![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 DICEMBRE 2002 |
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Intervista con la scienziata indiana
che lotta contro l'agricoltura delle multinazionali
E'
la storia di Davide contro Golia quella che racconta Vandana-Shiva,
personaggio ben noto nella galassia «No Global», che da almeno 15 anni combatte
per svelare il grande bluff delle multinazionali: le corporazioni come la
Monsanto, che arrivarono in India promettendo ai contadini raccolti miracolosi,
ricchezza e benessere e rivelarono molto presto l'inganno nascosto dietro al
miraggio di seducenti campagne pubblicitarie.
Lei, scienziato prestato all'agricoltura, ha fondato un'organizzazione,
Navdanya, che raccoglie dieci milioni di agricoltori indiani. Ha attraversato l'India, girando da un
villaggio all'altro, spiegando ai contadini che il modello di sviluppo proposto
dalle multinazionali li avrebbe trasformati da consumatori di semenze a
consumatori di prodotti chimici e di semi geneticamente modificati, che non si
sarebbero più riprodotti.
Un
meccanismo che avrebbe indotto qualcosa che è paragonabile alla
tossicodipendenza: la dipendenza dai narcotici dell'agricoltura.
Vandana Shiva, lei poche settimane fa
era a Firenze, in occasione del Social Forum. Che cosa pensa del movimento No
Global?
«Tanto
per cominciare, forse non si dovrebbe chiamare più No Global, ma Pro Local, nel
senso che è un movimento che cerca di promuovere la diversità, la democrazia,
il rispetto delle differenze. E' un movimento forte e vibrante, che ha saputo
raccogliere attorno a sé forze diverse, manifestando pacificamente nonostante
minacce, provocazioni e pressioni».
C'è un filo che lega la sua attività in
India con questi nuovi movimenti occidentali?
«Partiamo
da lontano: 10 o 15 anni fa, i modelli di sviluppo dividevano nettamente il
Nord dal Sud del mondo: Il Nord rappresentava lo sviluppo e il Sud il sottosviluppo.
Io non sono stata mai d'accordo con questa rappresentazione della realtà, che
rispecchiava un obiettivo preciso: l'Occidente voleva mantenere le sue
ricchezze e il Terzo mondo era costretto a rincorrere quel tipo di sviluppo. Oggi la globalizzazione ha prodotto almeno
un effetto positivo: le cose per cui combattono i contadini italiani sono
sostanzialmente simili a quelle per cui lottano gli indiani. Entrambi vogliono difendere la qualità della
loro vita, produrre in modo sano, su una terra sana».
E' sicura che questa consapevolezza sia così
diffusa?
«Diciamo
che in Europa come in India c'è ormai la consapevolezza che le multinazionali
che controllano le sementi e privatizzano l'acqua sono un nemico da
combattere. Prima della globalizzazione
eravamo divisi, adesso, la stessa globalizzazione ci ha uniti».
Lei in India ha cercato di costruire
delle alternative concrete. Come si può
riassumere l'esperienza di Navdanya?
«C'è
una parola indiana, Satiagre, che spiega
il nostro lavoro. Vuol dire combattere
per la verità, con la forza della non-violenza. Noi abbiamo stretto un patto con i contadini, convincendoli a non
collaborare con le multinazionali. Abbiamo
creato una banca dei semi, tutelando l'incredibile varietà di specie che produciamo. Le multinazionali ci dicevano che avevano
inventato semi resistenti alla salinità, alle alluvioni, alla siccità. Ma noi abbiamo risposto: "li abbiamo
già". La loro ingegneria genetica
è assolutamente primitiva rispetto alla ricchezza delle nostre risorse. Abbiamo una tale varietà, che possiamo fare
a meno di loro. L'alternativa è
semplice: contrapporre la bio-diversità all'omogeneizzazione».
Non è così facile contrastare, col
semplice mezzo della parola, una multinazionale. Come avete fatto?
«Noi
diamo alternative a contadini che stanno morendo e che si suicidano perché non
riescono a saldare i loro debiti. Ma le
multinazionali hanno rivelato da sole il loro bluff. Facciamo un esempio: in tre stati dell'India del Sud avevano
pubblicizzato e venduto un seme di cotone che avrebbe dovuto dare raccolti
miracolosi, ma in effetti ha prodotto solo un decimo delle promesse. Il 26 marzo scorso, i contadini che erano
caduti in questa trappola hanno constatato di aver perso un miliardo di rupie:
il guadagno mancato, rispetto all'uso di semi di cotone tradizionali. Ora stiamo cercando di fare causa alle
aziende che hanno venduto miraggi».
Avete provato a stabilire rapporti di
collaborazione con l'Onu?
«L'Onu
ha firmato due trattati che aiutano molto il nostro lavoro: uno per la difesa
della bio-diversità e uno, stipulato con la Fao, dopo dieci anni di
interminabili trattative, sulle risorse genetiche delle piante. Entrambi riconoscono i diritti degli
agricoltori, ma adesso si tenta di
vanificarli a favore del Wto. In
agosto, quando si tenne a Johannesburg il summit del mondo su sostenibilità e
sviluppo, noi abbiamo cercato di difendere il trattato sulla bio-diversità,
spiegando che l'Onu non può sottostare ai diktat del Wto, che invece vuole
imporre la tutela dei brevetti».
Le vostre forme di lotta sono sempre
state pacifiche?
«Noi lottiamo contro aziende che hanno riconvertito in agricoltura i prodotti chimici dell'industria bellica. Ma abbiamo sempre presente l'insegnamento di Ghandi. Negli anni 30 gli inglesi volevano privatizzare i 7mila chilometri di costa indiana e proibire la libera produzione del sale. Ghandi disse la natura ci ha dato il mare e noi ne abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza. Le vostre leggi sono immorali e noi non ubbidiamo a leggi immorali. Noi oggi diciamo esattamente la stessa cosa: la natura ci ha dato gratuitamente i semi che appartenevano ai nostri antenati e noi continuiamo a volerli usare liberamente».