RASSEGNA STAMPA

18 NOVEMBRE 2002
GIUSEPPE GALASSO
Cent’anni di solitudine, chi tradì don Benedetto

Croce partecipò da filosofo alla politica senza sottomettersi al regime. E i seguaci lo abbandonarono

Nel 1927 Croce recensì subito il libro di Julien Benda, La trahison des clercs , apparso l'anno prima, manifestando un pieno consenso all'idea che, più o meno dal 1870, era «venuto crescendo l'asservimento dei clercs ai laici, degli uomini di pensiero e di poesia agli interessi politici ed economici». Avanzava, però, anche una grave riserva verso la tesi di Benda. Questi, secondo lui, aveva «ragione d'indignarsi contro la trahison des clercs », ma tagliava e non scioglieva il nodo del problema dell'intreccio tra politica e cultura, sostenendo, «contro l'indebita identificazione, la separazione dei chierici dai laici». Per Croce, invece, «la separazione è impensabile». Egli fa l'esempio di se stesso. «Poniamo - dice - che io, uomo di contemplazione, volessi distaccarmi dalla vita politica ed economica, dai suoi sforzi, dai suoi contrasti, dalle sue angosce, dai suoi obbrobri e farmi verso di lei chiuso e indifferente»; ma in tal caso - conclude - «donde prenderebbero poi alimento i miei pensieri?». Questi pensieri Croce aveva espresso da tempo, sostenendo l'intima congiunzione del pensiero e della cultura con la vita storica. Perciò, alla figura del «puro filosofo» non credeva, anzi la irrideva. Pensiero e vita civile andavano misurati secondo la loro capacità, come Croce si esprimeva, di «costruzione storica». E fuori del conforto di tale verifica non erano che accademia vuota, e perfino dannosa.
Passato per una fase più attiva di politica (fu ministro con Giolitti nel 1920-21), alla politica attiva, che non era nella sua vocazione, egli stesso dové tornare per alcuni anni alla caduta del fascismo.
Disse poi di aver sognato «che, dopo avere nel periodo fascistico dato la (sua) opera all'opposizione politica nelle varie sue forme, e cercato altresì di salvare ciò che si poteva della indipendenza e della libertà della cultura italiana che non pochi intellettuali compromettevano e disonoravano, caduto che fosse, com'era ineluttabile, quel regime di violenza, (sarebbe) tornato alla (sua) vocazione, gli studi, che a lor modo sono anche politica, cioè utili all'umana società e alla patria». Poi le circostanze avevano voluto altrimenti, ed egli non si era sottratto ai suoi doveri di cittadino intellettuale in quell'ora così importante nella storia del paese. Vantava, però, di poter dire di se stesso quel che un poeta del '500 diceva di un suo contemporaneo: «che per pro mai né per danno/ discordar da te stesso non consenti,/contro il costume delle inique genti/ che le fortune avverse amar non sanno». Aveva ragione di dirlo. Ma ormai i suoi pensieri andavano anche oltre questo livello. Erano presi dal problema della crisi della civiltà del tempo, dalla esigenza che avvertiva di «non risparmiare nessuno sforzo, grande o piccolo, in servigio della buona causa dell'Europa e della civiltà», che sentiva minacciate da tendenze e forze avverse. Prevedeva perciò una «lotta paurosa», che poteva «condurre il mondo a una più o meno estesa e più o meno lunga decadenza». Il pensiero e la cultura erano messi perciò a una prova nuova e di nuovo tipo e forse anche più dura delle precedenti. Ma la fede di Croce era salda. «Quali che siano per essere gli incidenti e le vicende di questa lotta, il principio intrinsecamente invincibile, che è la creatrice azione morale dell'uomo, ripiglierà il suo dominio, perché vive in fondo alle coscienze degli stessi avversari».
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