RASSEGNA STAMPA

20 OTTOBRE 2002
PAUL RICOEUR
Paul Ricoeur, il paradosso della traduzione

Oggi alle ore 12, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, in occasione del convegno internazionale "Il dono delle lingue. Ermeneutica e traduzione", patrocinato dal Comune di Napoli, il sindaco Rosa Russo Jervolino conferirà la cittadinanza onoraria al filosofo francese Paul Ricoeur, del quale pubblichiamo uno stralcio della sua relazione introduttiva.

Il mio contributo verte sul paradosso che sta all'origine della traduzione e che, nello stesso tempo, è un effetto della traduzione, e cioè la caratteristica di un messaggio verbale di essere in un certo senso intraducibile da una lingua all'altra.

C'è un primo intraducibile, un intraducibile di partenza che sta nella pluralità delle lingue e che sarebbe meglio chiamare immediatamente, come von Humboldt, la diversità, la differenza delle lingue, che suggerisce l'idea di una eterogeneità radicale che dovrebbe rendere a priore impossibile la traduzione. E non è tutto: le lingue non sono differenti soltanto per la loro maniera di scomporre il reale, ma anche di ricomporlo al livello di discorso; a questo proposito Benveniste, replicando a de Saussure, osserva che la prima unità di linguaggio significante è la frase e non la parola. E la frase organizza in maniera sintattica un locutore, un interlocutore, un messaggio che vuole significare qualche cosa e un referente.

Proprio a questo livello l'intraducibile si rivela una seconda volta inquietante: non soltanto la scomposizione del reale, ma anche il rapporto del senso al referente: ciò che si dice nel suo rapporto a ciò su cui lo si dice: le frasi del mondo intero fluttuano tra gli uomini come farfalle inafferrabili. Non è tutto e nemmeno il più temibile: le frasi sono i piccoli discorsi sottratti a quei discorsi più lunghi che sono i testi. I traduttori lo sanno bene: sono i testi e non le frasi, non le parole, che vogliono tradurre i nostri testi. E i testi, a loro volta, fanno parte di insiemi culturali attraverso i quali si esprimono le differenti visioni del mondo, che d'altro canto possono affrontarsi all'interno dello stesso sistema elementare di scomposizione fonologica, lessicale, sintattica, al punto di fare di quella che viene chiamata la cultura nazionale o comunitaria una rete di visioni del mondo che entrano, in maniera occulta o manifesta, in competizione; pensiamo soltanto all'Occidente e ai suoi apporti successivi greco, latino, ebraico e ai suoi periodi di auto-comprensione alternativa, dal Medio Evo al Rinascimento, la Riforma, i Lumi, il Romanticismo.

Queste considerazioni mi portano a dire che il compito del traduttore non va dalla parola alla frase, al testo, all'insieme culturale, ma al contrario: impregnandosi attraverso ampie letture dello spirito di una cultura, il traduttore ridiscende dal testo alla frase e alla parola. L'ultimo atto, se così possiamo dire, l'ultima decisione, concerne la posizione di un glossario al livello delle parole; la scelta del glossario è l'ultima prova in cui si cristallizza, in fine, quella che dovrebbe essere una impossibilità di tradurre.

Ho parlato dell'intraducibile iniziale. Per attingere l'intraducibile terminale, quello che la traduzione produce, bisogna dire in che modo opera la traduzione. Poiché la traduzione esiste. Si è sempre tradotto: ci sono sempre stati mercanti, viaggiatori, spie, per soddisfare i bisogni di estendere gli scambi umani al di là della comunità di linguaggio. Gli uomini di una cultura hanno sempre saputo che c'erano degli stranieri con altri costumi ed altre lingue. E lo straniero è sempre stato inquietante: ci sono dunque altre maniere di vivere oltre alla nostra? Proprio a questa "prova dello straniero" la traduzione è sempre stata una risposta imparziale.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti