RASSEGNA STAMPA

8 NOVEMBRE 2002
MAURIZIO CECCHETTI
Virilio: la vera minaccia verrà dalla tecno-apocalisse

Potremmo vederla anche così, per quanto sembri un'idea "eccessiva": l'11 settembre 2001 non è stato quel che ancora oggi molti pensano: un attentato di cui occorre accertare tutte le responsabilità, e che proietta alla scala del pianeta il fenomeno del terrorismo. No, l'11 settembre 2001 è stato soprattutto un dispositivo, un interruttore che ha aperto una nuova epoca umana: l'epoca

della "guerra totale". E questo non è frutto di un cambiamento repentino delle

strategie dei grandi poteri planetari, no, tutt'altro, è il punto di arrivo di una cultura che ha espropriato lentamente l'uomo delle sue facoltà fondamentali,

e alla fine lo ha spogliato anche di sé stesso, per darlo in pasto alle macchine. Le macchine che, giorno dopo giorno, hanno perduto quella loro durezza e pesantezza che le faceva coincidere con l'hardware, e hanno acquistato una

sorta di intellect che le rende leggere e dispotiche, al punto da negare all'uomo quei diritti che stanno scritti nella sua carne e nel suo sangue da sempre.

È questo il succo dell'ultimo saggio del sociologo e urbanista Paul Virilio, che esce da Cortina col titolo L'incidente del futuro (pagine 92, euro 7,50). In

questo saggio Virilio viene allo scoperto; si tratta di un pamphlet che spazia

dall'arte alla genetica, dalla critica del totalitarismo alla demonizzazione dei

media, dalla filosofia della guerra all'odio razziale; è, in definitiva, un "J'accuse" che ripercorre questioni peraltro dibattute e talvolta con qualche ovvietà.

Il rischio di pamphlet come quelli di Virilio è quello di trasformarsi, alla fine, in qualcosa che assomiglia molto all'oggetto che intende criticare. Nel

discorso, infatti, Virilio alterna un lucido realismo all'iperbole visionaria.

Mette in luce, per esempio, il grado di sviluppo raggiunto dalla scienza e le

conseguenze sul versante della biopolitico che allenta il freno alle manipolazioni e rende "normale" l'eugenetica: fino alla produzione di esseri umani col solo scopo di utilizzarne parti per altri uomini già sviluppati. Fare della "natura umana" un deposito di pezzi di ricambio, insomma. Ma anche – estendendo la mentalità - creare mondi virtuali con la "mediatica"; o ancora:

trasformare l'arte in un'opera sempre più priva di "carnalità"; disumanizzare

la guerra con l'asimmetria fra offesa e difesa...

È il grido di un apocalittico, che mette allo scoperto anche la parte del credente, poiché Virilio ha dichiarato di essere cristiano e cattolico. È sorprendente, però, leggere affermazioni come quella che unifica sotto la campana dell'immaginario scientifico – inteso come virtualità falsante - i telespettatori "che credevano che l'attentato al World Trade Center fosse solo un ennesimo film catastrofista, e quello dei kamikaze islamici che muoiono senz'altro felici di diventare gli attori di una superproduzione mondiale

in cui la realtà può vacillare fino a cadere nel nulla elettronico".

L'immaginario scientifico non è ancora così potente da cancellare in noi la sensibilità per la morte che, anzi, dal nostro sguardo continua a trasmettersi

alla coscienza oggi come già al tempo di Lucrezio. Quella di Virilio, come di

molti altri, è solo un'iperbole intellettuale.

Egli, infatti, talvolta dà l'impressione di farsi trascinare dal fiume (ugualmente mediatico) che alimenta l'"età dell'ansia". Ma fanno riflettere

alcuni accostamenti diacronici fra genetica, iconoclastia protestante, abolizione dell'uomo e dissoluzione del principio di realtà: non a caso, i teologi antichi difesero la legittimità di rappresentare Cristo legando in modo inscindibile proprio l'icona e l'incarnazione.

Cioè la "visibilità" di Cristo e la sua rappresentazione. Si potrebbe dire,

in sostanza, che la critica di Virilio al pensiero moderno è suggestiva nell'impostazione generale, ma va presa con disincanto quando il suo pensiero

si disancora dalla concretezza per farsi "futuribile".
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