![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 NOVEMBRE 2002 |
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Disporsi con
atteggiamento di studio, non di semplice rievocazione, alla rilettura del
pensiero di Benedetto Croce vale ancora oggi come chiave per comprendere un
tassello determinante nella "biografia filosofica" italiana. La
stessa intelaiatura del sistema crociano fondato su "unità" e
"distinzione" dei contenuti ha permesso al pensatore napoletano di
inglobare nel discorso filosofico le sfere fondamentali dell'esperienza umana -
estetica, logica, etica ed economia - e di estendere l'influenza sulle altre
discipline. Del resto, l'orizzonte ampio e complesso del pensiero crociano è
attestato pure dal numero dei relatori e dalla ricchezza dei temi dibattuti al
convegno internazionale "Croce filosofo", organizzato in occasione
del cinquantesimo anniversario della morte del pensatore dalle università di
Napoli "Federico II" e di Messina, con il sostegno della Regione
Campania, del Comune di Napoli e dalle Fondazioni Bonino Pulejo (Messina) e
Rubbettino (Cosenza).
Ulteriore
motivo d'interesse è che l'influenza crociana nella filosofia italiana si è
giocata su un'operazione al limite, sul confine tra un punto di vista
avversario al marxismo e al pensiero comunista, e il tentativo di fare i conti
con lo stesso Marx dentro un progetto di egemonia. Leggere Croce significa
perciò anche accettare la sfida di un pensiero che in tanto recepisce e assorbe
persino taluni concetti marxiani, in quanto si propone di neutralizzarne gli
effetti. "Ma se il socialismo non sarà più angustamente ristretto alla
classe operaia - scriveva ad esempio Croce in una breve nota Tendenze sociali e
politiche del mondo odierno - se esso correggerà o abbandonerà le teorie
marxistiche, se si amplierà di nuovo a movimento umano e liberale o democratico
che si dica, come era nelle origini, lis finita est, e socialismo e liberalismo
confluiranno". Non è una "sintesi" quella prospettata dal
filosofo, ma il tentativo di fagocitare il socialismo all'interno del
liberalismo, di risolvere le ragioni del primo nell'orizzonte del secondo - a
condizione, naturalmente, che il marxismo rinunci e alle sue pretese
scientifiche e alla conquista del potere politico.
Intorno al
nesso fra teoria del liberalismo e neutralizzazione del marxismo ruotano gran
parte delle soluzioni filosofiche adottate da Croce: dalle categorie logiche di
"unità" e "distinzione" al rapporto tra politica e
intellettuali, fino alle concezioni della scienza, dell'arte e della storia. Il
tema ha attraversato anche alcune delle relazioni tenute nei primi tre giorni
del convegno crociano a Napoli - che intanto prosegue oggi e domani a Messina,
nell'Aula magna dell'Università. "Croce distrugge, in qualche modo -
afferma Vincenzo Vitiello - la filosofia marxista, la riduce a canone empirico
di interpretazione storiografica", a metodo di lettura dei conflitti reali
che avvengono nella storia. Ne rifiuta "la legge della caduta tendenziale
del saggio di profitto e l'equazione valore-lavoro. Per Croce Marx è il
Machiavelli del proletariato, non un teorico quindi, ma un pratico, un
politico", nella misura in cui Croce "distingue" e separa la
politica dalla scienza e dalla stessa filosofia. In questa prospettiva il
pensiero marxista altro non sarebbe che un metodo per la prassi, così come la
teoria valore-lavoro avrebbe significato non scientifico ma di semplice tecnica
di regolazione delle rivendicazioni salariali e sindacali. E, tuttavia, prova a
rivoltare il discorso Vitiello, "il giudizio riduttivo è altamente
positivo per il pensiero crociano", gli fa scoprire "l'utile come
dimensione a sé dell'agire umano", al di fuori di ogni rapporto di
subordinazione con il trascendente. Vitiello traccia un lungo excursus nella
storia della filosofia occidentale, a partire dall'identificazione nella
Repubblica di Platone tra il giusto e l'utile. La giustizia all'interno della società
è definita dal "con-veniente", dove il prefisso "con-"
indica che gli interesse di chi detiene il potere, persino quelli più
egoistici, non possono non realizzarsi se non in una dimensione comunitaria.
Sennonché Platone aggancia poi la giustizia, che gli uomini di Stato devono
concretizzare negli ordinamenti sociali, all'idea del Bene. I governanti sono
coloro "che hanno lo schema, pittori che devono realizzare in figura
nell'apparenza l'idea del Bene". L'intera tradizione occidentale si è
mossa in questo rapporto di dipendenza della legge da un ordine trascendente,
dallo svolgimento di un ordine provvidenziale nella storia. "I saggi di
Croce sul marxismo", se da un lato sono un travisamento di Marx,
dall'altro "rappresentano un geniale gesto filosofico di allontanamento da
tutto questo". Il marxismo offre una lettura dell'agire storico fondata
sulla dinamica reale della lotta e del conflitto, "dove non c'è una
filosofia della storia" sovraordinata. "Si tratta però di un gesto
filosofico che lo stesso Croce - conclude Vitiello - metterà poi da
parte", tornando - sotto altri assilli - a un'idea di libertà
sovratemporale, come principio assoluto nella storia che non si lascia
identificare del tutto né con la politica né con le concrete condizioni sociali.
Si arriva così al rifiuto di definire la libertà per mezzo di distinzioni giuridiche, che hanno carattere contingente e circostanziato - lo ha sottolineato anche Giuseppe Cacciatore - e all'istanza di un ideale etico, di un'anima morale che dal di fuori della politica, guida gli eventi. Sullo stesso tema si sofferma anche Girolamo Cotroneo, intervenuto al convegno e autore dell'introduzione a La religione della libertà, un'antologia degli scritti politici crociani (pubblicati per l'occasione da Rubbettino, pp. 361, euro 22,00). L'obiettivo di Croce era "dimostrare che il liberalismo - scrive Cotroneo - che il liberalismo contiene in sé la "vera democrazia" e il "vero socialismo"". Se, da un lato, "la democrazia è vista da Croce come tecnica di governo perfettamente idonea alla cornice liberale, ma che, proprio perché tecnica, potrebbe venire sostituita da altre tecniche altrettanto idonee", dall'altro il filosofo accenna a più riprese a il ripetuto accenna "a un socialismo il cui avvenire appare legato alle sue possibilità e capacità di accostarsi ancora di più al liberalismo, verso il quale avrebbe già da tempo iniziato la marcia, fino a confondersi con esso, il quale soddisfarebbe tutte le sue istanze, quelle ovviamente, agli occhi di Croce, positive". E' innegabile una vocazione egemonica in questo tentativo di "far rientrare nel corpus concettuale del liberalismo le ideologie che originariamente si presentavano come opposte ad esso". L'avversione crociana al comunismo si acuisce soprattutto all'indomani della Seconda guerra mondiale. "Questo pericolo - scrive ancora Cotroneo - non erano però le opere di Carlo Marx, non era quel marxismo teorico da lui (da Croce) giudicato - e continuato a ritenere tale - "morto" non nel 1937, ma già nel 1911, bensì la massiccia e minacciosa presenza nel panorama politico mondiale dell'Unione Sovietica", che rappresentava, ai suoi occhi, la trasformazione del marxismo da "tecnica" a costruzione di un diverso ordinamento economico e statale.