![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 GENNAIO 2003 |
|
Prevalgono
i toni positivi nel rapporto 2003 del Worldwatch Institute, ma i motivi per
preoccuparsi sono molti
E’
improntato all'ottimismo «The State of the World 2003». E’ il rapporto sullo
stato di salute ecologico e sociale del mondo che, come è ormai tradizione da
vent'anni a questa parte, è stato reso pubblico nei giorni scorsi dal
Worldwatch Institute di Washington. Si tratta di un ottimismo cauto,
intelligente, critico. Che non nasconde
le difficoltà e i punti di crisi. Ma è
pur sempre un messaggio ottimistico, quello
che Christopher Flavin, il presidente che ha preso il posto dello
storico fondatore Lester Brown, e i suoi collaboratori vogliono lanciare dalla
sede di uno dei primi e più noti istituti sciéntifici di politica e di economia
ecologica.
Non
è un messaggio da trascurare. E non
solo perché molti problemi dello sviluppo sostenibile del pianeta si avviano
davvero a soluzione. Come quelli documentati
dallo «State of the World 2003»: grazie a efficaci politiche di incentivazione,
l'uso dell'energia solare ed eolica, ovvero di energia rinnovabile, negli
ultimi cinque anni è cresciuto del 30% in paesi come la Germania, il Giappone e
la Spagna (contro l'1-2% di crescita dei consumi di combustibili fossili, fonti
non rinnovabili di energia); grazie alla Convenzione delle Nazioni Unite, la
produzione mondiale di clorofluorocarburi è diminuito dell'81% nel corso degli
anni '90 dello scorso secolo e ora il buco dell'ozono sull'Antartide comincia
finalmente a diminuire; grazie alla «Global Polio Eradication Initiative», un
progetto dell'Organizzazione Mondiale di Sanità i casi di poliomielite nel
mondo tra il 1988 e il 2001 sono crollati da 350.000 a soli 480.
Il
messaggio di ottimismo non è da trascurare anche perché, come rileva
Christopher Flavin nella prefazione al rapporto, uno sciame crescente di
movimenti, di organizzazioni non governative, ma anche di aziende e persino di
aziende multinazionali, partecipa dal basso alla concreta costruzione di un
sistema economico globale ecologicamente e socialmente più sostenibile. Tutto questo è ottimo cibo per alimentare il
nostro ottimismo e accettare la sfida indicata dal Worldwatch Institute:
mobilitare i governi, le imprese e la società civile per edificare un'economia
sana per gli uomini e per il pianeta.
Tuttavia,
il nostro deve essere un ottimismo della fede, non può essere l'ottimismo della
ragione. Perché alcuni potenti fattori
che sono emersi negli ultimi anni lavorano per il «non sviluppo non
sostenibile». E questi fattori che
inducono al pessimismo della ragione sono infinitamente più potenti dei fattori
su cui il Worldwatch Institute fonda il suo cauto e critico ottimismo. Questi fattori sono emersi in modo esplicito
a Johannesburg, in occasione del recente vertice mondiale sullo sviluppo
sostenibile. Sono stati proposti da uno
sponsor d'eccezione, gli Stati Uniti di George W. Bush. Sono stati puntualmente registrati dal
Worldwatch Institute nel nuovo rapporto sullo stato dei pianeta. E sono essenzialmente due: una delega totale
al mercato per risolvere i problemi e dello sviluppo e della sua sostenibilità;
la fine degli sforzi, durati mezzo secolo, per forgiare quella che Christopher
Flavin ha definito la «cooperative global community», la comunità mondiale
cooperativa prodromo di un governo mondiale dello sviluppo sostenibile.
Il
Worldwatch Institute ha ben presente il rischio, gravissimo, connesso alla
strategia di Bush di affossare la faticosa ricerca di intese multilaterali per
il governo del pianeta a vantaggio delle negoziazioni bilaterali. Il rischio è quello di precipitare il mondo
nel caos e, in particolare, di acuire le divergenze tra il Nord e il Sud del
pianeta. Non a caso «The State of the
World 2003» rimarca il fatto che mai le differenze di posizione tra l'Occidente
e i Paesi in via di sviluppo in tema di politiche finanziarie e commerciali
erano state così profonde come quelle emerse a Johannesburg. Tuttavia questo
rischio, pur gravissimo e pur associato a una serie di indicatori negativi
(dall'incremento della velocità di erosione della biodiversità alla crescita
dei problemi di governo delle megalopoli del Terzo Mondo), non è sufficiente,
secondo il Worldwatch Institute, a dare maggior peso al piatto del pessimismo
sulla bilancia dello sviluppo sostenibile.
Il piatto dell'ottimismo, sia pure di misura, vince ancora, sostengono
gli analisti di Washington, proprio perché aumentano i gruppi, le
organizzazioni, i movimenti, le imprese - sia del Primo che del Terzo Mondo -
che lavorano per lo sviluppo sostenibile.
Questo insieme cangiante a caotico di forze che sono state definite
«global issues networks», reti di gruppi che si pongono problemi globali, può
riuscire ad annullare le conseguenze della crisi della politica multilaterale e
a realizzare concreti obiettivi sostenibili locali (si pensi per esempio alla
legge varata in California che mette un limite alle emissioni di gas serra
delle auto), anche grazie al mercato (si pensi, per esempio, ai 280 accordi tra
imprese e organizzazioni non governative raggiunti a Johannesburg per
realizzare progetti sostenibili).
Questo argomento, però, appare meno ben argomentato degli altri. Lo spontaneismo e la spinta dal basso possono essere utili a realizzare progetti singoli, anche importanti. Ma è difficile che possano dare un'impronta di sostenibilità a un mondo in cui rischia di dissolversi ogni forma di «cooperative global community» e in un'economia governata solo dalla mano invisibile del mercato. I 280 accordi spontanei di Johannesburg rappresentano in totale una cifra che non solo è una pallida ombra della cifra 625 miliardi ai dollari l'anno, che a Rio de Janeiro nel 1992 fu indicata come necessaria per imboccare la via dello sviluppo sostenibile, ma è persino una piccola frazione dei pochi soldi, un miliardo di dollari o giù di lì, effettivamente messi a disposizione dalla avara «cooperative global community» a Rio con il rifinanziamento della GEF, la banca dello sviluppo sostenibile.
E’ difficile credere che, con questo volume di attività concrete messo in cantiere, i pur meritori «global issues networks» possano avviare a soluzione anche solo alcuni dei gravi problemi indicati dal Worldwatch Institute. La malaria che uccide 2,1 milioni di persone ogni anno (più dell'Aids); l'inquinamento di aria, acqua e terra che uccide 2 milioni di bambini ogni anno; la perdita di specie di uccelli, che oggi è superiore di 50 volte al tasso normale di estinzione; lo scioglimento dei ghiacci che pare essere raddoppiato dal 1988 a oggi. E’ difficile credere nel messaggio di fondo del rapporto Worldwatch 2003. A meno di non possedere, appunto, un ottimismo delle fede che vince sul pessimismo della ragione.