![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 DICEMBRE 2002 |
|
La
riflessione etica, quando è oggetto di attenzione da parte di un quotidiano, non
obbedisce solo alle regole fondamentali dei giornalismo che vuole la notizia
«calda» e il «mostro in prima pagina».
Ogni giudizio etico, infatti, non deve essere calato dall'alto,
basandosi sull'autorità del mezzo che lo formula, ma aiutare il lettore a
meglio comprendere e formulare una propria opinione. Per questo occorre; serenità di giudizio.
Per
questa ragione, ritengo che le notizie interessanti la manipolazione della vita
alla sua origine, debbano essere raffreddate prima di essere esposte.
Non
mi importa infatti sapere che una persona abbia sostenuto di aver effettuato
sette mesi fa una clonazione di essere umano (replicazione di un individuo),
oppure di essersi limitato a dare consigli «Culturali e scientifici» (quali?). Non è questa la notizia che apporta dati al
progresso delle conoscenze e tantomeno alla tecnica.
Se
in segreto nasce un bambino clonato, e non viene data una documentazione della
identità del suo patrimonio genico con un'altra persona (quella che ha «donato»
il nucleo), l'esperimento, dal punto di vista scientifico, non è
valutabile. Così non ci darebbe alcuna
informazione sull'effetto della clonazione sullo sviluppo e la vita della
persona, se tutto ciò non fosse studiabile.
In
altre parole, se non è verificabile con rigore scientifico (come viene fatto
per la pecora Dolly), l'esperimento non esiste e non è lecito parlarne.
Già
questo mette molti interrogativi etici sul rispetto della vita umana
artificialmente così prodotta (per partenogenesi e non per fecondazione). Allora perché parlarne su un giornale, per
di più di «parte», di partito? Che
connessione ha con la «politica» questa notizia presentaci dalla Tv di Stato?
A
mio parere ne ha, se per politica si intende la ricerca del bene di tutti i
cittadini, incluso quello delle generazioni future.
Per
un ginecologo, come me, che per tutta la vita ha lottato contro l'infertilità
di coppia, è lapalissiano affermare che «desiderare un figlio e fare tutto ciò
che la scienza medica ci mette a disposizione per averlo», è un bene. E' un
dovere per la Comunità Sociale mettere a disposizione del cittadino i mezzi per
ottenere questo risultato. Il criterio
di giustizia, che vuole una concreta equità nella distribuzione dei beni e
nell'accesso alle risorse sanitarie, esige poi che lo Stato (in modo non
differenziato per Regioni!) intervenga aiutando chi non può accedere a quanto
la scienza medica mette a disposizione.
In
altre parole la cura della sterilità fa parte di quegli interventi che debbono
essere a carico della comunità e non del singolo cittadino.
Lo
Stato però ha il dovere di controllare sia la qualità dei servizi proposti, sia
di verificarne i risultati, e vegliare che nella manipolazione tecnologica
dell'inizio della vita, non si violino principi etici fondamentali e si tratti
la persona «in fieri» come soggetto degno di cura e non oggetto su cui si
esperimenta.
Su
questo credo tutti concordino. Definire
alcuni presupposti che sono alla base dei principi etici mi è sembrato
essenziale per poter scendere nei dettagli del procedimento in esame.
Per
clonazione si intende la «riproduzione agamica (senza l'incontro di un gamete
femminile con quello maschile naturale o artificiale di individui geneticamente
identici fra di loro». Questo accade in
natura nei gemelli monozigoti (una ovocellula fecondata - zigote - si divide in
due subito dopo la fecondazione). Ma in questo caso era già avvenuta la
mescolanza del patrimonio genetico, che deriva da un maschio e da una
femmina. Oggi si può ottenere la
produzione di un animale prelevando il nucleo di una cellula somatica (ad es.
sangue, fegato, pelle ecc.) e inserendolo in un ovocita, al posto di quello
ovulare.
In
questo modo, posto la cellula-uovo, con il suo nuovo nucleo, in speciali
liquidi di cultura e poi nell'utero di una madre incubatrice, si produce un
animale con un genoma identico a quello del «donatore di nucleo».
So
che il discorso è complicato, ma spero d'essermi fatto capire. Mentre il nucleo di un gamete (ovocita o
spermatozoo) contiene solo metà del patrimonio genetico, quello di una cellula
differenziata 'contiene' il genoma completo. Al momento attuale non si
conoscono le proprietà del protoplasma della cellula uovo che orientano il
nucleo a suddividersi e moltiplicare la cellula stessa, fino a dar vita ad un
embrione.
Si
conosce però la sua capacità nell'animale di produrre un embrione.
Ian
Wilmut, il «Padre» della pecora Dolly, pochi giorni fa ha richiesto al governo
inglese il permesso di produrre cellule «clonate» umane in questo modo, non per
ottenerne degli embrioni, ma solo le loro prime cellule (staminali), che poi
verrebbero orientate a produrre tessuti ed organi, per la persona che ha
«clonato» il suo nucleo (per sostituire tessuti malati o alterati): la legge
inglese infatti permette di utilizzare il «surplus di embrioni giacenti nei
frigoriferi», ma non di produrre apposta embrioni anche a scopo di ricerca
scientifica.
In
molti istituti di ricerca si studiano i meccanismi che consentono di
trasformare una cellula somatica in modo tale che ne possa derivare un essere
animale (per partenogenesi, cioè senza fecondazione), ma nessuna legge al mondo
consente di creare o meglio produrre esseri umani in questo modo.
Perché
questa comune avversione alla clonazione, definita da alcuni uno dei peggiori
delitti contro la umanità?
Ad
allarmare non sono solo i dubbi riguardanti eventuali danni al genoma, e
l'inserimento in esso di alterazioni geniche che potrebbero essere trasmesse
alle generazioni future, l'enorme spreco di embrioni, e l'allontanamento dai
processi naturali del concepire la vita, come anche l'inserimento nella cultura del concetto di «produzione» di
esseri viventi, rispetto a quello di «procreazione».
Quello
che è inaccettabile è la violenza su colui che nasce, costretto ad essere
biologicamente identico a chi lo ha «ordinato». Con la stessa struttura fisica (inclusa la tendenza a sviluppare
alcune malattie rispetto ad altre) e la stessa struttura della corteccia
cerebrale e dell'intero cervello, che può si plasmarsi attraverso gli apporti
culturali, ma che contiene le stesse tendenze sul piano emotivo e cognitivo.
Specialmente se chi ha clonato l'ovocita è uno dei due genitori, il ragazzo lo
vede crescere, avere relazioni, maturare e morire, e sa che il suo destino
biologico e psichico sarà quasi una fotocopia di ciò che ha osservato in suo
padre o sua madre.
La
tentazione poi di replicarsi sarà principalmente presente negli individui
paranoici e con deliri di onnipotenza, coloro che si credono belli, bravi,
forti, intelligenti e profeti ....e che avranno mezzi economici e potere per
farlo. Coloro che hanno predicato il
razzismo e dominato il mondo, quale ragione potrebbe oggi fermarli dal
replicare se stessi in tanti «uomini della Provvidenza»?
Una
scelta di questo genere non può finora essere appannaggio del singolo
«scienziato», che non ha e non deve avere il potere di decidere su temi di
questa portata, e che non è in grado di condurre nel tempo un controllo
continuo delle sue azioni, in modo da poter tornare indietro, se si dimostrasse
di aver ottenuto qualcosa di dannoso al genere umano. Ed è per questo che deve intervenire la «politica» ed il
dibattito su questo quotidiano per sua natura aperto al rinnovamento ed al
«progresso».
Occorre
infatti che si sviluppi una sempre più piena consapevolezza dei limiti della
manipolazione dei processi vitali, utilizzando quella che oggi viene definita
l'«etica del rischio», non tanto, come suggeriva Jonas, in base al principio
che in assenza di previsioni esatte, la scienza deve scegliere il male minore,
considerando sempre le peggiori possibili conseguenze, quanto aderendo alle
virtù della prudenza e vigilanza (G.Piana Bioetica, alla ricerca di nuovi
modelli Garzanti 2002). Infatti la
prudenza origina dalla umiltà, mai dalla paura, e la vigilanza è la virtù di
chi tiene sotto controllo i processi innescati, pronto ad interromperli se
questi producono un possibile effetto negativo.
Come in tutti i problemi scientifici, il progresso non si misura sul poter produrre fatti eclatanti, ma nello sviluppare la conoscenza della natura umana, per rispettarla e potenziarla, tendendo sempre conto del «principio di giustizia» che mette al primo posto il bene di tutti gli uomini, anche di quelli che verranno dopo di noi.