio Biscarini e Massimiliano Cavallini dell'Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Cnr di Bologna, Francesco Zerbetto dell'università di Bologna) e David Leigh, dell'università di Edinburgo, hanno scoperto un nuovo principio per poter scrivere informazione. Invece di usare l'abituale supporto magnetico che domina nell'informatica, la scrittura avviene su un sottilissimo film composto di rotassani, macchine molecolari di dimensioni nanometriche (un nanometro equivale a un miliardesimo di millimetro). Lo strumento per scrivere è un microscopio a forza atomica, che permette di «accarezzare» la superficie del film provocando - in modo assolutamente controllato - l'emersione oppure no di «nano-palline» in corrispondenza dei singoli rotassani. Da un certo punto di vista, dunque, queste molecole si presentano come un'alternativa alla polarità elettrica del supporto magnetico (che la testina laser scrive o legge come 0 oppure 1). Si trattasse soltanto di questo, si tratterebbe già di un buon risultato. Ma forse non sarebbe bastato per ottenere la pubblicazione su una rivista come Science. Le proprietà meccaniche dei rotassani sono infatti tali da rendere ipotizzabile un numero ancora incalcolato di possibili applicazioni. Questa macchina molecolare - realizzata da David Leigh - è composta di soli due elementi: uno a forma di filo, che fa da nucleo, e un'altra a forma di anello che gli ruota attorno. Uno stimolo esterno (meccanico, luminoso o di altra natura) provoca uno spontaneo allineamento delle molecole in corripondenza dei punti «accarezzati», dando così vita a delle catene di «nano-palline» di 20-40 nanometri di diametro distanti tra loro 100 nanometri. I vantaggi rispetto al supporto magnetico sono fondamentalmente tre: le piccole dimensioni delle «palline», che consentono una maggiore densità di informazione all'interno di uno stesso spazio; l'assoluta precisione delle dimensioni e dell'allineamento; la «non planarità» del supporto. Quest'ultima proprietà rompe la rigidità geometrica bidimensionale del classico supporto magnetico, consentendo di ipotizzare strutture geometriche tridimensionali molto più complesse e flessibili; e campi di applicazione tecnologica praticamente illimitati e, finora, neppure ipotizzati.

Il professor Biscarini, in proposito, preferisce evitare le trappole della «scienza spettacolo» e si limita alle prospettive più attendibili. Informatica a parte - la densità di informazione nanotecnologica sarebbe circa 5 volte superiore a quella di Dvd e cd, arrivando a stipare 100 gigabyte in un pollice quadrato - «si può pensare al campo dei sensori, perché il film di rotassani cambia forma in superficie a causa di uno stimolo; oppure anche al riconoscimento di molecole biologiche, e quindi ai bio-chip». Ed è certamente curioso un principio per cui «più è sottile lo spessore del film, maggiore è la densità di informazione disponibile». Si può spingere l'immaginazione più in là, ma è inutile «fare fantascienza».

Un successo, dunque. Ma a quale livello? «La nostra ricerca è sui fondamenti, la parte applicativa è di là da venire». Ad esempio: la scoperta riguarda il principio di scrittura, non quello di lettura. Il microscopio a forza atomica, in questo secondo ruolo, sarebbe troppo lento e ingombrante. La ricerca, dunque, si rivolgerà fin d'ora su questo secondo obiettivo (anche il processo di «riscrittura», per ora, può avvenire solo in condizioni di laboratorio). Ma senza la «ricerca di base», quella su cui ogni centro di finanziamento obbediente alla logica della profittabilità immediata è istintivamente disposto a risparmiare, nessun avanzamento reale sarebbe possibile. Le ricadute tecnologiche dipendono dalla comprensione completa dei principi, altrimenti produce solo fallimenti (magari anche divertenti, come la gattina «clonata» che non somiglia alla madre). Del resto, spiega Biscarini, già la scoperta resa nota ieri ha del miracoloso: ha infatti utilizzato fondi della Commissione europea per il «training dei giovani ricercatori», impiegandoli in modo singolarmente efficace. Il fatto che per vedere le implicazioni tecnologiche e produttive di questa scoperta sia necessario attendere (e investire risorse) dai 5 ai 10 anni non dovrebbe spaventare una classe dirigente seria. Che purtroppo, e bipartisan, non c'è.
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