RASSEGNA STAMPA

25 OTTOBRE 2002
ADELINO ZANINI
Piccoli spazi di un mercato globale

Liberal Economy Tra welfare ed efficienza, salvaguardia dell'ambiente e tassazione, spesa pubblica e crescita. Un'alternativa moderata alla globalizzazione

Da Keynes a Friedman Tradotto per Laterza, "Just capital. Critica del capitalismo globale", l'ultimo lavoro di Adair Turner. Prefazione di Ralf Dahrendorf

A dispetto del sottotitolo scelto per l'edizione italiana, il libro di Adair Turner Just capital. Critica del capitalismo globale (traduzione di Stefania Scotti, prefazione di Ralf Dahrendorf, Laterza, pp. XIV+470, euro 18.00) non è un ennesimo studio sulla globalizzazione, ma una riflessione politica su The Liberal Economy (secondo il sottotitolo originale). Di globalizzazione si parla, ma semplicemente per demolirne il paradigma interpretativo inerente alla competitività nazionale. Il resto è teso a definire i limiti della vulgata economica (di destra e di sinistra), che di quel paradigma si serve, e a delineare in positivo un'alternativa moderata, capace di tenere insieme welfare ed efficienza, salvaguardia dell'ambiente e tassazione, spesa pubblica e crescita, ciò che di buono hanno detto Keynes e un certo Friedman. Qualunque sia il giudizio che si voglia esprimere, il libro - a tratti denso, ogni tanto un po' scolastico, quasi mai banale - conferma come si possa esprimere un pensiero moderato forte, che per essere tale non abbisogna di inseguire la sfrenata deregulation e il "Washington consensus". Certo, quello di Turner è a tratti un relativismo che taglia i problemi con l'accetta; ma ha il coraggio di farlo, e non è poco. Punto di partenza e perno dell'argomentazione è l'affermazione secondo cui la globalizzazione non è la chiave di forza del cambiamento economico e sociale dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo. Turner non ne disconosce l'impatto - soprattutto finanziario e ambientale -, non crede però "che la concorrenza fra le nazioni limiti la scelta economica e sociale, e che il perseguimento degli auspicati obiettivi sociali, ambientali ed etici sia condizionato dalle esigenze della competitività nazionale." Sulla scorta degli studi di Paul Krugman, egli sostiene infatti che l'idea secondo cui esisterebbe tra le nazioni la stessa competitività esistente tra imprese è semplicemente sbagliata. A sostegno della sua argomentazione sfodera le statistiche sugli scambi, sulla cui base si potrebbe addirittura sostenere che l'economia mondiale è meno globale del passato, dal momento che le economie sviluppate concentrerebbero la gran parte delle transazioni fra di loro - ragion per cui sembrerebbe del tutto improprio sia lo stabilire un rapporto di sfruttamento tra economie ricche e non, sia l'enfatizzare una dipendenza delle prime dalle seconde, tranne per alcune materie prime (tra cui il ... petrolio). Il WTO non è dunque quella piovra assassina di cui discetta il popolo di Seattle. La globalizzazione è vantaggiosa per tutti, ma non per tutti allo stesso modo, né sono benefici tutti i suoi aspetti. La canzonetta ha qualcosa di familiare, certamente, quanto la flessibilizzazione dei mercati del lavoro su cui Turner insiste ripetutamente.

Le tesi di Krugman su cui si basa l'argomentazione turneriana sono state del resto aspramente criticate (da S. Cohen, J. Sachs, L. Mishel, J. Bernstein); e va da sé che qualora se ne accettasse la confutazione, anche l'argomentare economico di Turner apparirebbe altamente problematico. Ma - come osserva Dahrendorf nella sua prefazione - resterebbe comunque in piedi l'aspetto politico, che in ogni caso va oltre la tenuta complessiva delle premesse economiche. Aspetto che è così sintetizzato: "I conservatori ultraliberisti e i pessimisti di sinistra hanno qualcosa in comune in cui credere: che le economie sviluppate, in fatto di scelta sociale, si trovano davanti a delle forti costrizioni: o (nella versione dei conservatori) dobbiamo sottostare agli imperativi economici dell'economia globale, o (nella versione dei pessimisti) siamo condannati ad accettarli, a meno di divorziare dalla filosofia del libero mercato. Ma in realtà noi siamo più liberi di scegliere di quanto essi pensino". Tale libertà (di mercato) è costituita dal fatto che non è dimostrabile l'esistenza di un'unica declinazione del paradigma economico e politico liberale, non solo perché i singoli stati sono realtà molto meno omogenee di quanto la vulgata globalista supponga, ma anche perché essi sono molto meno soggetti ai vincoli di competitività tipici dell'impresa. Ne consegue pertanto che l'esistenza di un'economia di mercato dinamica non richiede necessariamente uno stato minimo come quello americano. Uno studio attento delle principali economie mondiali indica come non vi sia un modello virtuoso da imitare, anche perché i consueti riferimenti a dati statistici fortemente aggregati sono solo indicativi.

L'economia globale, pur modificando il contesto in cui i sistemi nazionali operano, non ha modificato sensibilmente "la gamma possibile di scelte in materia sociale e politica." Ciò che è cambiato - a causa soprattutto dello sviluppo tecnologico e dei mutamenti delle preferenze dei consumatori - sono gli strumenti con i quali occorre perseguire gli obiettivi sociali ed economici. Di certo, il modello europeo deve aprirsi maggiormente al mercato e insistere su più radicali processi di flessibilizzazione del lavoro, ma a ciò non è detto debba conseguire per forza un abbassamento dei livelli dei beni collettivi; non ultimo, in quanto potrebbe essere sfruttato uno strumento decisivo quale la tassazione, evitando la facile retorica sulla defiscalizzazione e ponendo al centro del dibattito politico i vantaggi individuali raggiungibili solo collettivamente.

Più mercato e meno stato, di certo, ma con la consapevolezza che la filosofia del laissez-faire dev'essere gestita e moderata dall'intervento politico, soprattutto per quanto riguarda le grandi opzioni strategiche riguardanti l'ambiente. In altri termini, gli obiettivi generali di politica economica, sicuramente e strettamente vincolati al mercato, ammettono e necessitano di variazioni per risolvere le grandi diseguaglianze che i mercati creano ma non colmano. Quattro sono le carenze essenziali che il capitalismo puro e semplice, non temperato dall'intervento dello stato, evidenzia: non garantisce automaticamente un'equa ripartizione delle opportunità economiche e dei risultati ottenuti; il mercato in quanto tale non produce affatto, o solo in misura insufficiente, beni di natura collettiva; poiché alcuni mercati sono "vischiosi", essi, da soli, non garantiscono la massimizzazione della torta da dividere; le motivazioni economiche legate all'interesse non sono le uniche a dirigere il comportamento umano. Queste quattro carenze si rivelano decisive in genere e ancor più nello specifico: si pensi a settori quali l'istruzione e la sanità. Pensare a una riedizione in tono minore del keynesismo è fuori luogo, quantunque il debito sia palese. Il keynesismo "è stato usato male", "ma le idee centrali di Keynes rimangono più importanti che mai".

Turner ha il coraggio dell'argomentazione decisa, a costo di un certo relativismo; la sua retorica economica nasconde tra le pieghe questioni di portata strategica, rispetto alle quali il consenso "tecnico" non è in alcun modo scontato. Pone, tuttavia, un criterio di fondo difficilmente confutabile: la scelta economica, ogni scelta economica che riguardi la "qualità" dello sviluppo delle società, potrebbe e dovrebbe essere temperata da un giudizio politico. Tra deregulation e terza via, egli immagina vi sia uno spazio politicamente occupabile: quello della Liberal Economy.

Il libro si basa su di una premessa decisiva, costituita dall'interpretazione della congiuntura economica degli ultimi anni e, in particolare, delle "fortune" della new economy (particolarmente chiarificatrice la postfazione all'edizione italiana). Di essa Turner offre una definizione che è allo stesso tempo troppo generica e troppo settoriale. Egli avanza però una serie di affermazioni molto importanti: se è vero che la crisi della new economy è netta, perché lo sgonfiarsi dei valori azionari non ammette replica di nessun genere, in ogni caso, il 2001 (11 settembre incluso) non avrebbe prodotto alcun salto di paradigma, sia perché la crisi scoppiata veniva da ben più lontano, sia perché un paradigma della new economy in quanto tale non sarebbe mai esistito, sia perché è impensabile che i processi innovativi ad essa associati vengano meno. Come si vede, si tratta di affermazioni importanti. La prima raccoglie un consenso unanime; la seconda poggia sull'osservazione secondo cui l'e-conomy non è affatto il frutto di un fattore competitivo pur importante come Internet, bensì dei forti investimenti in tecnologie dell'informazione e della comunicazione da parte delle imprese; al che consegue - come terza e decisiva affermazione - che, quali che siano in prospettiva i valori azionari delle società produttrici di tecnologie dell'informazione, queste ultime costituiscono "un motore tremendamente forte di miglioramenti potenziali di efficienza in quasi tutti i processi aziendali". Insomma, la sorte delle varie dot.com non è la stessa delle solide e robuste imprese produttrici di I.T.

C'è di che discutere, certamente; ma è in ogni caso difficile non riconoscere la ragionevolezza dell'asserzione di fondo secondo cui è alquanto banale la tendenza presente "nel dibattito politico ed economico ad affermare ogni due o tre anni che tutto è cambiato". Paradossalmente, tale tendenza enfatizza sin troppo ciò che spesso dice di voler relativizzare (gli indici borsistici), mentre andrebbe riconosciuto che la crisi, meglio, le crisi sono tanto meno "fatali" quanto più difficile è interpretarle secondo una ragionevole base teorica, capace di dar ragione del "ciclo economico" nel suo evolversi. In termini espliciti: messe da parte realtà, ideologia ed enfasi della new economy, che ne è delle teorie del ciclo e delle loro categorizzazioni essenziali? Sono ancora possibili? È destino della scienza economica quello di essere sempre più schiava di un'elaborazione del lutto (e della teoria politica quello di amministrare comunque l'esistente?). Non è forse che senza una teoria della soggettività, dei soggetti collettivi, la "scienza triste" è davvero troppo triste? A Turner questi interrogativi forse non interessano, il suo libro contribuisce però a sollevarli.
inizio pagina
vedi anche
Economia