RASSEGNA STAMPA

11 GENNAIO 2003
ALFONSO CARIOLATO
[La fine della filosofia
Appunti di filosofia

Vi è una sorta di paradosso che attraversa il pensiero contemporaneo. O meglio, qualcosa che ha cominciato a succedere con Hegel e che in termini diversi Nietzsche e Heidegger, tra gli altri, hanno scandito in maniera decisiva. Quanto accade infatti è sempre al di là di noi pur essendo in un certo senso ciò che ci è più proprio, e l’accadere del pensiero non sfugge a questo anticiparsi e sorprendersi. Heidegger lo chiamava "fine della filosofia" e costituisce ormai, lo si voglia o no, la modalità stessa in cui si declina il pensiero. Un’evidenza, si potrebbe dire, con tutto il carico di enigmaticità che proprio la sua perentorietà porta con sé. Qualcosa di irreparabile. Niente, tuttavia, di destinale: nessun decreto divino o ingiunzione esterna allo svolgersi stesso del mondo. E il paradosso sta nel fatto che la filosofia (o ciò che ne resta) diventa sempre più cosmopolita - com’era d’altronde il suo presupposto fin dalle origini - nell’accadere stesso della sua fine. Perché la fine è un’apertura o l’aprirsi stesso di quanto chiamiamo filosofia. Non c’è alcun misticismo o irrazionalismo in tutto questo, quanto qualcosa che può forse essere letto attraverso il detto di Pindaro, che Nietzsche farà proprio, a proposito del diventare ciò che si è proprio di ogni cosa che è. Infatti, la filosofia che si emancipa dal mito e dalla religione facendo del logos, della ragione, lo strumento di indagine della realtà si costituisce fin da subito come pensiero finito. E se parla, come parla, di dèi e più tardi di enti sovrasensibili lo fa sempre a partire dalla prospettiva della ragione, dunque del finito. In ciò si differenzia da ogni teologia, anche nel medioevo per quanto ne fosse l’ancella. Inoltre, la riflessione sul finito in quanto tale (in opposizione o in accordo con l’infinito) è da sempre una caratteristica peculiare della filosofia e, in modo particolare nel Novecento, è il finito in quanto tale a diventare - in un moto entro al quale ancora siamo - l’incondizionato stesso della filosofia. A finire, allora, con quanto si intende con "metafisica" è la prerogativa della filosofia di dire l’origine, il principio e il fine del mondo, di esplicitarne un senso che lo possa decifrare, svelare, comprendere nell’intierezza delle sue molteplici presenze. La fine della filosofia non è nulla di apocalittico, o meglio: se rivela qualcosa è semplicemente l’esserci qui ed ora del mondo in tutta la sua problematicità e il non combaciare mai con se stesso. La filosofia non viene certo sostituita da nessun’altra disciplina (l’arte e la scienza sono modalità diverse di costruire un po’ di ordine per proteggerci dal caos, come dicono Deleuze e Guattari); il pensiero è pensiero finito del finito, e in questo esercitarsi sta tutto il suo senso. Non finisce il pensiero, né l’arte di creare concetti. A finire è il ricorso a qualsiasi istanza trascendente che dia senso e significato al finito. Come dice Jean-Luc Nancy, allora, il "non" di principi e fini diventa, appunto, l’incondizionato stesso senza il quale non si dà filosofia o pensiero. E questo incondizionato, l’ultimo, è la stessa effettività o l’essere così e non in un altro modo di ciò che è.
Il mondo si apre e il pensiero si apre al mondo in una discontinuità insuperabile: l’uno eccedente l’altro nello scompaginarsi continuo degli incontri e dei distacchi, nella difformità del sentirsi, nel loro singolare coimplicarsi.
La fine della filosofia non è dunque il diventare quello che è della filosofia (sarebbe una compiutezza assolutamente impensabile), ma il tendere finito - e dunque infinito nel suo darsi - al sé sempre di là da venire e mai racchiuso e irrigidito nell’essenza o nel dato, ma costantemente smosso rispetto ad ogni figurazione definitiva. Il pensiero e il mondo sono nel rischio proprio di ogni cosa che esiste, abbandonati secondo l’espressione di Nancy. Non c’è più nulla che trattenga gli uomini e le cose, che li salvi - anche l’essere, infatti, è abbandonato. Ma questo nulla non allude in nessun modo al nichilismo, in quanto è lo stesso esserci di ogni cosa che è - la sua presenza - a diventare ciò che, pensando, il pensiero non può che pensare e mancare di pensare. Da qui la priorità della relazione, del contatto, del comune.
Ogni pensiero ha sempre tentato, e non può che tentare costantemente, di dire il reale e certo il reale sfugge sempre ed inevitabilmente alla presa del pensiero. Per questo i filosofi non si stancano mai di domandarsi "che cos’è la filosofia?". In qualche modo, ogni pensatore ridefinisce i suoi concetti, o porta più in là dei concetti che altri hanno creato, animato o costretto da una forza (che Platone chiamava eros) che lo spinge verso il presente, vale a dire verso qualcosa che resta sempre da dire e da agire. È come se il mondo fosse dotato di un’ulteriorità che rende vano ogni sforzo precedente e che nessun senso dato potrà mai esaurire. La fine della filosofia è lo schiudersi delle presenze del mondo con i loro corpi, sensi, colori, forme e tempi differenti. Con il loro sentire e sentirsi; con le loro grida di dolore e gli scoppi di risa. Con la loro aspirazione alla giustizia. Qui. Ora. " Forse/ La verità dipende da un giro sul lago,/ È creazione di un corpo stanco, che sosta/ A guardare l’epatica, e osserva/ Una definizione che cresce in certezza,/ E attende in quella certezza, e riposa/ Nella foresta di pini che orlano il lago " (W. Stevens). Alfonso Cariolato insegna filosofia e storia all’Istituto superiore "Da Vinci" di Arzignano. Ha poco meno di 40 anni ed è stato allievo del prof. Ludovico Gasparini dell’Università di Padova. Per oltre un anno, durante un periodo di aspettativa dalla docenza, ha studiato in Francia all’Università di Digione. Al termine del suo soggiorno francese ha conosciuto il filosofo Jean-Luc Nancy, considerato uno dei pensatori occidentali viventi più interessanti (assieme a Derrida, Habermas e Rorty) ed ha iniziato con lui un percorso intellettuale assai vivo e proficuo, testimoniato da una fitta corrispondenza e da un dottorato di ricerca in fase di completamento all’Università di Strasburgo, in collaborazione con l’Università di Padova e il prof. Franco Volpi. Autore di alcuni saggi e traduttore, fra gli altri, di Weber, Nancy, Derrida e Heidegger, sta per pubblicare un suo libro, con prefazione di Jean-Luc Nancy. I suoi interessi si rivolgono principalmente al pensiero post-heideggeriano e francese in particolare. Cariolato rappresenta una delle più coinvolgenti e stimolanti voci contemporanee della cultura, non solo veneta.
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