![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 GENNAIO 2003 |
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Esiste
il diritto di non esistere? Messa così, la domanda sembra un gioco di parole,
uno scherzo logico come il famoso quesito sul mentitore che dice di mentire (è vero che mente? perché se mente allora dice il vero; ma se
dice il vero, non è un mentitore ... ).
Quella
sul diritto di non esistere, invece, è una questione seria e delicata, talmente delicata che da trent'anni bioetici e giuristi
(ma anche filosofi e teologi) stanno faticosamente cercando una soluzione. Nel frattempo la domanda si è trasformata in
una crescente coda di cause legali, portando avvocati e giudici a confrontarsi
con situazioni mai contemplate nella storia del diritto, ma soprattutto
spingendo figli e genitori a scontrarsi Gli uni con Gli altri nelle aule dei
tribunali, rivelando storie drammatiche di vite vissute al limite della dignità
e della sopportabilità.
Il
punto è questo: quando il rischio di generare figli con gravi handicap o
malattie incurabili è molto elevato, è giusto mettersi nelle mani del
destino? E se non lo riteniamo giusto,
c'è qualcuno (qualcosa) che dovrebbe impedirlo? Insomma, dobbiamo limitarci a
elaborare una nostra opinione, o dovremmo fare qualcosa di più concreto, magari
prevedere sanzioni, civili e penali, contro quei genitori
«irresponsabili»? Sono queste le
domande, i problemi posti nelle cause di «torto da procreazione» mosse contro i
propri genitori da figli che avrebbero preferito non nascere. E che Fabio Bacchini, docente di filosofia
all'Università la Sapienza di Roma, ha raccolto e analizzato nel suo Il diritto di noia esistere (Mc Graw
Hill, pagg. 366, 19 euro) ultimo titolo della bella collana scientifica curata
da Paolo Roncoroni.
Il
dibattito sull'aborto, dice Bacchini, ha posto con forza il problema del
diritto alla vita. Ma esiste un altro
dilemma, speculare e meno celebre: esiste anche un diritto alla non vita? Più precisamente, «esiste un diritto alla
non-esistenza, quando l'unica esistenza possibile è una vita sgradevole e
complessivamente penosa?».
Una
domanda inquietante che sembra aprire la porta al tema, spinoso, sul suicidio e
sull'eutanasia. Ma è porta che lo stesso autore chiude senza esitazioni: il
tema sollevato dalle cause di «torto da procreazione» non è mai la questione
del diritto alla morte ma, più radicalmente, del diritto a non iniziare la
vita. Un diritto che non può essere
riconosciuto a tutti. Dice Bacchini:
«Il diritto a non esistere non è come il
diritto a non votare alle elezioni politiche.
Nel secondo caso si tratta di un diritto in senso debole, un semplice
privilegio. Il diritto a non iniziare a
esistere è invece un diritto in senso forte, un diritto-pretesa e richiede che
ci sia qualcuno che lo faccia rispettare.
Il diritto a non votare, insomma, può essere visto come la difesa di un
desiderio: non nascere non può, non deve essere considerato un desiderio».
Ma
c'è un altro punto che distingue i due tipi di diritto. «Quando si parla di
elezioni, possiamo assegnare due diritti opposti tra loro: quello di votare e
quello di non votare. Nel caso del
diritto a esistere tale possibilità è irrealizzabile: non possiamo assegnare
sia il diritto di cominciare sia
quello di non cominciare di esistere».
Uno esclude l'altro, insomma. Questo è il principale motivo per cui il
diritto di non cominciare a esistere non
può
essere distribuito a tutti (a tutti quelli che ancora non esistono), pena la
fine dell'umanità», dice Bacchini.
Oltre
alle difficoltà giuridico-filosofiche, le cause di «torto da procreazione»
devono affrontare un aspetto assai
più pratico. Ammettiamo che la parte lesa,
la persona che ritiene di aver subito un torto proprio in virtù della nascita,
ottenga ragione e vinca la causa in che
modo
può essere risarcita? Come è ovvio,
l'eliminazione dell'handicap non è una opzione percorribile. Ma nemmeno il pagamento in denaro è una
strada utile. Qual'è, in denaro, la cifra che può compensare una persona
talmente disperata da spingerla a preferire una non esistenza? E qui si profila un autentico paradosso:
«Gli individui che hanno esistenze così devastate da poter aver successo in una
causa di «torto da procreazione» (gli individui che hanno esistenze peggiori
della non-esistenza) conducono una vita così devastante da non poter trarre
beneficio dal possesso di una maggiore quantità di denaro».
Secondo
il bioetico Joel Feinberg «se si dovesse calcolare l'ammontare di un
risarcimento per un danno da procreazione, anche una cifra infinitamente alta
risulterebbe insufficiente. Quale cifra
infatti può essere scambiabile con una vita davvero peggiore della
non-esistenza? Qualsiasi somma di
danaro sarebbe inadeguata. Ma allora, a
che serve una causa se non si può compensare il vincitore della causa stessa?»
John
Harris, bioetico inglese e autore di un coraggioso testo sulla ingegneria
genetica (Wonderwoman&Superman, Baldini&Castoldi)
tenta un'altra strada: «Se pensiamo che i bambini e gli adulti handicappati
debbano ricevere una compensazione per i loro handicap, allora dovremmo
incaricarci noi, in quanto società di questa compensazione. A far scattare la compensazione dovrebbe
essere l'esistenza di un bisogno, il loro bisogno, non la pretesa che quel
bisogno derivi dalla colpa di qualcuno.
In breve il problema dell'handícap dovrebbe essere visto come un
problema di giustizia sociale».
Parole
convincenti, quelle di Harris, ma che trovano una dimensione pratica solo se
accompagnate dalla voglia e dalla lucidità di affrontare, fino in fondo, temi
spinosi come quello sollevato da Bacchini. La sensazione, al contrario, è che
il dibattito sulla bioetica, specialmente in Italia, scelga la strada, comoda
ma inutile, delle scorciatoie mentali e dei pregiudizi. «Il pericolo che corre
la bioetica è di ospitare voci che non riescono né a capirsi né a valutarsi
reciprocamente», dice Bacchini. «Se le dispute bioetiche fossero solo momenti, anche
aspri, di confronto fra opinioni diverse, ci troveremmo davanti a uno spazio
democratico. La realtà è che si tratta
di un dibattito tra sordi, una sorta di Hyde Park Speaker's Corner in cui tutti
dicono la loro, gridando, ma in cui nessuno cambia mai idea».
Tutto
inutile, allora? Niente affatto. «In
bioetica manca una "moneta morale comune" accettata da tutti», dice
Bacchini, una specíe di «euro morale» che consenta di muoverci da una posizione
all'altra, pesando le diverse opinioni per arrivare, alla fine, a riconoscere
maggiore forza all'una, minore all'altra.
Questa moneta comune tuttavia esiste, dice Bacchini, basta coltivarla: è
l'argomentazione razionale, lo sforzo di puntare dritti al cuore del problema,
senza preconcetti e prevenzioni.
Esattamente
come auspicato anni fa da Uberto Scarpelli con la sua provocatoria richiesta di
una «bioetica laica». Ma anche l'esatto
contrario di quanto avvenuto, e sta avvenendo, a proposito di clonazione e di
genoma, di organismi geneticamente modificati e di eutanasia. A conferma che la discussione razionale,
quando si tratta di bioetica è sì uno strumento prezioso ma anche un bene nelle
mani di pochi, pochissimi ostinati.