![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 GENNAIO 2003 |
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È possibile comprendere lo spirito del nostro tempo attraverso le
costruzioni dell’architettura? È possibile che un grattacielo ci dica qualcosa
intorno all’uomo moderno così come le ottave del Poliziano compendiavano lo
spirito umanista? Certo, è possibile. Ne è convinto il filosofo Emanuele Severino
che nel libro Tecnica e architettura (Cortina, pagg. 125, euro 8,50) ripercorre
le figure architettoniche della millenaria tradizione occidentale alla ricerca
del senso del mondo in esso contenuto, mettendo in luce l’essenziale nichilismo
della nostra storia, a cui anche l’architettura contemporanea va ricondotta.
«Anche nelle opere d’arte», dice Severino, «è ritrovabile il senso globale del
processo in cui consiste la storia dell’occidente e che consiste nella
progressiva distruzione delle forme e delle strutture stabili, dei valori e
delle verità assolute, nella progressiva distruzione del "divino".
Per quanto riguarda l’architettura il tempio greco rappresenta ad esempio
quell’ordinamento eterno del tutto che in campo architettonico vuole dire ordinamento
definitivo, matematico, epistemico dello spazio, evocato dall’anima della
tradizione occidentale. Questa anima è però destinata a perire. Oggi tutti
sappiamo distinguere la cosiddetta arte contemporanea, l’arte astratta
dall’architettura tradizionale. Raramente, invece, riusciamo a capire
l’inevitabilità di questa astrazione, ovvero che in essa si rispecchia quella
distruzione inevitabile dell’anima della tradizione occidentale».
Possiamo dunque leggere l’architettura contemporanea come una teatralizzazione
del nichilismo?
«Direi come la teatralizzazione della forma rigorosa del nichilismo, così come
lo sono Leopardi, Nietsche e Gentile, ovvero il nichilismo che espunge da sé
gli eterni che rendono impossibile il divenire».
Mettiamo a confronto, per capirci meglio, due forme opposte: la cupola delle
chiese e il grattacielo.
«La cupola esprime la protezione che il cielo immutabile esercita sui mortali,
è il simbolo dell’ordinamento eterno del mondo. Con le sue forme geometriche
prestabilisce il movimento degli officianti, gli toglie quella libertà ad esso
essenziale, lo irrigidisce sottoponendolo alla regola dell’involucro: la cupola
architettonica rispecchia la cupola ontologica. Il grattacielo è l’opposto.
Infrange la cupola del cielo così come la filosofia contemporanea infrange
l’ordinamento eterno. È impensabile e irrealizzabile indipendentemente dalla
"morte di Dio" di cui parla Nietzsche».
L’attentato alle torri gemelle ha costretto gli architetti a pensare a nuove
forme abitative. Forse è la prima volta nella storia che questo succede.
«Non è vero. C’è il precedente delle armi da fuoco. L’artiglieria rese
inefficace la muraglia e corrispose a uno dei modi in cui si presenta il
divenire del mondo che travalica le barriere».
D’accordo, ma la faccenda delle torri gemelle è più complicata.
«È più complicata perché il responsabile della loro distruzione, la parte
fanatica dell’Islam, appartiene a quella tradizione dell’occidente che è
destinata al tramonto. Se le torri gemelle sono il simbolo del tempo presente
che dice addio al passato divino (architettonicamente alle cupole divine), ciò
che è stato distrutto è quello che è destinato al futuro, ovvero il rigore del
nichilismo a cui spetta il futuro, mentre l’Islam, così come il cristianesimo,
si collocano in quel passato che è destinato al tramonto».
Oggi però gli architetti si orientano verso forme più morbide, orizzontali,
protettive, meno esposte, persino cupoliformi.
«Se si pensa alla capacità distruttiva dell’Islam allora queste scelte esprimono
un’esigenza di sicurezza giustificabile temporaneamente. Il tempo intermedio è
infatti quello in cui di certo crescerà il bisogno di sicurezza a scapito della
libertà, un tempo di pericolo da attraversare prima che si arrivi alla libertà,
al paradiso della tecnica in cui la pericolosità delle forze ideologiche sarà
superata».