La ricetta di Redi: lasciamo vivere la vita
Il biologo dello sviluppo
riflette sui nodi della scienza e dell'avanzamento del sapere
In un'epoca in cui tutti i valori sono omologati e gli aspetti del vivere
quotidiano sono visti attraverso il filtro dell'economia di mercato, un aspetto
che i più vecchi di noi dimenticano e i più giovani non considerano è che due
sono i pilastri su cui si regge uno stato etico-sociale (non importa come
governato): la ricerca - e la condivisione dei suoi risultati e cioè la
formazione culturale dei cittadini - e la salute.
La promozione di questi due valori non può essere omologata, cioè riducibile da
vincoli economici allo stesso livello assegnato dalle logiche di mercato ad
altri valori, pena il declassamento complessivo di una società e
l'impoverimento della qualità della vita. Cittadini in buona salute e
culturalmente preparati possono, ovviamente, meglio agire e meglio vivere in un
mondo che si fa sempre più complesso, più inquinato e meno ricco di risorse
naturali. L'uomo (alcuni uomini), oggi è in grado di manipolare l'esistente e
l'etica che governa tali azioni non può più essere quella della negazione, non
basta più; è necessaria un'etica della responsabilità, che impone di investire
nella ricerca scientifica.
La comunità scientifica è riuscita a far sapere fuori dei circoli accademici
che la Repubblica investe meno della Tunisia in ricerca, meno della metà degli
altri paesi europei (1% contro 2-4%). Il ritardo dell'azione educativa ed
informativa, l'analfabetismo scientifico, le tragedie ambientali e sanitarie
causate dall'inefficienza, le dichiarazioni sul disinvolto impiego di alcune
tecniche (la clonazione umana), tutti questi fatti certamente concorrono a far
prevalere nel dibattito pubblico delle problematizzazioni di tipo etico,
sociale e legali delle implicazioni delle ricerche.
E così, un poco per ignoranza, un poco per rassicurare, a volte per non
dispiacere al Vaticano, i decisori politici tendono ad assumere posizioni di
chiusura danneggiando la ricerca. Quando questa cornice viene applicata alla
ricerca biomedica se ne esalta l'irrazionalità. Esistono evidenze chiare ad un
cieco che investire in ricerca medica significa risparmiare! Se non si vuol
dire migliore salute! I costi sociali delle patologie che ci affliggono sono di
gran lunga superiori ai costi delle ricerche capaci di prevenirli. Un esempio
solo: negli Usa, negli ultimi 10 anni, vi è stato un risparmio di 3 miliardi di
dollari annui sui costi dei trattamenti medici per l'ipertensione; 30 miliardi
di dollari come stima di minima, per differenza con quanto si sarebbe speso in
assenza di nuovi farmaci.
I risultati del progetto Genoma Umano vanno discussi anche all'interno di
queste semplici osservazioni: sarà possibile attuare una medicina predittiva
(migliori diagnosi, migliori farmaci, etc) ma nel nostro paese non si investe
in ricerca. Al massimo riusciamo a discutere in ristretti circoli accademici
del problema legato al brevetto di sequenze di DNA.
Il caso clonazione mette in luce anche altri limiti della nostra società: i
preconcetti e pregiudizi ideologici. Si è sentito di tutto, decisori politici
che disquisiscono sulla natura dell'embrione, proposte strampalate (adozione
degli embrioni criopreservati) ed altre ancora, ma mai un barlume di approccio
razionalistico al problema, con l'umiltà necessaria di dare ascolto in primo
luogo al ricercatore, allo scienziato.
Mai un tentativo di mettere in campo una chiara informazione scientifica, per
permettere ai cittadini di esprimersi liberamente sui vincoli, sulle
limitazioni o sulle possibilità applicative ritenute lecite. Così, mentre
fecondatori assistiti con pochi scrupoli ottengono le prime serate Tv, i
cittadini vengono male informati e spaventati di ciò che gli scienziati pazzi
vorrebbero fare. La conseguenza è un ritardo incredibile su possibili
applicazioni terapeutiche (Parkinson, distrofie, diabete giovanile, ed altre
patologie).
Un esempio poco edificante è quello sulla sorte che la nostra società vuole
riservare agli embrioni criopreservati.
Di fronte agli embrioni congelati disponiamo di quattro opzioni (l'adozione è
esclusa per legge, oltre che impraticabile): 1) lasciare gli embrioni congelati
per secula seculorum. Di fatto questa decisione è sinonimo di morte, seppure
lenta. 2) Scongelarli e gettarli, accelerando così la loro morte. 3) Impiegarli
per la ricerca sul differenziamento cellulare; questa opzione implica la loro morte,
ma ha l'attenuante di poter offrire alla umanità importanti conoscenze
scientifiche. 4) Impiegarli come cellule per terapie cellulari ricostruttive;
ciò implica la vita dell'embrione, sebbene in una forma diffusa, poiché le sue
cellule saranno disperse in altri individui che partecipano alla vita.
Risulta immediato, che solo la quarta assicura la vita dell'embrione, al di la
delle posizioni ideologiche, religiose ed etiche. La decisone sul loro destino
deve essere ridotta al «che fare» e non posta nella prospettiva di derivare la
decisione in base al «cosa sono». Questi embrioni esistono e chiedono una fine
migliore di quella che li vede restare per secula seculorum nel freddo polare.
Ma è praticabile? Nessuno può crederlo! Abbandonati da tutti, prima o poi
qualcuno reclamerà i costi del loro mantenimento e verranno distrutti. O
gettati in un lavandino: chiedono di partecipare, ora che sono stati creati, ad
un processo materio-energetico che chiamiamo vita. |