![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 NOVEMBRE 2002 |
|
Potremmo
vederla anche così, per quanto sembri un'idea "eccessiva": l'11
settembre 2001 non è stato quel che ancora oggi molti pensano: un attentato di
cui occorre accertare tutte le responsabilità, e che proietta alla scala del
pianeta il fenomeno del terrorismo. No, l'11 settembre 2001 è stato soprattutto
un dispositivo, un interruttore che ha aperto una nuova epoca umana: l'epoca
della
"guerra totale". E questo non è frutto di un cambiamento repentino
delle
strategie
dei grandi poteri planetari, no, tutt'altro, è il punto di arrivo di una
cultura che ha espropriato lentamente l'uomo delle sue facoltà fondamentali,
e alla fine
lo ha spogliato anche di sé stesso, per darlo in pasto alle macchine. Le
macchine che, giorno dopo giorno, hanno perduto quella loro durezza e
pesantezza che le faceva coincidere con l'hardware, e hanno acquistato una
sorta di
intellect che le rende leggere e dispotiche, al punto da negare all'uomo quei
diritti che stanno scritti nella sua carne e nel suo sangue da sempre.
È questo il
succo dell'ultimo saggio del sociologo e urbanista Paul Virilio, che esce da
Cortina col titolo L'incidente del futuro (pagine 92, euro 7,50). In
questo
saggio Virilio viene allo scoperto; si tratta di un pamphlet che spazia
dall'arte
alla genetica, dalla critica del totalitarismo alla demonizzazione dei
media, dalla
filosofia della guerra all'odio razziale; è, in definitiva, un
"J'accuse" che ripercorre questioni peraltro dibattute e talvolta con
qualche ovvietà.
Il rischio
di pamphlet come quelli di Virilio è quello di trasformarsi, alla fine, in
qualcosa che assomiglia molto all'oggetto che intende criticare. Nel
discorso,
infatti, Virilio alterna un lucido realismo all'iperbole visionaria.
Mette in
luce, per esempio, il grado di sviluppo raggiunto dalla scienza e le
conseguenze
sul versante della biopolitico che allenta il freno alle manipolazioni e rende
"normale" l'eugenetica: fino alla produzione di esseri umani col solo
scopo di utilizzarne parti per altri uomini già sviluppati. Fare della
"natura umana" un deposito di pezzi di ricambio, insomma. Ma anche –
estendendo la mentalità - creare mondi virtuali con la "mediatica"; o
ancora:
trasformare
l'arte in un'opera sempre più priva di "carnalità"; disumanizzare
la guerra
con l'asimmetria fra offesa e difesa...
È il grido
di un apocalittico, che mette allo scoperto anche la parte del credente, poiché
Virilio ha dichiarato di essere cristiano e cattolico. È sorprendente, però,
leggere affermazioni come quella che unifica sotto la campana dell'immaginario
scientifico – inteso come virtualità falsante - i telespettatori "che credevano
che l'attentato al World Trade Center fosse solo un ennesimo film
catastrofista, e quello dei kamikaze islamici che muoiono senz'altro felici di
diventare gli attori di una superproduzione mondiale
in cui la
realtà può vacillare fino a cadere nel nulla elettronico".
L'immaginario
scientifico non è ancora così potente da cancellare in noi la sensibilità per
la morte che, anzi, dal nostro sguardo continua a trasmettersi
alla
coscienza oggi come già al tempo di Lucrezio. Quella di Virilio, come di
molti altri,
è solo un'iperbole intellettuale.
Egli,
infatti, talvolta dà l'impressione di farsi trascinare dal fiume (ugualmente
mediatico) che alimenta l'"età dell'ansia". Ma fanno riflettere
alcuni
accostamenti diacronici fra genetica, iconoclastia protestante, abolizione
dell'uomo e dissoluzione del principio di realtà: non a caso, i teologi antichi
difesero la legittimità di rappresentare Cristo legando in modo inscindibile
proprio l'icona e l'incarnazione.
Cioè la
"visibilità" di Cristo e la sua rappresentazione. Si potrebbe dire,
in sostanza,
che la critica di Virilio al pensiero moderno è suggestiva nell'impostazione
generale, ma va presa con disincanto quando il suo pensiero
si disancora dalla concretezza per farsi "futuribile".