RASSEGNA STAMPA

1 DICEMBRE 2002
ARMANDO MASSARENTI
La sinistra degli individui

Soggetti autocentrati ma cooperativi i protagonisti dell'ultimo libro di Giovanni Jervis

Ma teorie come l'egualitarismo liberale di John Rawls sono tuttora minoritarie nella cultura italiana

Un libro intitolato Individualismo e cooperazione, scritto dallo psicologo Giovanni Jervis («Individualismo e cooperazione.  Psicologia della politica», Laterza, Roma Bari 2002, pagg. 272, e 16,00), non può non incuriosire coloro che, nel corso dell'ultimo quarto di secolo, hanno guardato con interesse all'emergere e allo svilupparsi, all'interno della sinistra italiana, cui pure Jervis si rivolge, del dibattito sulle teorie normative basate sui presupposti dell'«individualismo metodologico».  Sulle ceneri del marxismo, infatti, all'inizio degli anni '80, intellettuali come Mondadori, Giorello, Veca e Maffettone diedero nuovo impulso al dibattito filosofico politico, presentando al pubblico italiano teorie come quella del neo-utilitarista John Harsanyi (che avrebbe poi vinto il premio Nobel per l'Economia nel 1994 per il suo contributo alla teoria dei giochi) e soprattutto, quella neocontrattualista di John Rawls, il filosofo della politica più influente del secolo, morto domenica scorsa all'età di 81 anni.  La traduzione di Una teoria della giustizia nel 1982, e l'intero dibattito sulle teorie della giustizia distributiva, che si è andato via via arricchendo con la traduzione dei libri di Ronald Dworkin, Thomas Nagel, Michael Walzer, Bernard Williams, Jon Elster, Amartya K. Sen (premio Nobel per l'Economia 1998), Martha Nussbaum, tutti pensatori riconducibili alla tradizione analitica americana, mostrano che l'interesse nel corso degli anni non è venuto meno.  Dunque, dal punto di vista ideologico, Jervis - che non si muove sul piano delle teorie normative, bensì su quello, empirico, delle scienze sociali con lo scopo di delineare i contorni di una "psicologia della politica" - dovrebbe avere già la strada del tutto spianata.  E dovrebbe quindi apparire del tutto fuori luogo il suo tono insistentemente pedagogico nei confronti di una sinistra ancora pervasa di pregiudizi anti-individualistici, che confonde sistematicamente l'individualismo con l'egoismo, e

che fa fatica a coniugarlo con l'idea di responsabilità e di cooperazione.

Sarebbe bello che fosse così.  Invece ha proprio ragione Jervis.  Meglio non dare. niente per scontato.  E lo si capisce proprio guardando al dibattito normativo sopra ricordato (cui egli fa riferimento solo sporadicamente, perché altro è il tema del suo, libro) rispetto al quale è abbastanza frustrante vedere quanto sia stato, e quanto sia tuttora, faticoso, eliminare certi tic

mentali della nostra accademia filosofica da un lato e del mondo politico dall'altro.  Come scrive Mario Ricciardi in un saggio dal titolo Rawls in Italy (pubblicato in un numero monografico dell'«European Journal of Political Theory» su Rawls in Europe»), benché il filosofo di Harvard da noi sia abbastanza noto tra le persone colte, egli è troppo distante dalla figura, del filosofo che è sempre andata per la maggiore in Italia: quella di colui che anziché argomentare sulla base di solidi ragionamenti e di evidenze empiriche, si impegna, prende posizione, pro o contro il liberalismo, o il marxismo, o il fascismo, e al quale poco importa costruire, come ha fatto Rawls (impiegandoci trent'anni) una sofisticata e astratta teoria normativa, che sia capace si includere - come Martha Nussbaum dice debbano fare tutti i filosofi della politica degni di questo nome - «sia la conoscenza filosofica sia gli argomenti empirici», producendo affermazioni «talvolta astratte talvolta assai dettagliate» che riguardano «il fondamento dei principi politici di base».

Ben venga dunque l'excursus di Jervis.  E ben venga il suo tono pacato ed esplicativo, da "buon maestro" che cerca di convincere sulla base di argomenti, esperimenti, conoscenze, e non di una complicità ideologica o politica.  Egli passa in rassegna una serie di risultati presi da diverse scienze sociali - sociologia, psicologia, economia, teoria dei giochi oltre che dalla biologia (dimenticando però, stranamente Una sinistra darwiniana di Peter Singer, ed.  Comunità) mostrandone la convergenza verso l'immagine di un individuo autocentrato, consapevole di sé e dei propri interessi, e al tempo stesso responsabile, orientato verso il prossimo e consapevole della necessità di "correre il rischio" della cooperazione, nonostante insidie e defezioni siano costantemente in agguato.  Questa è la lezione che - nell'ultimo capitolo - Jervis trae dagli esperimenti svolti, nell'ambito della teoria dei giochi, sulle "strategie della fiducia" a partire dalla ripetizione di situazioni del tipo "dilemma del prigioniero".  Da essi emerge che gli individui, immersi in una varietà di situazioni sociali nelle quali la cooperazione è a rischio di fregatura, trovano assai ragionevole essere fiduciosi verso il prossimo in prima battuta, ritraendo la propria fiducia nel momento in cui si accorgono che è mal riposta, ma rimanendo comunque disposti a riattivarla qualora le condizioni lo consentano di nuovo.

La psicologia, in questa analisi di Jervis, assume un ruolo centrale per spiegare gli eventi e i fenomeni politici, dai problemi dell'eguaglianza e del pluralismo al fondamento delle regole democratiche. «La psicologia moderna, essendo nemica della retorica, rende il nostro sguardo più realistico e più sobri i nostri discorsi», scrive.  Nei suoi sviluppi recenti, essa non cerca più di direi come dovremmo essere, ma come siamo in realtà, tenendo ben separati questi due ambiti di discorso.  E' proprio a partire da come stanno le cose, affidandosi a quanto di meglio le scienze sociali sanno offrire, che è possibile pensare a una filosofia politica, e dunque a una politica, più aderente alle esigenze reali di una società in costante movimento.  Ma è proprio sulla negazione di questa banale verità che ancora oggi tirano a campare i nostri ultimi, sbiaditi, maître à penser.
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