![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 NOVEMBRE 2002 |
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Nei loro
libri più recenti due dei più importanti intellettuali della scena
internazionale indagano le incognite che possono derivare dall'intreccio fra
sviluppo scientifico e diritti della persona
Anziano ma
lottatore. Filosofo combattente. Capace di argomentare a furor di logica, ma
anche di esclamare: "È ripugnante". Questo è Jürgen Habermas,
impegnato a mettere insieme in un mosaico armonico tessere
"difficili" come libertà individuale e uguaglianza, tecnologia e
democrazia. Generazione e genetica. Attenzione: Il futuro della natura umana. I
rischi di una genetica liberale (Einaudi, pagine 126, euro 14) non se la prende
con il liberismo tout court. Liberale è la genetica "regolata dalla legge
della domanda e dell'offerta", che se lasciata a se stessa, alle proprie
voglie, alle proprie convenienze, potrebbe innescare un "filone
generazionale di azioni di cui nessuno sarà chiamato a rispondere".
Ma che cosa
preoccupa Habermas? Lo preoccupa la disuguaglianza. Pur senza citare mai Dio,
né forse "aver fede" in Lui, Habermas prova "ripugnanza e
vertigine" nei confronti dell'uomo che ne prendesse il posto nella miscela
casuale dei geni. Fino a proporre l'"eresia" di una moderna forma di
censura: "Se la diagnosi di preimpianto e la sperimentazione sugli
embrioni oltrepassano i limiti di una genetica negativa (cioè terapeutica) e
clinica (cioè legata all'ipotetico consenso dell'interessato), esse vanno
senz'altro vietate", perché "democraticamente incontrollabili".
Habermas non
sembra amare l'espressione "ingegneria genetica". Preferisce parlare
genericamente di tecnologie; o del futuribile - e ripugnante - "shopping
in the genetic supermarket": "Queste tecnologie - annota nel
"Poscritto" steso dopo l'11 settembre 2001, a cui dedica alcune
pagine - produrranno senz'altro interferenze sconvolgenti nel nesso delle
generazioni". Non così sembra ai "colleghi americani", sereni e
tranquilli. "Questa percezione del problema, per nulla preoccupata, deriva
da una fiducia ininterrotta nello sviluppo scientifico e tecnico, nonché
dall'ottica di una tradizione liberale che risale a John Locke. La tutela delle
libertà individuali delle persone giuridiche viene fatta valere contro le
interferenze dello stato, mentre, nell'analisi di ogni nuova sfida, si
sottolineano soprattutto le minacce portate alla libertà nelle relazioni che
collegano verticalmente i membri privati della società al potere dello stato.
Di fronte al pericolo principale di un'illecita invadenza del potere politico,
passa in secondo piano la paura dell'abusivo potere sociale esercitabile da
privati contro privati nella dimensione orizzontale delle loro relazioni".
Conclude
sconsolato Habermas: "In questa prospettiva liberale diventa ovvio
sottrarre alla normativa statale tutte le decisioni sul patrimonio genetico dei
bambini, rimettendole semplicemente ai genitori". Il filosofo tedesco
pensa soprattutto al bambino futuro: "La persona soggetta a trattamento
prenatale viene a trovarsi in difficoltà, dopo aver saputo dell'intenzionale
alterazione del suo patrimonio, a concepirsi come autonomo ed eguale membro di
un'associazione di liberi ed eguali".
Che questi non siano i pensieri solitari di un filosofo perso nelle proprie "ripugnanze", ma l'espressione alta e colta di un comune sentire, può essere dimostrato con una sola citazione. La "traduzione popolare", nel linguaggio cinematografico, di questo libro di Habermas è, con straordinarie coincidenze di temi ed accenti, il film Gattaca, diretto cinque anni fa da Andrew Niccol ed interpretato da Ethan Hawke: in un futuro prossimo l'umanità è divisa in individui dal patrimonio genetico programmato, garantito e controllato, i "validi", e gli altri, i cosiddetti "figli di Dio", concepiti alla vecchia maniera casuale, i "non validi". La società di Gattaca è sana, sanissima; ma omologata, oppressiva e antidemocratica. In nome del liberismo, s'è trasformata in quanto di più illiberale si possa concepire. Habermas probabilmente neppure ha sentito nominare il film, ma è come se l'avesse scritto lui.