RASSEGNA STAMPA

11 DICEMBRE 2002
ARMANDO TORNO
Schopenhauer, elogio di un genio antipatico
Arthur Schopenhauer non era simpatico. Non era nemmeno modesto. In politica professava idee che oggi farebbero rabbrividire. Anche se fu coinvolto in numerosi pasticci galanti, delle donne diceva e pensava cose (per noi) terribili. Odiava Hegel e gli idealisti in genere; ebbe la fortuna di frequentare Goethe ma non rinunciò - correva il 1814 e aveva 26 anni - a polemizzare con lui: non era d’accordo per la concezione dei colori, ma il contrasto di fondo riguardava tutta la teoria della rappresentazione. La sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione , finì in buona parte al macero. Eppure è difficile parlare di filosofia senza fare i conti con lui. La sua prosa è affascinante, i suoi argomenti non sono capziosi, le sue letture sempre una lezione. È un maestro quando scrive e quando sceglie un argomento di cui occuparsi, siano le Upanishad (nella versione Duperron di Strasburgo del 1802) o quando progetta una traduzione dell’ Oracolo manuale del gesuita spagnolo Baltasar Gracián, testo denso di astuzie e di intelligenza. Per scrivere di etica parte da Aristotele, letto direttamente in greco. L’epistolario è ricco di rivelazioni, a cominciare dalla nota lettera inviata a Goethe il 7 febbraio 1816 in cui afferma che il significato di tutto il coacervo umano, per lui, è nulla.
Per questi e per troppi altri motivi si saluta sempre volentieri una nuova traduzione di un libro di Schopenhauer. A maggior ragione oggi, momento in cui i titoli di valore sono scarsi o mal distribuiti, mentre la letteratura d’evasione si è trasformata in tonnellate di volumi imbarazzanti. È un lavoro che parte da lontano quello che qui si saluta: si tratta de Il mondo come volontà e rappresentazione tradotto nuovamente - su invito di Giorgio Colli oltre un quarto di secolo fa - da Sossio Giametta (Bur, 2 volumi, pp. 1790, 30). Che dire? Al ricordo di un uomo come Colli, ci togliamo il cappello. Fu lui a tradurre integralmente per primo nella nostra lingua, nella compianta collana grigia di Einaudi, l’ Organon di Aristotele, gli scritti di logica del filosofo greco: opera di una difficoltà che sgomenta anche l’esperto. Poi Kant, Critica della ragion pura : anche in tal caso ci ha lasciato una traduzione esemplare (riproposta poi da Adelphi). Si dedicò quindi a Nietzsche, di cui curò l’edizione critica tedesca con Mazzino Montinari. Tra i giovani che portò a Weimar, all’archivio Goethe-Schiller, per lavorare direttamente sulle carte del pensatore, Colli scelse Marilù Pampaloni e, appunto, Sossio Giametta (a quest’ultimo fece tradurre anche l’ Etica di Spinoza). Infine gli chiese uno sforzo per un autore che amava in segreto, un Busenphilosoph , un filosofo del cuore: Schopenhauer.
Giametta, signore di vecchio stile e saggista da seguire e studiare (non dimentichiamoci il suo Commento allo Zarathustra , Bruno Mondadori) non ci ha dato una semplice traduzione. Nelle 90 pagine introduttive segue le correnti schopenhaueriane sino a coglierne le conseguenze: ad esempio, si sofferma sui fondamenti della conoscenza e della morale e riflette sull’«organicità», che trasforma l’idealismo (gnoseologico) in antropomorfismo (ontologico), con il terremoto che ne consegue. D’altro canto, la traduzione di Giametta è alta, e con quella di Ada Vigliani (Meridiani Mondadori) sarà di riferimento. L’italiano non è stato banalizzato; i termini tecnici sono quelli acquisiti dal nostro linguaggio filosofico. Facciamo comunque qualche esempio. «Erscheinung» era tradotto da Colli con «apparenza», e così si faceva comunemente. Può significare sia ciò che appare essendo reale (il sole la mattina), sia ciò che sembra e non è: da qui l’uso anche di «fenomeno», a seconda delle necessità. E Giametta ne ha preso atto. Inoltre Schopenhauer distingue metodicamente le due coppie: causa ed effetto (nella realtà), premessa e conseguenza (nel discorso). Il termine «Grund» in italiano è reso a seconda dei casi in tre modi: «premessa», «causa», «fondamento»: anche qui Giametta ha agito con la necessaria libertà. Infine il termine «Auffassung», comune in tedesco, sostantivo del verbo «auffassen» (in italiano «cogliere», «afferrare»), è reso con «apprensione» anziché «comprensione» o «intuizione». Coglimento o afferramento sarebbero stati - giustamente - fuori luogo.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti