RASSEGNA STAMPA

22 OTTOBRE 2002
CLAUDIO MAGRIS
Margherite, orchidee e il potere dei geni

Il determinismo di Pinker

Alcuni giorni fa Massimo Piattelli Palmarini, ha magistralmente presentato sul Corriere un recentissimo libro dello scienziato linguista americano Steven Pinker, che sta destando vivacissime reazioni, grazie alla generosa irruenza dei suoi contestatori, che con la loro polemica gli conferiscono un rilievo forse superiore alle sue pur rispettabili qualità. Come riferisce nella sua analisi Piattelli Palmarini, nel suo libro Pinker sottolinea l'enorme, determinante peso della "natura umana" come egli la chiama, ossia del retaggio genetico nella realtà di un individuo, che risulta così condizionato a priori, nonostante ogni nobile sforzo di migliorarla con l'educazione, l'affetto, la libertà, la cultura, la solidarietà, il progresso sociale. Contro il libro sono insorti gli scienziati e studiosi convinti invece che molto si possa - e quindi si debba - fare per aiutare un individuo a crescere e a vivere liberamente con dignità, senza soltanto subire passivamente il suo Dna. La disputa non è nuova. Pinker sembra dire e ripetere, giovandosi delle conoscenze tanto più rigorose e sofisticate offerte dalla genetica, ciò che avevano detto - con ingenuità e sulla base di tutt'altri presupposti scientifici, che oggi possono fare sorridere, ma con tanta onesta dignità - molti scienziati positivisti dell'Ottocento, quando avevano affermato il peso determinante, talora deterministico, della "natura umana", della materia di cui siamo fatti, sulla nostra vita. Ribadire l'importanza della "natura umana" non è di per sé scandaloso. L'argilla del vecchio Adamo, che ci costituisce, è indistinguibile dal soffio divino che l'ha animata; ciò che chiamiamo impropriamente "corpo" e "spirito" è un'indissolubile unità psicofisica, quella che la Bibbia chiama "carne" e che non è l'opposto dello spirito ma la stessa cosa, la realtà di un individuo che nuota come un pesce nel grembo materno, gioca con un gatto, viene bocciato, s'innamora, suda, dialoga col suo Dio, esperimenta la verità o l'abiezione, vede le sue cellule moltiplicarsi in una proliferazione distruttiva, tifa per una squadra di calcio, si copre d'infamia o di gloria, muore senza capire cosa voglia veramente dire questa strana parola, morte.

Le grandi religioni - diceva Chesterton, scrittore cattolico - si distinguono dalle superstizioni per il loro robusto materialismo; chi crede che il Verbo si sia fatto carne sa che si è fatto pura sinapsi di neuroni, col loro meccanismo complesso e deperibile. Non c'è antitesi fra spirito e materia; il timore e il tremore dinanzi a un viso amato sono anche reazioni di vasi sanguigni e connessioni nervose, fisiologia del corpo e dell'anima. Questo non implica alcuna riduzione spoetizzante dei valori spirituali, ma è la consapevolezza che essi esistono in quanto s'incarnano, che essi sono realtà concreta. Non c'è d'avere paura dell'argilla di cui siamo fatti, con la quale invece una certa cultura di sinistra, più idealista che marxista, ha riluttato a fare i conti, illudendosi così, con astratto ideologismo, di poter più facilmente cambiare il mondo e liberare gli uomini.

Questa "natura" è il nostro limite, talora glorioso ma più spesso doloroso. La nostra unità psicofisica - segnata dalle ferite che ci infligge l'esistenza ma certo anche, in gran parte, dall'eredità genetica - ci pone sulle sulle spalle ali e pesi che non possiamo toglierci a piacere come uno zaino. Sono i limiti, ora generosi ora soffocanti, della nostra intelligenza, della nostra salute, dei nostri impulsi, delle nostre capacità, dei nostri sentimenti; e la fragilità della carne - intesa nel citato senso biblico - che può così poco contro la proprio debolezza e il proprio perire.

I materialisti ottocenteschi - che esasperavano dottrinariamente il determinismo, facendone una metafisica - proclamavano questi limiti e questi condizionamenti con una profonda malinconia, che spesso traspare dai nobili volti paternamente tristi di molti di loro, il cui sguardo dietro gli occhiali assomiglia a quello di Cechov o di Freud. A giudicare dal ritratto che ne fa Massimo Piattelli Palmarini, al libro di Pinker sembra mancare questa malinconia, il luogo della quale pare esserci una giuliva sicumera, un'allegria yuppie che bene si adatterebbe alla sua fotografia riportata sul Corriere , a quel viso bello, asettico e raggiante di sorriso cheese trasmessogli dal suo Dna.

Massimo Piattelli Palmarini avanza alcune obiezioni e riferisce quelle degli avversari di Pinker, che rivendicano la capacità della storia ossia dell'agire umano di modificare la natura e sottolineano dunque la libertà dell'uomo e la sua possibilità di non essere del tutto condizionato dal proprio patrimonio genetico. Ovviamente non posso avere alcuna opinione a proposito di ciò che è o di ciò che non è condizionato dall'eredità genetica. Ma anche se la storia - la famiglia, l'educazione, la società, la cultura, la politica - potesse influire di poco sulla sorte di un uomo, questo poco avrebbe un grandissimo valore, anzi tanto più grande quanto più forte è il peso del destino che si affronta. In ogni campo, del resto, possiamo fare assai poco: lottiamo contro la guerra, sapendo che di guerre ce ne saranno sempre, contro le malattie, sapendo che comunque soccomberemo, contro l'ingiustizia, sapendo di poterla estirpare, non per questo è vano curare un ammalato, impedire stragi, lenire miserie e disuguaglianze. Nessuna raffinata educazione musicale trasformerà in Mozart un bambino che non ha il Dna di Mozart, ma ci si può chiedere cosa succede a un bambino con quel Dna che nasca in un gulag. Quello che l'educazione, la famiglia, la storia, la politica possono fare è forse solo l'acqua con la quale si annaffia un fiore. Quell'acqua non trasforma una margherita in un'orchidea, ma senza di essa la margherita muore. Curata invece amorosamente, annaffiata come si deve e aiutata a reggere le intemperie, la margherita cresce e può diventare bellissima. Conosco alcune margherite più belle di molte orchidee...
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