RASSEGNA STAMPA

18 GENNAIO 2003
VITTORINO ANDREOLI
[Erasmo, padre dei pacifisti

«Mentre l’autore del "Principe" vedeva solo lo Stato forte, gli umanisti iniziarono quella che oggi si chiamerebbe una campagna pacifista»«I movimenti di pace producono progetti tra gli Stati ma sviluppano una tendenza a negare lo Stato. Il pensiero dell’autore dell’"Utopia" non ha vinto nella storia mentre ha dominato quello di Machiavelli»

Occorre riappropriarsi del rifiuto morale della guerra, di uno strumento di morte per ottenere risultati utili e dunque raggiungere scopi politici. Occorre avere presenti non solo le guerre del passato, ma anche le attuali e fissare il volto macabro della distruzione umana che provocano. Espressione della violenza e della stupidità decorate di falso.
I cittadini non devono pensare che la democrazia sia soltanto il diritto ad un voto, che potrebbe anche giungere solo a legittimare una dittatura più o meno mascherata, ma una condizione per controllare attivamente il potere fino alla resistenza e all'opposizione quotidiana. Il voto ormai lo si compra con uno spot. Bisogna invece costruire dentro ciascuno un sistema di princìpi che è anche odio alla guerra e voglia di pace.
Storicamente viene alla memoria l'irenismo, nato nel sedicesimo secolo a seguito della violenza delle guerre dell'inizio di quel secolo e in Italia in particolare dopo la sanguinosa battaglia di Ravenna (1512). Si attivò un movimento a favore della pace con il quale gli umanisti tentarono di convincere i prìncipi degli inestimabili benefici della pace. Mentre Machiavelli vedeva solo lo Stato forte, gli umanisti iniziarono quella che con linguaggio d'oggi chiameremmo una vera campagna pacifista. Gli scritti di Erasmo da Rotterdam sono un eloquente esempio degli orrori e soprattutto dell'inutilità della guerra. Egli dà forza agli argomenti dell'amico Tommaso Moro, soprattutto nell'Elogio della follia. (È curioso che il capo del governo italiano si vanti di averne curato una edizione con ampia prefazione!)
Erasmo è il primo teorico del pacifismo. Ha scritto cinque saggi interamente indirizzati contro la guerra. Nel 1504 lo rivolge a Filippo il Bello, nel 1514 al vescovo di Cambrai e gli chiede «di volere come principe cristiano, in nome di Cristo, cercare la pace», nel 1515 fra gli Adagia pone il saggio Dulce bellum inexpertis, nel 1516 ammonisce il giovane imperato re Carlo V (Istruzioni ad un principe pio e cristiano) e infine nel 1517 pubblica il Lamento della pace respinta e schiacciata da tutte le nazioni in cui proclama che «Il mondo intero è una patria comune». Per giungere ad un'armonia tra gli uomini e evitare i contrasti è necessario abolire ogni violenza, particolarmente la guerra «naufragio di ogni buona cosa». Si oppone con passione alla litigiosità, alle discordie dei principi, nonostante si renda conto della vanità dei suoi tentativi: «siamo giunti - dice - al punto che è considerato bestiale, stolto e anticristiano aprire la bocca contro la guerra». Egli arriva ad affermare con Cicerone: «una pace ingiusta è sempre migliore della guerra più giusta». Trova la causa della guerra in chi vuole trionfare e afferma invece l'ideale sommo del conciliare e armonizzare ogni divergenza contro il fanatismo.
Zweig, interprete del pensiero di Erasmo in termini moderni, scrive: «È stato il fanatismo, questo bastardo fra spirito e forza bruta, a voler imporre all'universo intero la dittatura di un pensiero, anzi del proprio pensiero, quale unica forma lecita di vita e di fede e a scindere così la comunità umana fra amici e nemici, fra seguaci e avversari, eroi e delinquenti, credenti e eretici. Il fanatismo, riconoscendo solo il proprio sistema, ammettendo solo la propria verità, è costretto a valersi della violenza per sopprimere, entro la molteplicità dei fenomeni voluta da Dio, ogni altro vero». (S. Zweig, Erasmo da Rotterdam, Milano,1937, p.137). E così gli uomini ciecamente non vogliono comprendere che la guerra significa sempre ingiustizia e che sempre i mali della guerra ricadono sul popolo che nulla guadagna e sugli innocenti. «Il peggio tocca a coloro che nulla hanno a che fare con la guerra e anche se tutto finisce nel modo migliore, la fortuna di una delle parti apporta il danno e la rovina dell'altra». Perciò il principe «mai…dovrebbe esser più prudente che nell'indursi alla guer ra , né dovrebbe insistere nel suo diritto, giacché chi non considera la propria come causa giusta?». E aggiunge: «una guerra sgorga dall'altra e da una ne nascono due». Opponendosi alla guerra, Erasmo propone la grande idea di Agostino della «pace cristiana nel mondo» e si scaglia contro la Chiesa che l'ha abbandonata. «Non si vergognano i teologi e i maestri di vita cristiana di essere stati eccitatori, suscitatori e promotori principali di una causa che Cristo ha tanto intensamente odiato?»; e più avanti: «Come possono ritrovarsi insieme il pastorale e la spada, la mitra e l'elmo, il Vangelo e lo scudo? Come si converrà di predicare insieme Cristo e la guerra, di chiamare con una sola tromba Dio e il demonio?».

Oggi questo pericolo non si nota, almeno a sentire il Pontefice, anche se deve essere chiaro che un premier o chiunque si dichiari cristiano e voglia la guerra, appare come un mistificatore, un venditore di maschere che puzzano tutte di potere.
Il pacifismo è difeso anche dai pittori del tempo di Erasmo, come Albrecht Durer nella celebre stampa "Il cavaliere e la morte". Un movimento che ebbe un effetto, anche se per lo più solo di facciata, nel Trattato tra Carlo V e Clemente VII (29 Giugno 1529) in cui si legge: «contrahentes ipsi ad pacem universalem tendent».
Un altro grande difensore della pace è Tommaso Campanella, che nel Monarchia Messiae scrive: «I mali che rattristano il mondo provengono dalla guerra». Campanella aveva combattuto Machiavelli per la sua idea dello Stato come pura forza.
L'irenismo non produce solo una propaganda affettiva contro la guerra, ma promuove anche la proposta di sistemi per una società degli Stati. Un indirizzo che tende a sconfinare con le Utopie che in questo periodo si moltiplicano nella voglia di sostituire appunto gli Stati della guerra: da quella di Bacone (La Nuova Atlantide) a quello dello stesso Campanella (La città del sole) a quella del tedesco Andrea (Rei publi cae Christianopolitanae descriptio).
Se da un lato l'orrore della guerra genera movimenti di pace che tendono a produrre progetti di pace tra gli Stati, dall'altro si sviluppa una tendenza a negare valore allo Stato e alla politica, in una direzione che va verso l'anarchia che, se non ancora nella forma propria e strutturata dell'Ottocento, già ha insito il disinteresse per gli affari dello Stato che vanifica l'idea di "civis", cioè dell'uomo un membro attivo della comunità politica.
Un vero tarlo che richiama il tempo presente. Questo movimento parte dall'idea di Guicciardini laddove nei Ricordi sostiene che l'uomo savio è quello che lascia al sovrano la cura illimitata della cosa pubblica e in tal modo «fugge il nome di ambizioso e non s'ingolfa tanto nello Stato». Insomma un'anarchia di fatto, prima come delega totale e disinteresse pieno e successivamente anarchia nella forma di negazione dello Stato e di ogni suo senso.
Uno scritto illuminante a qu esto proposito è l'ideale "Abbazia di Thelème", di Rabelais, descritta nel Gargantua (1532), che si regge in base a una sola e semplicissima legge: «Fais ce que vouldras». L'idea anarchica si trova in molte opere anche italiane del tempo.
Queste idee hanno una forte componente ascetica e contemplativa che attirano in un mondo che non ha nulla a che fare con la realtà degli Stati. E non a caso di questo stesso periodo sono gli anabattisti che vivono in comunità fuori dal mondo, simile per molti versi a quelle del Medio Evo. Si sostiene: «Noi abbiamo rinunciato al mondo… i nostri beni saranno comuni, noi formeremmo una sola comunità rigenerata, una sola fraternità nuova e divina».
È persino sconvolgente trovare in questo lontano periodo storico tutte le espressioni che si rilevano oggi nel tempo presente: da una parte un disimpegno della partecipazione allo Stato fino a non riconoscere nemmeno i limiti tra diritto e morale. La reazione a fuggirlo dentro un anarchismo d i fatto, se no n dottrinale, e vivere come se lo Stato non ci fosse, attaccati ad una libertà dello spirito che genera sètte di ogni tipo e elegge a divinità un qualche santone televisivo.

Purtroppo il pensiero di Erasmo non ha vinto nella storia, mentre ha dominato quello di Machiavelli. È probabile che anche oggi la stupidità della guerra vinca sul bisogno di pace e sulla logica della pace. È bene, comunque, che il Papa gridi anche senza ascolto e che persino un nulla come chi scrive continui a esprimere la voglia di pace e la follia di quei "sapienti" che mescolano parole per fare la guerra riducendo la loro dignità ad arroganza.
Occorre che il popolo abbia consapevolezza che se un uomo americano o europeo, rappresentando ciascuno di noi, può giungere a fare guerra anche in mio nome e in nome dei tanti Erasmo del nostro tempo, la democrazia si è squalificata. Mala tempora.

 

 

 

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Filosofia (e) politica