RASSEGNA STAMPA

17 DICEMBRE 2002
FRANCO CARDINI
ISLAM E SCIENZA: DAVVERO SONO NEMICI?

E' il solito, vecchio tormentone: ci  risiamo. Stavolta è "l'Unità" di ieri a tornarci sopra: sia pure con molta misura. È  vero che l'Islam è "nemico" della scienza? E, se è vero, perché? L'Islam è, storicamente non meno che geoculturalmente parlando, una realtà articolata e composita: come si fa a qualificare di "ostile alla scienza" il mondo che ci ha dato Avicenna e Averroè, l'algebra e la chimica, e dal quale sono usciti scienziati come Abdus Salam, pakistano, Premio Nobel per la fisica?

Eppure è stato proprio lui, d'altronde, a segnalare come nel "Commonwealth musulmano" la scienza sia "debolmente rappresentata". La scienza moderna,

così come noi l'intendiamo - fondata cioè sull'esperienza diretta,  l'indagine di laboratorio, e priva di qualunque legame con "visioni del mondo" teologiche o filosofiche - è parte fondamentale della sostanza stessa dell'Occidente in quanto modernità. La stessa nostra scienza europea ancor fondata sul funzionalismo aristotelico cristianizzato dalla scolastica, la scienza cioè precedente Copernico,  Galilei e Newton, era qualitativamente altra cosa: e difatti,  non a caso essa era largamente

debitrice del pensiero islamico e compatibile con esso. L'Islam non ha di per sé mai diffidato né di scoperte, né di invenzioni. Dalle tecniche agricole alle invenzioni meccaniche, il nostro medioevo gli fu - tra X e XIII  secolo - profondamente debitore.

Vero è tuttavia che, successivamente, avvenne il "sorpasso": a partire dal XIII secolo e quindi con più forza tra XVI e XVIII secolo dalla nostra Europa uscì a catena una serie di rivoluzioni che non hanno qualitativamente alcun confronto con altri periodi e altre culture della storia umana (nemmeno con l'antichità greco-romana). Una rivoluzione commerciale e creditizia, quindi una nautica e cartografica, poi una geografica che condusse alle grandi scoperte, infine una filosofico-scientifica che fondò il metodo sperimentale. Ad esse tennero dietro le rivoluzioni politiche e sociali del Sette-Novecento. Ne uscì, appunto, una civiltà dalle radici antiche ma dall'aspetto del tutto nuovo. Ma i risultati della scienza, verificabili nel campo della tecnologia, non sono mai stati avvertiti come ostili all'Islam. Fra Cinque e Novecento sultani turchi,

shah persiani, sultani moghul ed emiri arabi hanno fatto a gara nell'aggiudicarsi ingegneri, cannonieri, architetti, medici e analisti occidentali. Il fatto è che essi hanno continuato a lungo a giudicare la scienza e la tecnologia come qualcosa di esterno e di estremo, che si potesse tuttavia acquistare da fuori. Ciò ha determinato fino a pochi decenni fa il quadro di quelle islamiche come una scienza e una tecnologia "dominate". Le cose stanno cambiando appunto da alcuni decenni, e in modo non uniforme.

La ricerca scientifico-tecnologica, nel mondo musulmano, è forte in paesi

come Turchia, Iran e Malaysia, dove più lucidamente ci si va ponendo

anche il problema del rapporto con la globalizzazione, l'economia

capitalistica, la democrazia, l'informazione e la catena produzione-profitto-consumo. Qui sta appunto il dilemma: stabilire fino a che punto sia possibile modernizzare l'Islam e al tempo stesso, e in quale senso, islamizzare la modernità. Lo stesso variegato fronte "fondamentalista" non presenta alcuna rigorosa pregiudiziale antiscientifica (i problemi possono invece presentarsi sul piano di alcune applicazioni tecnologiche). La storia musulmana, almeno in alcuni paesi dell'Islam, è rimasta a lungo almeno in apparenza "immobile": ma l'Islam è, per sua natura, flessibile e ricettivo. I problemi, semmai, sono quelli della lentezza del processo di adeguamento, delle difficoltà (anche socioeconomiche) legate alla riforma dei sistemi scolastici e alla diffidenza politica, morale e religiosa con la quale una parte dei musulmani guarda alla nostra cultura.
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Cultura-Impresa scientifica