RASSEGNA STAMPA

2 DICEMBRE 2002
FRANCESCO D'AGOSTINO
Se non riguarda la vita, il problema ovviamente non è bioetico.  Ma non basta.

Non è certo un problema bioetico, se non è tormentoso.  Non può esserlo, se non investe casi estremi, ripugnanti per alcuni, strabilianti per altri, sempre comunque intricati e complessi. I bioeticisti sanno pertanto che la loro riflessione ha per oggetto sempre e comunque situazioni inedite e mai prima immaginate, eventi laceranti, dubbi amletici.  E, di conseguenza, sanno che per loro elaborare una dottrina condivisa e destinata a consolidarsi è quasi come realizzare la quadratura del cerchio: come è possibile, infatti, trovare un sicuro orientamento, in una disciplina di cui nessuno possiede la bussola e quando ci si muove su un territorio di cui nessuno possiede la mappa?

Dolly.  Le cose sembrarono cambiare, quando nel 1997 Wilmut diffuse la notizia che ad Edimburgo la sua équipe era riuscita a clonare una pecora, Dolly. I bioeticisti non persero un secondo per elaborare un giudizio etico sulla clonazione umana; e questo giudizio fu, sulle prime, di unanime riprovazione.  In tal senso si mossero subito diversi Comitati nazionali di bioetica.

Lentamente, negli ultimi anni, le cose sono cambiate.  A mano a mano che si diffondeva la voce che si poteva giungere (anzi, che in qualche parte del mondo si stava giungendo!) alla clonazione umana, i bioeticisti hanno cominciato a fare le loro solite sottili distinzioni.

     E al posto del giudizio iniziale, nitido e chiaro (no alla clonazione!) sono emersi giudizi diversificati, possibilisti, molto meno nitidi e molto meno chiari.

     Hanno intanto incominciato a riprendere fiato gli ottimisti ad oltranza, quelli per i quali la domanda chiave in bioetica si riassume in un semplicissimo: perché no? Costoro coscientemente o no, non importa, si fanno carico di una e vera propria missione, di pedagogia pubblica a non avere paura del nuovo, non solo per tutto ciò che è possibile fare essi dicono, prima o poi si farà, ma perché è bene fare tutto ciò che è possibile fare.  Quindi: sì alla clonazione, perché non di altro si tratta se non di un nuovo modo di procreare.

Non credo che queste opinioni siano quelle di maggioranza tra i bioeticisti; ma esistono e vanno registrate.  Più sottile l'opinione elaborata da coloro che, per giudicare eticamente la clonazione, non vogliono valutare la cosa in sé, ma l'intenzione di chi voglia farsi clonare.  Costoro ritengono comunemente condannabile una intenzione narcisistica o eugenetica.  Ma che dire di una coppia sterile, che piuttosto che ricorrere ad una fecondazione assistita eterologa, che richiede per far nascere un bambino l'uso del seme di un donatore anonimo di spermatozoi, preferisce far nascere dalla moglie un bimbo che sia il clone del marito?  La donna porterebbe avanti la gravidanza di un bambino che non sarebbe suo figlio genetico, ma che pure proverrebbe da un suo ovocita e di cui comunque essa sarebbe madre "uterina".  Riflettendo su questa ipotesi alcuni bioeticisti evitano di ricorrere a perentorie condanne, utilizzando un ulteriore argomento di supporto: l'identità biografica è altra cosa che l'identità biologica; un bambino potrà anche essere geneticamente la copia di un adulto, ma non lo sarà mai biograficamente.

Distinzioni. Questi argomenti difficilmente potranno convincere coloro che sono contrari per ragioni di principio alla clonazione umana. Costoro ragionano così: la clonazione realizza nel modo più compiuto quella artificializzazione dell'esistenza, per difenderci dalla quale è nata la stessa bioetica.  Clonare un bambino significa sottrargli la sua unicità, ridurlo cioè ad un prodotto, sofisticato, anzi sofisticatissimo, ma pur sempre ad un prodotto. Significa dirgli: «Se esisti, esisti perché qualcuno ti ha progettato per come esattamente tu sei e per come voleva che tu esattamente fossi.  Per questo tu sei al mondo e non per altra ragione.  Con la fecondazione naturale ottenere questo risultato non era possibile; con la clonazione sì.  Accetta quindi il tuo destino, non recriminare e non ribellarti».  Per alcuni (tra cui chi scrive), in questi argomenti si percepisce la forma più completa di violenza che si possa esercitare su un essere umano.  La distinzione che alcuni vogliono introdurre tra clonazione riproduttiva e clonazione terapeutica non cambia significativamente l'ordine delle argomentazioni che abbiamo esposto.  Nella clonazione riproduttiva ci si prefigge di far nascere un bambino clonato; in quella terapeutica si vuole dar vita a un embrione clonato, per poi distruggerlo, prelevando le sue cellule e utilizzandole a fini di ricerca.  Il dibattito sulla clonazione si confonde qui con quello sullo statuto ontologico dell'embrione: chi ritiene che esso meriti rispetto, sarà comunque contrario alla clonazione terapeutica, perché alla fin fine essa richiede il sacrificio (ma non sarebbe meno equivoco dire l'uccisione?) di embrioni umani.  In ogni modo, sui fautori della clonazione terapeutica grava un pesante interrogativo: non è un esercizio di volontà di potenza (espressione eufemistica, per chi è turbato dalla parola violenza) quello di chi decide di produrre in provetta una vita umana, sapendo in anticipo di non volerle dare alcuna possibilità di venire al mondo?
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Bioetica