![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 OTTOBRE 2002 |
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Il grande fisico trasse alcune idee da
un libro di testo scritto da un «outsider»
Da ridimensionare invece è la leggenda
dell'influenza dell'esperimento Michelson-Morley sulla scoperta della
relatività speciale
Tra
le molte leggende che circolano da tempo, in ambiente scientifico e non solo,
su Albert Einstein, c'è anche una convinzione: che alla base del lavoro che
portò il fisico, nel 1905, alla pubblicazione della teoria della relatività
speciale, ci sia il cosiddetto esperimento Michelson-Morley. L'esperimento viene in generale considerato
un avvenimento importante nella storia della scienza, conosciuto e rispettato
tanto quanto la storia della mela che cade sulla testa di Isaac Newton da un
albero o quella di Galileo Galilei lei che fa cadere dei corpi dalla Torre di
Pisa. L'esperimento viene in altre parole paragonato ad altri due casi in cui
si suppone che un fatto sperimentale abbia portato alla formulazione di una
vera e propria teoria scientifica.
Einstein
non negò mai di essere a conoscenza del risultato ottenuto da Michelson, ma
disse anche di non esserne rimasto particolarmente colpito perché era arrivato
alle stesse conclusioni per altre
strade. Ed è interessante notare come, se da una parte Einstein diceva di non
aver avuto alcun bisogno dell'esperimento di Michelson, quest'ultimo (che morì
nel 1931, n.d.t.) non accettò mai la teoria della relatività. Il che non impediva ai due uomini di
stimarsi a vicenda: Einstein chiamava Michelson «l'artista della scienza», uno
studioso elegante nel metodo e capace di gioire di un esperimento scientifico.
Einstein vedeva il suo lavoro come l'ideale continuazione e miglioramento di
tendenze scientifiche già in atto. Accettava la teoria di Maxwell (il fisico
scozzese a cui si devono i fondamenti della teoria dell'elettromagnetismo,
n.d.t.) e applicava a essa il principio della relatività. E questo rendeva evidente il risultato
negativo dell'esperimento Michelson-Morley, piuttosto che rappresentare un
punto di rottura rispetto alle teorie del passato.
E'
importante inoltre ricordare che al tempo dell'esperimento Michelson-Morley,
Einstein non era in contatto con alcuna importante biblioteca né con altri
fisici teorici e che le sue conoscenze venivano unicamente dalle letture che si
procurava da solo. Queste comprendevano i lavori disponibili di von Helmoltz
(Hermann, l'inventore del risuonatore acustico, n.d.t.), Maxwell, Hertz
(Hermann, sviluppò sperimentalmente le ipotesi di Maxwell , e dimostrò
l'esistenza delle onde elettromagnetiche, n.d.t.), Boltzman
(Ludwig,
studioso di termodinamica e meccanica statistica, n.d.t.) e Lorentz (Hendrik,
fisico olandese a cui si deve una teoria della materia che spiega tutti i
fenomeni elettromagnetici in base al comportamento degli elettroni, n.d.t.).
E'
stato però Gerald Holton (in un articolo intitolato «Influence, on Einstein's
Early Work») a scoprire da quale testo Einstein, che aveva dovuto rinunciare a
Maxwell nelle lezioni universitarie, studiò la teoria del fisico scozzese. Si
tratta di Introduction to Maxwell's
Theory of Electricity di August Foeppl, pubblicato nel 1894. Foeppl era stato un insegnante di educazione
tecnica al liceo, era laureato in ingegneria civile e al tempo in cui scrisse
il libro gli era stato chiesto di tenere dei corsi sui macchinari utilizzati in
agricoltura. Il libro è l'antenato di
una serie di rivisitazioni che i fisici chiamano Abraham-Foeppl, e più tardi
Abraham-Becker, poi Becker e infine Becker-Sauter. Questo libro, in un capitolo intitolato «The Electrodynamics of
Moving Conductors» (vi ricorda qualcosa?) descrive precisamente la situazione
sperimentale con la quale inizia il lavoro del 1905 di Einstein.
Il
genero di Einstein, Rudolf Kaiser, nella sua biografia del fisico, scrive: «I
corsi scientifici che gli venivano offerti a Zurigo sembrarono presto
insufficienti e inadeguati, al punto che spesso saltava le lezioni. Ma la sua crescita come scienziato non ne
risentì. Dotato di un'autentica
ossessione per la lettura, diurna e notturna, egli passò in rassegna i lavori
dei grandi fisici - Kirchoff, Hertz, Helmholtz, Foeppl -». Dell'enorme diversità di possibili strade
aperte a Einstein nel campo dell'elettrodinamica, fu proprio il trattamento
riservato alla materia nel testo di Foeppl a rafforzare l'unicità di alcuni
punti del suo lavoro del 1905. Nel suo
articolo, Holton giunge a questa conclusione: «Esiste, secondo me, un elemento
vagamente struggente nel sapere come il lavoro di Foeppl sia arrivato fino a
Einstein: un libro di testo, scritto da un outsider
che non aveva una platea di studenti a cui spiegarne i contenuti, finisce
nelle mani di uno studente, considerato un
outsider dai suoi professori. Uno studente che aveva bisogno proprio di
quel tipo di materiale e di stimoli, ma che non riusciva a trovare alle lezioni
dei suoi professori».
Storie come questa devono essere di incoraggiamento e buon augurio per chiunque si accinga a scrivere un libro di testo.