![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 NOVEMBRE 2002 |
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Cronaca di una contesa non solo teorica, nelle aule di Cambridge,
tra i due pensatori rivali, entrambi convinti di essere il punto terminale
della storia della filosofia
Provate ad
immaginarvi questa scena: il 25 ottobre 1946, nell´aula 3 della scala H del
King´s College di Cambridge, davanti ad un nutrito uditorio di specialisti e
curiosi, su invito del Moral Sciences Club, il filosofo austriaco Karl Raimund Popper
tiene una conferenza sulla reale entità dei problemi filosofici; ad un certo
punto, il presidente del club che lo ospitava, Ludwig Wittgenstein, convinto
che non esistessero effettivi problemi filosofici ma soltanto banali rompicapo
linguistici, brandisce l´attizzatoio del camino con fare minaccioso nei
confronti di Popper ed esce sbattendo fragorosamente la porta.
Questa scena
deve aver dapprima attratto, poi ossessionato, due giornalisti della Bbc, David
Edmonds e John Eidinow, che hanno scrupolosamente ricostruita La lite di
Cambridge, seguendo differenti piste e testimonianze, conducendo una specie di
indagine poliziesca che avrebbe dovuto approdare a qualche risultato certo. La
premessa è che i nostri intraprendenti autori diffidano dell´unica versione ufficiale
di quell´episodio, quella fornita dallo stesso Popper nell´autobiografia dal
titolo La ricerca non ha fine; il filosofo austriaco, docente alla London
School of Economics, che aveva da poco pubblicato la celebre opera La società
aperta e i suoi nemici, racconta che all´invito per la conferenza era sottesa
una provocazione dello stesso Wittgenstein, il quale peraltro, forse mentendo,
affermava di non conoscere minimamente il signor Popper. L´ospite decide di
accettare la sfida, convinto che l´identità del filosofo è tale soltanto
qualora creda davvero all´esistenza di problemi filosofici e che, di
conseguenza, chi nega tale presupposto - come faceva Wittgenstein - costituisce
una minaccia per la filosofia; così pone le seguenti domande: conosciamo il mondo
esterno attraverso i sensi? conseguiamo certezze mediante l´induzione? esistono
norme morali universalmente valide?, esempi cioè di questioni ricorrenti nella
tradizione filosofica da Aristotele a Kant. A quel punto, Wittgenstein perde le
staffe, armeggia con l´attizzatoio rovente, inveisce contro l´ospite, lo sfida
ripetutamente e, piuttosto che argomentare razionalmente a favore delle proprie
tesi, lascia la stanza sbattendo la porta. Popper trae la conclusione esplicita
che Wittgenstein non fosse capace di accettare uno scherzo o una polemica,
nonché quella implicita che, sottraendosi ad un civile confronto, venisse meno
ai più elementari principi di deontologia professionale; poi, colto da un
attacco di narcisismo sfrenato (la patologia più diffusa tra i filosofi),
ribadisce la convinzione che esistano davvero problemi filosofici e
"perfino che alcuni io li abbia risolti", alludendo con ogni
probabilità al problema dell´induzione risolto mediante il criterio di
falsificazione (quello che mise in crisi il verificazionismo del Circolo di
Vienna, che allora parteggiava per il Wittgenstein del Tractatus); inoltre
sostiene che lo spirito della filosofia del linguaggio ordinario (quella
propiziata dal secondo Wittgenstein) è inevitabilmente conservatore, perché fa
perno su quel senso comune rivalutato qualche decennio prima da G. E. Moore (il
quale oggi, tra l´altro, appare il filosofo più influente), il cui uso
quotidiano non ne decreta la validità, anzi limita lo sviluppo del senso
critico.
Infine, il fautore del razionalismo critico sale sul treno che lo riporterà a Londra e scopre, nello stesso scompartimento, che due ragazzi stanno parlando proprio di lui, del suo ultimo libro che condannava ogni totalitarismo; bottino pieno dunque: la fama era arrivata, dopo aver nel 1934 demolito il primo Wittgenstein (quello dell´atomismo logico) e nel 1946 il secondo Wittgenstein (quello dei giochi linguistici). Ciò che Popper combatteva - sostengono i giornalisti inglesi - era l´enfasi sul linguaggio posta da Wittgenstein e dai suoi zelanti seguaci; nel 1970 confessava di aver trovato le Ricerche filosofiche "mortalmente noiose" perché precludono la possibilità di dissentire, mentre dal canto suo Bertrand Russell - forse il regista occulto e malizioso di quella serata - considerava le dottrine wittgensteiniane, alcune banali, altre infondate. L´indagine svolta in questo libro non contiene ipotesi interpretative degne di nota, si limita a riportare idee filosofiche di seconda mano e si dilunga inutilmente in una serie di aneddoti e ricostruzioni del background storico-culturale che difficilmente si traducono in congetture sulla portata teorica del rovente episodio cantabrigiano. Più godibili risultano le pagine da cui emerge il profilo psicologico-caratteriale dei due eminenti filosofi: Wittgenstein tormentato e ansioso, irascibile e arrogante, egoista e insensibile, dogmatico e intollerante; Popper aggressivo e veemente, rude e prepotente, sprezzante e vendicativo. Entrambi, come Hegel, pensavano di costituire il punto terminale della storia della filosofia, l´un credendo di aver risolto i problemi cruciali posti dai predecessori, l´altro forte della convinzione di aver dissolto la ragion d´essere di quegli stessi problemi. Il lettore che riuscirà ad appassionarsi a questa storia dell´attizzatoio potrà legittimamente persuadersi dell´opportunità di occuparsi delle teorie filosofiche ma si guarderà bene dal frequentare i loro ideatori.