Schopenhauer, elogio di un genio
antipatico
Arthur Schopenhauer non era simpatico. Non era nemmeno modesto. In politica
professava idee che oggi farebbero rabbrividire. Anche se fu coinvolto in numerosi
pasticci galanti, delle donne diceva e pensava cose (per noi) terribili. Odiava
Hegel e gli idealisti in genere; ebbe la fortuna di frequentare Goethe ma non
rinunciò - correva il 1814 e aveva 26 anni - a polemizzare con lui: non era
d’accordo per la concezione dei colori, ma il contrasto di fondo riguardava
tutta la teoria della rappresentazione. La sua opera principale, Il mondo
come volontà e rappresentazione , finì in buona parte al macero. Eppure è
difficile parlare di filosofia senza fare i conti con lui. La sua prosa è
affascinante, i suoi argomenti non sono capziosi, le sue letture sempre una
lezione. È un maestro quando scrive e quando sceglie un argomento di cui
occuparsi, siano le Upanishad (nella versione Duperron di Strasburgo del
1802) o quando progetta una traduzione dell’ Oracolo manuale del gesuita
spagnolo Baltasar Gracián, testo denso di astuzie e di intelligenza. Per
scrivere di etica parte da Aristotele, letto direttamente in greco.
L’epistolario è ricco di rivelazioni, a cominciare dalla nota lettera inviata a
Goethe il 7 febbraio 1816 in cui afferma che il significato di tutto il
coacervo umano, per lui, è nulla.
Per questi e per troppi altri motivi si saluta sempre volentieri una nuova
traduzione di un libro di Schopenhauer. A maggior ragione oggi, momento in cui
i titoli di valore sono scarsi o mal distribuiti, mentre la letteratura
d’evasione si è trasformata in tonnellate di volumi imbarazzanti. È un lavoro
che parte da lontano quello che qui si saluta: si tratta de Il mondo come
volontà e rappresentazione tradotto nuovamente - su invito di Giorgio Colli
oltre un quarto di secolo fa - da Sossio Giametta (Bur, 2 volumi, pp. 1790,
30). Che dire? Al ricordo di un uomo come Colli, ci togliamo il cappello. Fu
lui a tradurre integralmente per primo nella nostra lingua, nella compianta
collana grigia di Einaudi, l’ Organon di Aristotele, gli scritti di
logica del filosofo greco: opera di una difficoltà che sgomenta anche
l’esperto. Poi Kant, Critica della ragion pura : anche in tal caso ci ha
lasciato una traduzione esemplare (riproposta poi da Adelphi). Si dedicò quindi
a Nietzsche, di cui curò l’edizione critica tedesca con Mazzino Montinari. Tra
i giovani che portò a Weimar, all’archivio Goethe-Schiller, per lavorare
direttamente sulle carte del pensatore, Colli scelse Marilù Pampaloni e,
appunto, Sossio Giametta (a quest’ultimo fece tradurre anche l’ Etica di
Spinoza). Infine gli chiese uno sforzo per un autore che amava in segreto, un Busenphilosoph
, un filosofo del cuore: Schopenhauer.
Giametta, signore di vecchio stile e saggista da seguire e studiare (non
dimentichiamoci il suo Commento allo Zarathustra , Bruno Mondadori) non
ci ha dato una semplice traduzione. Nelle 90 pagine introduttive segue le
correnti schopenhaueriane sino a coglierne le conseguenze: ad esempio, si
sofferma sui fondamenti della conoscenza e della morale e riflette
sull’«organicità», che trasforma l’idealismo (gnoseologico) in antropomorfismo
(ontologico), con il terremoto che ne consegue. D’altro canto, la traduzione di
Giametta è alta, e con quella di Ada Vigliani (Meridiani Mondadori) sarà di
riferimento. L’italiano non è stato banalizzato; i termini tecnici sono quelli
acquisiti dal nostro linguaggio filosofico. Facciamo comunque qualche esempio.
«Erscheinung» era tradotto da Colli con «apparenza», e così si faceva
comunemente. Può significare sia ciò che appare essendo reale (il sole la
mattina), sia ciò che sembra e non è: da qui l’uso anche di «fenomeno», a
seconda delle necessità. E Giametta ne ha preso atto. Inoltre Schopenhauer
distingue metodicamente le due coppie: causa ed effetto (nella realtà),
premessa e conseguenza (nel discorso). Il termine «Grund» in italiano è reso a
seconda dei casi in tre modi: «premessa», «causa», «fondamento»: anche qui
Giametta ha agito con la necessaria libertà. Infine il termine «Auffassung»,
comune in tedesco, sostantivo del verbo «auffassen» (in italiano «cogliere»,
«afferrare»), è reso con «apprensione» anziché «comprensione» o «intuizione».
Coglimento o afferramento sarebbero stati - giustamente - fuori luogo. |