![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 OTTOBRE 2002 |
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DALLA BOMBA ATOMICA AI DILEMMI DELLA GENETICA: UNA CATEGORIA NEL
MIRINO DELL'OPINIONE PUBBLICA
Dopo il 6
agosto 1945, l'onore degli scienziati si trova sotto tiro. Ogni fisico è
considerato corresponsabile dei morti di Hiroshima. Eppure, Fermi e Wigner
non avevano mancato all'onore spiegando al presidente Roosevelt il potere delle
armi nucleari. Quella di fabbricarle fu una decisione presa dal popolo
americano tramite il suo presidente eletto.
I nazisti
avevano anch'essi voluto la bomba, ma non ci riuscirono. Werner Heisenberg,
responsabile del progetto tedesco e illustre teorico della fisica quantistica,
ha sostenuto nel 1945 di aver sabotato il proprio lavoro.
Di fatto,
l'insuccesso di Heisenberg non aveva niente a che fare con il senso dell'onore.
Esso derivava da due errori tecnici: prima di tutto, l'uso di moderatori non
sufficientemente puri per la prima pila. Poi, una stima non corretta della
"massa critica" necessaria per provocare l'esplosione. Anche se
inattive, per il momento, le armi nucleari sono all'origine di un'enorme
diffidenza nei confronti della ricerca. E a questo bisogna far fronte.
Dov'è, di
fatto, l'onore degli scienziati? Alcuni filosofi descrivono i ricercatori come
uomini intenti a stabilire una verità. Molti di noi non si riconoscono in
questo modello.
Gli odierni
ricercatori non pretendono mai di determinare una verità definitiva. Produciamo
soltanto, maldestramente e con molte esitazioni, una descrizione approssimata
della natura.
Fondatore
dell'elettrodinamica quantistica, Richard Feynman (che non ho conosciuto, ma
che considero il mio maestro) ha riassunto tutto ciò in una formula divenuta
famosa: "Theory is the best guess".
La teoria
che oggi accettiamo è quella che rende conto del massimo numero di fatti con il
minimo numero d'ipotesi. Il vero punto d'onore non consiste nell'essere nel
vero, ma di osare, proporre idee nuove, e poi verificarle.
Si tratta
anche, certamente, di saper riconoscere pubblicamente i propri errori, saper
segnalare certe trappole. In questo, l'onore dello scienziato si colloca
all'estremo opposto dell'onore di don Diego.
Quando si
commette un errore, bisogna accettare di perdere la faccia. Ho visto grandi
sapienti farlo con eleganza. Ma c'è un altro aspetto della scienza che è stato
dimenticato nei nostri discorsi sulla verità. Quello degli inventori.
Si tratta di
membri a pieno titolo della nostra tribù. Il loro onore consiste nel far
fruttificare la scienza con la creazione di oggetti nuovi ed utili. Ho detto in
passato che se una delegazione di extraterrestri venisse a ispezionare il
nostro pianeta, costaterebbe con soddisfazione (per la fisica del XX secolo)
che abbiamo fabbricato transistor e laser.
Ma noterebbe
anche come due uomini, lavorando accanitamente per vent'anni, hanno prodotto la
chiusura lampo. Le grandi scoperte tecniche richiedono altrettanta
immaginazione delle scoperte fondamentali. E mancherei all'onore se non dicessi
qui, pubblicamente, quanto sia spiacente della recente separazione della nostra
Accademia delle scienze dall'Accademia di tecnologia.
Che ne
direbbe Coulomb, costruttore di fortificazioni prima di interessarsi
all'elettrostatica, oppure Langevin, pioniere della meccanica statistica, ma
anche inventore del sonar? Dunque: il nostro onore consiste nel costruire una
descrizione approssimata, ma semplice, della natura.
Ma anche nel
non restare passivi; utilizzare questo senso della costruzione per creare
oggetti nuovi, che si adattino ai bisogni della nostra società.
La
prospettiva che ho appena abbozzato non è quella del pubblico: ai nostri
giorni, i ricercatori sono considerati responsabili in un senso molto ampio;
responsabili delle armi, dell'inquinamento o dei dilemmi biologici del futuro.
Tuttavia,
nei fatti, gli scienziati hanno scarso peso al momento delle grandi decisioni
attinenti, per esempio, alla difesa, all'energia o agli investimenti
industriali. E neppure hanno completa libertà d'espressione.
Esempio: un
illuminato annuncia una dopo l'altra due scoperte straordinarie che si rivelano
ben presto prive di fondamento. Ma è sostenuto da un drappello d'intellettuali.
Qualche anno
più tardi, quando nulla più resta delle sue proposizioni, quello che è reputato
il più serio giornale francese dedica più pagine alla sua difesa di quante non
abbia consacrate ad una vera scoperta scientifica.
Dobbiamo
esaminare con lucidità l'origine di questa mentalità. Di certo, creare panico è
spesso un'operazione redditizia. Il gruppo di pressione più organizzato in
questo senso è nato negli Stati Uniti.
Porta
l'audace nome di "Politicamente corretto". "Science is the rape
of nature": la scienza è una violazione della natura. Ecco quello che
viene proclamato. Ecco quanto viene ripetuto nelle sezioni di lettere ai futuri
insegnanti americani. Ecco come viene distrutto il nostro onore.
Non
meravigliamoci, in simili condizioni, di vedere i liceali disertare le lezioni
di scienze. Eppure, se riusciremo a preservare l'ambiente e la qualità della
vita, lo potremo fare solo grazie a uno sforzo scientifico raddoppiato. Penso
per esempio al vetro. Il pubblico occidentale considera il vetro come una
meraviglia ecologica.
Ma il vetro
viene fabbricato in forni giganteschi, bruciando kerosene nell'aria. Ciò
produce vapori nitrosi, fumi rossi altamente tossici. Ebbene, adesso è
possibile eliminare l'azoto dall'aria a costi ragionevoli, utilizzando un
sistema affidabile e ingegnoso.
Grazie a
questo, tra pochi anni il vetro sarà veramente un prodotto pulito. E i
ricercatori artefici di questa rivoluzione avranno diritto alla nostra
riconoscenza. La nostra Accademia delle scienze si allarma dunque a giusta
ragione per la cattiva immagine che si ha delle scienze.
Coloro che
in tempi passati venivano chiamati col bel nome di "sapienti" devono
far conoscere il loro modo di pensare, parlare ai giovani insegnanti. E' un
lavoro di largo respiro: occorre coniugare onore e pazienza.
Abbiamo
messo a segno dei punti nella scuola di primo grado grazie all'azione lanciata
da Georges Charpak e battezzata "Le mani in pasta". Ma dobbiamo
batterci a tutti i livelli perché i formatori dei maestri abbiano essi stessi
una visione realistica del mondo moderno, dei suoi bisogni e delle soluzioni di
buon senso da cercare.
L'onore di
un professore di scienze non è solamente quello di far conoscere delle leggi.
Deve anche mostrare a cosa queste servono. Per concludere questa arringa voglio
citare Primo Levi, chimico sfuggito ai campi di sterminio e scrittore.
Egli ha
scritto, a giustificazione dei suoi romanzi: "Ero alla ricerca di
avvenimenti, capitati a me e agli altri, che volevo trasporre in un libro per
vedere se sarei riuscito a comunicare ai profani il sapore, forte e amaro, del
nostro mestiere, che non è mai solo un caso particolare, una variante più
ardita del mestiere di vivere.
Non mi
sembrava giusto che la gente sapesse tutto del modo in cui vivono il medico, la
prostituta, il marinaio, l'assassino, la contessa, l'antico Romano, il
cospiratore e il Polinesiano, ma niente del nostro, di noi che trasformiamo la
materia (...). In questo libro, trascuravo deliberatamente la grande chimica,
la chimica trionfante degli stabilimenti colossali e delle cifre d'affari
vertiginose.
Ciò che
m'interessava di più erano le storie della chimica solitaria, disarmata e a
piedi, a misura d'uomo, quella che, tranne poche eccezioni, era stata la mia,
ma anche quella dei fondatori che non lavoravano in équipe, ma da soli, in
mezzo all'indifferenza del loro tempo, spesso senza ricompensa, che
affrontavano la materia privi di aiuto, col loro cervello e le loro mani, con
la ragione e l'immaginazione".
Se
riusciremo a trasmettere ai giovani lo spirito di Primo Levi, non avremo
mancato al nostro onore.
Pierre Gillee de Genne è Premio Nobel per la fisica 1991 e professore al Collège de France