![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 NOVEMBRE 2002 |
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Sarà lui
oggi ad aprire a Roma, insieme al cardinale Ruini, il convegno della Chiesa
italiana sulla cultura nell'era mediatica. Una scelta precisa: con i suoi studi
sulla postmodernità e l'intimo "disagio" che la segna (per riprendere
il titolo dell'ultimo libro apparso in Italia), il sociologo polacco Zygmunt
Bauman si è proposto come uno dei più lucidi studiosi dei grandi fenomeni del
nostro tempo. Parlare con lui di società, mass media e cultura è un modo
diretto per entrare nel vivo del dibattito dei prossimi giorni.
Professore,il
crescente flusso di messaggi da una sempre più nutrita schiera di fonti
mediatiche produce effetti sulla coscienza della gente?
"Certamente.
Il filosofo francese Paul Virilio parla di "bomba informativa" che
si accinge a esplodere, più pericolosa ancora della bomba atomica. Sembrava che
la sfida consistesse nel dipanare il mistero della natura: una volta che
avessimo conosciuto le sue leggi, l'avremmo dominata e asservita alle esigenze
umane. È sempre più chiaro invece quanto fosse ingenua una simile convinzione.
Oggi la sfida è come assimilare la conoscenza accumulata e farne un uso
sensato, come separare il prezioso grano dell'informazione importante dalla
paglia inutile. Il flusso dell'informazione sembra disattivare il pensiero
anziché abilitarci a esso. Non c'è tempo per concentrarsi, focalizzare
l'attenzione, riflettere. Il pensiero critico e creativo richiede tempo per
soppesare:
ma il tempo
è un bene che i media non possono fornire. Se a Emile Zola avessero dato
l'opportunità di difendere Dreyfus in televisione, gli sarebbe stato dato
giusto il tempo per gridare "j'accuse!"...".
L'informazione
globale ci illude di conoscere tutto,ma non ci concede la speranza di poter
cambiare qualcosa. Questo senso di impotenza non rischia,a gioco lungo,di
renderci indifferenti?
"Questa
è probabilmente la difficoltà maggiore con la quale oggi si confronta qualsiasi
sforzo di estendere la nostra coscienza morale sulla dimensione globale dei
problemi e dei compiti che tutti condividiamo. Siamo "in stato di
attesa" ("by-standers"), testimoni silenti e passivi, che vedono
e ascoltano, ma che possono far poco perché accadano fatti positivi e per
prevenire o bloccare quelli negativi.
Come elevare
i "by-standers" al livello di attori?
Non ci aiuta
a rispondere il modo in cui l'informazione è offerta. Ci vengono proposte
immagini scioccanti di povertà umana, ma nessuno ci aiuta a comprendere le
cause profonde e i complessi meccanismi che fanno ogni volta riemergere la
miseria malgrado la nostra solidarietà. Dubitiamo della capacità di cambiare le
cose in meglio visto che ignoriamo il nesso tra ciò che facciamo (o non
facciamo)e quanto ci viene mostrato dalla Tv".
C'è una via
d'uscita?
"Dipendiamo
gli uni dagli altri, dunque siamo oggettivamente responsabili del prossimo.
Quello che facciamo o non facciamo fa la differenza per la vita e le
opportunità altrui. Il passo decisivo oggi è assumersi la responsabilità di ciò
che già ci compete, e agire di conseguenza. Invece veniamo spinti a trovare
(invano) soluzioni locali per problemi globali, a cercare riparo dalle
inquietudini mondiali in comunità fortificate, a costruire la nostra sicurezza
mentre abbandoniamo gli altri al loro destino. Questa può essere una risposta
naturale all'ansia e alla paura che tutti sperimentiamo - sì, ma è una risposta
inefficace, miope, perdente. E i media, nella loro rincorsa del consenso, si
guardano bene dal disturbare i loro utenti e smascherare l'inganno".
Quanto
incide l'esposizione ai media e a messaggi negativi sui comportamenti di chi li
consuma,a cominciare dai giovanissimi?
"Non lo
sappiamo. La gente si fa violenta perché vede la violenza e dal quale si
ricavano esperienze e interessi. Se vogliamo cambiare il messaggio dei media
occorre fare qualcosa per l'uomo e la società, più che appellarci agli
operatori dei media o pensare di farli tacere per legge".
Che tipo di
cultura viene espressa oggi dai media?
"Il
tipo di cultura che gli utenti dei media riconoscono come proprio modo di
vivere quotidiano. Talk show, serial televisivi e spot formano una sorta di
specchio gigante nel quale gli spettatori guardano all'infinito le immagini ripetute
della loro esperienza, le loro gioie e le ansie, i sogni e le preoccupazioni,
tutto ciò che gli è familiare.
Il messaggio
che ci giunge è sempre lo stesso: se fallisci, è colpa tua, se sei in difficoltà
puoi contare solo sulle tue risorse per cavartela. Temo però che dare la colpa
ai media per quel che invece è colpa della società sia fuorviante e
rischioso".
Infine la
Chiesa: come può comunicare efficacemente il suo messaggio in un contesto
culturale nel quale a dettare i tempi è lo show business?
"Quando
il Papa incontra migliaia di giovani, il suo messaggio raggiunge tutti senza
bisogno di scendere a compromessi con le esigenze dello spettacolo.
I valori
stanno in piedi da soli.
Quanto meno
amore e buona volontà resteranno nel "mondo reale", tanto più
avidamente noi tutti desidereremo i valori che abbiamo perduto.
La gente che desidera amore, amicizia e legami durevoli, che vuole contare sugli altri, che vuole "sentirsi a casa" in compagnia di qualsiasi essere umano - questa gente oggi è tutto fuorché "audience minoritaria"".