RASSEGNA STAMPA

14 NOVEMBRE 2002
BENEDETTO CROCE
UN PARTITO NON E’ UNA SETTA
Pubblichiamo per gentile concessione della famiglia Croce e nell’imminenza del cinquantenario della scomparsa del filosofo, una sua lettera inedita a Carlo Sforza, da Sorrento, il 20 luglio 1944.

Caro Carlo, tu sai che la mia amicizia per te ha ben salde fondamenta perché: 1) tu sei un onest’uomo; 2) hai sin dall’inizio e tenacemente e coraggiosamente combattuto il lurido regime che ci ha disonorati; 3) hai sostenuto con dignità le torture e le miserie di un lungo esilio; 4) hai un vivo ingegno. (Scusa l’ordine che do a queste cose, che è, per me, ordine d’importanza).
Posso aggiungere: 5) la dolcezza sentimentale dei ricordi dei nostri frequenti incontri in Parigi, in Bruxelles, presso Tolone, negli anni più per noi cupi del fascismo trionfante?
Se dunque il mio spirito critico mi porta talora a discordare da te, debbo accettare questa necessità a cui non trovo rimedio; ma non confondo l’una e l’altra sfera delle relazioni con te, come usa la gente volgare, che fa interferire l’una nell’altra.
Quanto alla mia appartenenza a un partito del quale sono diventato capo dichiarato, stimo che ogni cittadino debba ascriversi a un partito, a quello che meglio risponde o è più affine ai suoi ideali, da capo o da gregario, perché ciò richiedono l’ordinata vita politica e morale, e la lealtà della lotta. Essere superiore ai partiti? Ma ogni uomo che si rispetti è, nel fatto, sempre superiore, perché non rinunzia al suo pensiero e alla sua coerenza morale, e un partito non è una setta o una mafia e consente il dissenso e l’opposizione, e anche in certi casi ammette il diritto e il dovere dell’uscita dal Partito. Ai miei compagni liberali ebbi occasione di dire: non vi dolete se io, sempre che ciò creda utile al nostro paese, propongo e sostengo persone di diverso partito per ufficii nei quali penso che possano far meglio di altri. Non potrei condurmi diversamente. Ed essi assentirono, e non ho mai avuto obiezioni per questo mio fare. Tu sai come ho sostenuto e sostengo l’Omodeo, il Tarchiani, il De Gasperi. Eppure l’amico Omodeo è stato ed è la mia croce con la sua accesa immaginazione e la sua sospettosità circa gli uomini del partito liberale e con le involontarie calunnie con cui li perseguita!
Speravo di avere con te, prima che tu lasciassi Napoli, una lunga conversazione in cui ti avrei esposto quel che osservo circa la presente situazione politica. Per quel che riguarda i generali (e gli ammiragli), è doveroso che siano ricercate le responsabilità e severamente punite. Spero che il Casati ciò verrà facendo, gradatamente ma fermamente, portando l’opera sino al suo compimento. In Consiglio dei ministri avrai notato che la sola volta che si sono discussi provvedimenti di questa sorta, io presi la parola per fare aggravare, come fu fatto, un castigo, proposto dapprima più mite, su un generale. Ma credo che tu esageri nel perseguire l’idea della «congiura dei generali», che sono, in realtà, poveri diavoli d’impiegati, paurosi di perdere stipendii e vantaggi connessi, incapaci di un concetto politico e dell’intelletto e dell’ardimento che richiede. E credo che tu, battendo troppo su questo punto, smarrisci di vista o consideri secondarii tutti gli altri gravissimi e pericolosissimi malanni d’Italia, che non dipendono certo dal contegno dei generali. Ma questa lettera non sostituisce la non fatta conversazione, che potrà essere fatta se e quando capiterò a Roma.
Mia moglie e le mie figliuole ti sono grate delle tue gentili parole, e ti salutano affettuosamente.
Abbimi sempre
tuo
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