RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 2002
EMANUELE SEVERINO
Perché non possiamo non dirci post-cristiani
La Chiesa non intende «per prima cosa condannare gli errori dell’epoca», ma vuole «innanzitutto impegnarsi a mostrare serenamente la forza e la bellezza della dottrina della fede». (Sono parole del Papa). Il progetto è risultato vincente. Soprattutto perché la cultura del nostro tempo dà un consistente contributo perché i propri «errori» diventino meritevoli di condanna. Essi si raccolgono attorno a uno, fondamentale. La cultura «laica» grida sempre di più che nessuno, nemmeno essa stessa, può pretendere di possedere la verità assoluta e incontrovertibile. In questo modo, avvalora la critica che la Chiesa le rivolge: di essere semplice «relativismo», «scetticismo», «agnosticismo», che fa acqua da tutte le parti. Eppure la cultura «laica» ha ereditato dal proprio formidabile inizio - cioè da pensatori come Nietzsche, Gentile e altri, ma innanzitutto Leopardi - una straordinaria potenza concettuale, capace di distruggere il grande passato dell’Occidente. Ma, come i Proci, non ha saputo impugnare e tendere l’arco di questa potenza, non ne ha capito l’invincibilità, quindi vive oggi come se ne fosse priva. Figlia imbelle di una potente genitura.
Che cosa aveva ereditato? L’unica verità assoluta che può e dev’essere affermata dal pensiero dell’ Occidente - divenuto ormai planetario - e che il grande inizio della filosofia del nostro tempo sa scorgere: che l’esistenza del divenire implica necessariamente l’inesistenza di ogni Dio eterno. Questa tesi non ha nulla a che vedere con lo scetticismo, perché essa si fonda su ciò che per tutti gli abitatori dell’Occidente (cristianesimo incluso) è la verità più indiscutibile, ossia che nel loro divenire le cose e gli eventi sporgono provvisoriamente dal nulla.
Ma che sa di tutto questo la cultura «laica», «critica», «aperta», «liberale» del nostro tempo? che sa di quel suo potente inizio che ha portato inevitabilmente al tramonto la tradizione dell’Occidente? Essa ripete che Dio e la verità sono morti. Un ritornello innocuo perché è ridotto a un opinione, a una fede non più consistente di quella cristiana. E tanto più assordante quanto più vuoto nell’idiozia delle masse che vivono inconsapevolmente la morte di Dio. Il vero grande nemico della tradizione religiosa dell’Occidente (il grande inizio a cui accennavo) giace infatti addormentato nel sottosuolo, nascosto dall’idiozia e dai ritornelli sapienti. Il che facilita, per ora, la vita della chiesa, che a buon diritto può celebrare il successo dei propri concili e sostenere che la «fiducia» nel patrimonio cristiano è la «base» su cui «si possono affrontare con lucidità i problemi, pur complessi e difficili, del momento presente - come ha detto recentemente il Papa -. Lo Stato può essere vero Stato solo se è guidato dalla verità cristiana. Lo Stato ha il dovere di essere Stato cristiano».
Esiste una oggettiva omogeneità tra questa concezione della Chiesa e le forme teocratico-integralistiche delle diverse religioni mondiali. Lo vado indicando da tempo col seguente argomento. Non c’è Stato cristiano senza leggi cristiane, cioè leggi che proibiscono di violare il messaggio cristiano. Ma una legge dello Stato è tale solo se la sua trasgressione implica una sanzione terrena. Pertanto, quando nella società viene trasgredito un tratto qualsiasi del messaggio cristiano, il vero Stato, secondo la Chiesa, deve mettere in moto il proprio apparato repressivo per punire le trasgressioni.
A «Rainews» il cardinale Silvestrini mi ha recentemente risposto, con la sua consueta amabilità, che la Chiesa non intende compiere alcuna pressione di tipo politico, ma «si rivolge alle coscienze».
D’accordo, questa è indubbiamente l’ intenzione della Chiesa. Ma che cosa dice la Chiesa alle coscienze? Di costruire in coscienza e liberamente uno Stato cristiano. Ma uno Stato cristiano non può che essere teocratico e integralista. Non cessa di esserlo per il fatto di essere liberalmente voluto dall’intimo convincimento degli individui. In piena buona coscienza si può volere uno Stato dove il comportamento non cristiano è raggiunto da sanzioni giuridico-penali. In piena buona coscienza si può volere anche di peggio.
I «laici» del nostro tempo sono imbelli, ma lo strumento con cui la Chiesa vorrebbe «affrontare i problemi, complessi e difficili del momento presente» è, proprio esso, uno dei grandi problemi che rimangono ancora, non risolti, sul tappeto.

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