![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 GENNAIO 2003 |
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Il
linguista Tullio De Mauro e il fisico matematico Carlo Bernardini autori di un
libro a quattro mani, «Contare e raccontare»
Confronto
tra le due culture, quella umanistica e quella scientifica
Contare e raccontare sono
in greco espressi in una sola parola, logos, ma anche in alcuni nostri
dialetti, come il napoletano cunto. È questa sintesi che pare ideale al
linguista Tullio De Mauro e al fisico matematico Carlo Bernardini, autori
di un libro a quattro mani sulle due culture, quella umanistica e quella
scientifica, che Laterza manda in libreria tra qualche giorno. Il volume così
si intitola proprio «Contare e raccontare» e cerca di instaurare un discorso
costruttivo sul confronto tra cultura umanistica e cultura scientifica per spiegarne
le interconnessioni e l'impossibilità sostanziale e appunto culturale di farne
due aree distinte. Basta cominciare col rispondere, tra l'altro, alla domanda
se descrivano meglio il mondo i numeri o le parole.
«Servono tutti e due - spiega De Mauro - senza parole i numeri direbbero poco,
perchè queste ci sono sempre, inevitabilmente, prima e dopo i numeri e le
formule, per capirle e arrivare a poterle usare. Senza parole i numeri non
sarebbero nati e non li capiremmo. Traduciamo tutto in parole, a un certo
punto, come intuì per primo Leibniz. E tale concetto è alla base della
nascita dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert».
Non lo contesta Bernardini, che però tiene a far notare come «una formula possa
essere di una eleganza estrema e avere un potere evocativo enorme, richiamando
con 10 simboli tutta una parte dell'universo. La verità è che la gente crede
che un'equazione serva a calcolare numeri utili per altri calcoli: è un
pensiero da trogloditi. La struttura formale di un'equazione manifesta simmetrie
esemplari, proprietà generalizzabili, ed è capace di rivelare cose impreviste,
che persino chi l'ha scritta e creata non pensava nemmeno esistessero in essa. Certo
bisogna conoscere bene il linguaggio matematico».
Da quando a metà degli anni '50 Charles Snow aprì con un suo polemico saggio
intitolato proprio «Le Due Culture» un aspro dibattito anche nel nostro paese,
«molte cose sono sostanzialmente cambiate negli anni tra i '70 e i '90 -
avverte De Mauro - rispetto a quando, nei primi anni '60, un biologo come
Giuseppe Montalenti offrì propri interventi a un quotidiano, ottenne un netto
rifiuto. Si pensi a quanto hanno fatto le trasmissioni tv di Piero Angela e
quelle consimili, dalle mediche alle ambientaliste, che sono seguite. Oggi poi
non c'è quotidiano che non abbia le sue pagine scientifiche di informazione
dignitosa e corretta e Montalenti sarebbe una firma ricercatissima».
Non riesce ad essere d'accordo Bernardini, l'unico dei due a citare almeno una
volta Snow nelle 160 pagine del loro libro, per contestare chi lo ricorda come
origine di un dibattito sorpassato: «Ma quando mai! Che se alcune cose vanno
certo meglio, tante altre vanno peggio - come esclama, riscaldandosi, il
matematico e direttore di "Sapere" - I mezzi di comunicazione di massa
sono sempre più dominati dalla cultura umanistica e letteraria e la scienza non
è nelle pagine culturali, ma in sue pagine a parte. Ma questo è il minimo: si
presenta la scienza come qualcosa di concreto, si dà spazio al viaggio nel
tempo o ai confini del cosmo, si avallano le idee di soprannaturale, di fortuna
e destino, si gioca sulle curiosità e i fatti da Guinness dei primati, come è
accaduto col teorema di Fermat.
Così il pensiero sistematico è qualcosa sempre più lontano, assieme alle
suggestioni classiche della scienza, come conoscenza e filosofia della natura. Le
false certezze oggi paiono più affascinanti dell'evidenziare e indagare i
limiti».
Per Bernardini «è un errore pensare che il nostro tempo sia scientifico per
antonomasia, perchè la nostra è epoca tecnologica, non scientifica: il suo
pensiero dominante è quello delle istruzioni per l'uso».
In «Contare e raccontare», il linguista e il matematico, tirano in ballo un pò
di tutto, si cita Croce come Popper, Cicerone e Galileo, ma anche Borges e
Totò, tra citazioni, aneddoti, ricordi e questioni le più incredibili, come
l'utilità del latino oggi o se sia più fruttuoso per la divulgazione l'inglese
o il leccese. Bernardini è infatti di Lecce e ricorda come cercò di tradurre
nel suo dialetto la telecronaca e i commenti sullo sbarco sulla Luna nel 1969,
accorgendosi di come ogni cosa acquistasse colore ma perdesse plausibilità. In
questo contestato da De Mauro, sicuro che ogni lingua possa esprimere qualsiasi
concetto con dignità.
Quanto a Totò, se ne parla come di un autore di paradossi e contraddizioni,
partendo dalla battuta: «Toglimi una curiosità, ma quel tuo zio è ancora
morto?», interrogativo scientificamente certo rassicurante, ma del tutto
inutile.
E così si prosegue appunto per oltre 150 pagine, tra il serio e il curioso,
sicuri però, sin dall'inizio, che per descrivere il mondo siano necessari i
numeri quanto le parole.