RASSEGNA STAMPA

30 NOVEMBRE 2002
DUCCIO TROMBADORI
Bobbio Più che liberale un marxista che si vergogna

Giunto alla veneranda età do novantatré anni, un uomo di cultura come Norberto Bobbio merita rutto il rispetto che si deve a chi ha svolto un'attività intellettuale in coerenza con le proprie scelte di vita: quelle, nel suo caso, di un mai riveduto antifascismo, azionismo e liberal-socialismo (malgrado comunque il noto peccatuccio di gioventù di aver guadagnato una cortesia dal duce per fini di carriera). Ma il riguardo dovuto al professore non si può estendere al bolo consistente di esegeti che nel frattempo gli si è formato intorno e suscita oggi la spropositata celebrazione di un pensiero filosofico-politico quale viatico per le coscienze in genere postcomuniste, frettolose di riacquisire un nido ideologico di sinistra dai tratti «liberali» - dopo lo scompiglio delle mode marxisteggianti pressoché dissolte assieme alla ingloriosa caduta delle dittature socialiste nell'Est europeo.

Dell'enfasi apologetica di questa «setta militante» -, così la chiama Dino Cofrancesco - rende un esempio abbondante il numero speciale della rivista Reset (novembre-dicembre 2002) dedicato a Norberto Bobbio e al suo «socialismo liberale». A cominciare dall'immagine di copertina, dove il professore viene addirittura figurato al modo di un uccello rapace disteso con fierezza, ad ali spiegate, sopra le montagne giganti del moderno pensiero politico, che si chiamano Montesquieu, Rousseau, Kant, Hegel, Marx e Stuart Mill.  Ma basta, guardare un po' più a fondo la sua figura ritratta in quadricromia per accorgersi che da quel volto innestato sul corpo di un volatile appare soprattutto l'aria incerta di chi non sa bene su quale picco andrà a depositare le sue uova.  E di fronte a quel sinedrio di cervelli che reclama una scelta decisa (pro o contro Marx, Hegel, etc ... ) il pennuto Bobbio non sovrasta propriamente come un'aquila di monte - secondo la messa in scena auspicata da Reset - ma preferisce piuttosto «sorvolare». In questa attitudine al pessimismo incredulo e però anche bacchettone (perché maschera la sua scettica indifferenza dietro la presunta razionalità morale delle procedure) si riassume tutta una fatica del concetto - chi sa perché detto «neo illuminista» che approda non a caso alla formula eclettica, né carne né pesce, del «Socialismo liberale» (o «liberal-socialismo», che dir si voglia): da cui Bobbio non si è mai voluto distaccare forse anche per tenere il punto della consumata polemica che già alla fine negli anni Trenta vide il suo maestro di azionismo Guido Calogero, ingarbugliatosi nei concetti di «giustizia» e «libertà», messo, in ginocchio intellettualmente dalla limpida coerenza liberale di Benedetto Croce. C'è però da notare una sintomatica analogia tra la ricorrente pretesa «anticrociana» degli odierni liberali di sinistra e quella che fu la principale ambizione filosofica - poi rivelatasi fallimentare - del comunista Antonio Gramsci: impegnato in primis a promuovere una diffusa ideologia «antiCroce» (individuato come «il papa laico della borghesia italiana») per soppiantare in radice la cultura liberale a quella marxista.  E su questo punto significativo, certi azionisti e certi comunisti sono sempre andati d'amore e d'accordo.  Ciò giustifica l'annoso quanto noioso, fazioso ed esclusivo «dialogo» tra loro cui hanno dato vita nel secondo dopoguerra italiano.  Di questo dialogo privilegiato Norberto Bobbio è stato un campione (prima con Togliatti, poi con

Berlinguer, eccetera) badando a rosicchiare poco a poco le radici romantico-rivoluzionarie della quercia marxista, con lo scrupolo tuttavia di non far cadere il nucleo più intimo di quel pensiero, poggiante su di uno strumentalismo politico dei valori molto vicino alla sua idea «sovversiva» di una democrazia costruita sull'irreligioso positivismo dei «diritti affermati» piuttosto che sulla base dei «doveri fondanti» della cultura liberale.  Più che un liberale, Bobbio sembrerebbe un «marxista che si vergogna».

Malgrado le intenzioni, il vero bersaglio polemico di Bobbio non è mai stato tanto il radicalismo di Marx, quanto - come per Gramsci - l'idealismo liberale e moderato di Benedetto Croce (col suo «non possiamo non dirci cristiani»).  Si spiega attualmente così l'aumento del suo credito intellettuale a sinistra nel prevalente passaggio dalla vecchia mentalità social-comunista all'odierno progressismo «socialista liberale», che qualcuno magari immagina ancora come superamento definitivo del marxismo, quando invece ne rappresenta l'unica possibile continuazione.  La vaga ma pertinace ideologia del neo-azionismo ha trovato così parecchi maestri cantori talmente pronti ad inneggiare la sua apoteosi che non si curano nemmeno di riflettere sulla già sperimentata inefficacia di quella cultura, di cui rende conto invece proprio l'onestà intellettuale di Bobbio con impietosa ma veritiera ammissione sulle pagine di Reset:  «Nella mia vita politica posso contare soltanto dei fallimenti.  Ho creduto moltissimo nel Partito d'Azione ed è finito miseramente.  Ho sperato poi nella unificazione socialista e anche quella è durata ben poco».

Ma si sa che la speranza, anche per un laico, è l'ultima a morire.
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