Perché
non possiamo non dirci post-cristiani
La Chiesa non intende «per prima cosa condannare gli errori
dell’epoca», ma vuole «innanzitutto impegnarsi a mostrare serenamente la forza
e la bellezza della dottrina della fede». (Sono parole del Papa). Il progetto è
risultato vincente. Soprattutto perché la cultura del nostro tempo dà un
consistente contributo perché i propri «errori» diventino meritevoli di
condanna. Essi si raccolgono attorno a uno, fondamentale. La cultura «laica»
grida sempre di più che nessuno, nemmeno essa stessa, può pretendere di
possedere la verità assoluta e incontrovertibile. In questo modo, avvalora la
critica che la Chiesa le rivolge: di essere semplice «relativismo», «scetticismo»,
«agnosticismo», che fa acqua da tutte le parti. Eppure la cultura «laica» ha
ereditato dal proprio formidabile inizio - cioè da pensatori come Nietzsche,
Gentile e altri, ma innanzitutto Leopardi - una straordinaria potenza
concettuale, capace di distruggere il grande passato dell’Occidente. Ma, come i
Proci, non ha saputo impugnare e tendere l’arco di questa potenza, non ne ha
capito l’invincibilità, quindi vive oggi come se ne fosse priva. Figlia imbelle
di una potente genitura.
Che cosa aveva ereditato? L’unica verità assoluta che può e dev’essere
affermata dal pensiero dell’ Occidente - divenuto ormai planetario - e
che il grande inizio della filosofia del nostro tempo sa scorgere: che
l’esistenza del divenire implica necessariamente l’inesistenza di ogni Dio
eterno. Questa tesi non ha nulla a che vedere con lo scetticismo, perché essa
si fonda su ciò che per tutti gli abitatori dell’Occidente (cristianesimo
incluso) è la verità più indiscutibile, ossia che nel loro divenire le cose e
gli eventi sporgono provvisoriamente dal nulla.
Ma che sa di tutto questo la cultura «laica», «critica», «aperta», «liberale»
del nostro tempo? che sa di quel suo potente inizio che ha portato
inevitabilmente al tramonto la tradizione dell’Occidente? Essa ripete che Dio e
la verità sono morti. Un ritornello innocuo perché è ridotto a un opinione, a
una fede non più consistente di quella cristiana. E tanto più assordante quanto
più vuoto nell’idiozia delle masse che vivono inconsapevolmente la morte di
Dio. Il vero grande nemico della tradizione religiosa dell’Occidente (il grande
inizio a cui accennavo) giace infatti addormentato nel sottosuolo,
nascosto dall’idiozia e dai ritornelli sapienti. Il che facilita, per ora, la
vita della chiesa, che a buon diritto può celebrare il successo dei propri
concili e sostenere che la «fiducia» nel patrimonio cristiano è la «base» su
cui «si possono affrontare con lucidità i problemi, pur complessi e difficili,
del momento presente - come ha detto recentemente il Papa -. Lo Stato può
essere vero Stato solo se è guidato dalla verità cristiana. Lo Stato ha il
dovere di essere Stato cristiano».
Esiste una oggettiva omogeneità tra questa concezione della Chiesa e le forme
teocratico-integralistiche delle diverse religioni mondiali. Lo vado indicando
da tempo col seguente argomento. Non c’è Stato cristiano senza leggi cristiane,
cioè leggi che proibiscono di violare il messaggio cristiano. Ma una legge
dello Stato è tale solo se la sua trasgressione implica una sanzione terrena.
Pertanto, quando nella società viene trasgredito un tratto qualsiasi del
messaggio cristiano, il vero Stato, secondo la Chiesa, deve mettere in moto il
proprio apparato repressivo per punire le trasgressioni.
A «Rainews» il cardinale Silvestrini mi ha recentemente risposto, con la sua
consueta amabilità, che la Chiesa non intende compiere alcuna pressione di tipo
politico, ma «si rivolge alle coscienze».
D’accordo, questa è indubbiamente l’ intenzione della Chiesa. Ma che
cosa dice la Chiesa alle coscienze? Di costruire in coscienza e liberamente uno
Stato cristiano. Ma uno Stato cristiano non può che essere teocratico e
integralista. Non cessa di esserlo per il fatto di essere liberalmente voluto
dall’intimo convincimento degli individui. In piena buona coscienza si può
volere uno Stato dove il comportamento non cristiano è raggiunto da sanzioni
giuridico-penali. In piena buona coscienza si può volere anche di peggio.
I «laici» del nostro tempo sono imbelli, ma lo strumento con cui la Chiesa
vorrebbe «affrontare i problemi, complessi e difficili del momento presente» è,
proprio esso, uno dei grandi problemi che rimangono ancora, non risolti, sul
tappeto.
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