RASSEGNA STAMPA

16 OTTOBRE 2002
ALBERTO LUCHETTI
Confini illegittimi tra il corpo e la mente
 «Quando ascolta parole l'uomo, in genere, crede che ci sia dietro qualche cosa da pensare», fa dire Goethe a Mefistofele, celando nell'apparente sarcasmo lo stupore per l'enigmatico scaturire del pensiero dall'ascoltare parole. In questo enigma ci conduce Lo specchio delle parole. Su alcuni princìpi storici e filosofici di psicoanalisi, l'ultimo pregevole libro di Francesco NapolItano, in questi giorni in libreria per le edizioni Bollati Boringhieri. Ricco di insegnamenti, spunti critici e temi di riflessione, il saggio è sicuramente, al di là delle posizioni anche parzialmente divergenti che si possono avere su alcuni temi trattati, un «rimedio» non «piccolo» contro l'incuria della psicoanalisi nei confronti dei suoi stessi princìpi: intendendo per princìpi sia gli «enunciati più astratti e generali dai quali sono derivabili le leggi propriamente psicoanalitiche dello sviluppo e dell'accadere psichico», sia i «veri e propri inizi, primi passi e balbettii di un'avventura intellettuale che ha condotto l'uomo a una delle sue maggiori acquisizioni». Ha ragione Napolitano quando afferma che a determinare la situazione attuale della psicoanalisi contribuisce il fatto di trascurare i suoi presupposti e le sue implicazioni filosofiche, che «travalicano in estensione e profondità quelle d'ordinario possedute da ogni altra scienza»; così come contribuisce il restringerne la storia alla formazione del suo fondatore, sradicandola dai millenari dibattiti e dalle imponenti teorie proposte intorno a una psiche chiamata anima, alla sua natura e ai suoi rapporti con il corpo. In questa situazione, l'inavveduta contestazione della metapsicologia psicoanalitica (la teoria dell'inconscio e dell'apparato psichico), l'affermazione di una presunta autonomia e autosufficienza della pratica terapeutica che inevitabilmente slitta in un eclettismo infondato, l'isolamento da un confronto paritetico e non riduttivo con le altre scienze e discipline portano alla «convivenza, nella comunità psicoanalitica, di modelli teorici che hanno poco o niente in comune gli uni con gli altri e ciascuno col pensiero freudiano»: il risultato è «un ibrido panorama scientifico che si vorrebbe tollerante e mirato alla prassi
L'articolato e complesso percorso attraverso questi «princìpi» parte delineando la matrice filosofica materialista della psicoanalisi, per poi rivisitarne gli antecedenti alla luce della filosofia della mente. Gli antecedenti remoti, rintracciabili nel passaggio dell'«anima» dalla filosofia cartesiana continentale alla medicina scozzese illuministica, recalcitrante alle imposizioni teologiche, e gli antecedenti prossimi nei tre tipi di inconscio che emersero nella filosofia e nella medicina dell'Ottocento - metafisico, disposizionale e inferenziale: solo gli ultimi due poterono essere accolti nella scienza, e «oggi calcano come esordienti di successo le scene, rispettivamente, cognitivista e neurobiologica», pur avendo una storia che era al suo culmine già prima della loro radicale mutazione con l'introduzione ad opera di Freud dell'inconscio psicoanalitico, che secondo Napolitano potrebbe integrarli sotto certe condizioni.
Il percorso prosegue sottolineando la centralità della ricerca freudiana del 1891 sulle afasie, che, contemporaneamente alla gestazione della psicoanalisi, si inseriva nel dibattito fra localizzazionisti e antilocalizzazionisti delle funzioni cerebrali, nel quale «presupposti e ideologie metafisiche si concretizzavano in imprevisti risultati materialisti e viceversa»: da qui derivano i concetti di rappresentazione di parola e rappresentazione di cosa che, con l'affetto, costituiranno nella concezione psicoanalitica i fondamenti dell'edificio psichico, unitamente alla concezione dell'articolazione tra parola e cosa come connessione fra il polo acustico della prima e quello visivo della seconda. Da qui sono anche emersi i loro tributari: acustici, visivi, sensitivi e soprattutto motori per la rappresentazione di parola (fu Freud a teorizzare la parola come azione) e l'intero spettro della sensorialità per quella di cosa: tributari che resteranno impliciti nella successiva teorizzazione freudiana, laddove avrebbero potuto configurare - secondo Napolitano - una metaneurologia, cioè una stazione intermedia tra psicoanalisi e neurologia in cui poter analizzare le radici corporee dei due tipi di rappresentazione.
Il terzo capitolo è invece centrato sulla nascita vera e propria della psicoanalisi nel campo di tensione generato dagli opposti influssi filosofici esercitati su Freud da Josef Breuer e Wilhelm Fliess: il dualismo ontologico e metodologico del primo e il monismo ontologico e metodologico del secondo condussero Freud, dopo un decennio di tentennamenti attorno a varie ontologie dualiste (dal parallelismo, all'epifenomenalismo, all'interazionismo) ad adottare quella strana unione tra monismo ontologico e dualismo metodologico che costituisce, secondo Napolitano, «la posizione filosofica che ancora oggi ha la psicoanalisi, o meglio dovrebbe avere», e che egli analizza raccordando la metapsicologia psicoanalitica con alcuni recenti risultati della ricerca neurobiologica. E documentando così la «sconcertante modernità» della teorizzazione freudiana.
Segue una approfondita chiarificazione del senso del determinismo freudiano e psicoanalitico (e delle sue importanti ripercussioni in tema di libertà e volontà), che contrariamente alla diffusa tendenza a omologarlo a una concezione strettamente deterministica del mondo, riguarda esclusivamente la retrodizione del passato e dunque non è diverso dal determinismo che caratterizza tutta la scienza, comprese le teorie indeterministe. Nel quinto capitolo Napolitano mostra poi come la coscienza, oggi al centro della ricerca neurobiologica, contrariamente a quanto spesso si afferma, sia sempre stata al centro della ricerca prima che si insinuassero quei dubbi crescenti sulla equazione fra coscienza e psiche sollecitate dallo sviluppo delle teorie dell'anima senziente e poi dalle teorie motorie della mente, al cui interno si inserì la scoperta/invenzione freudiana dell'inconscio. Il saggio si conclude con un capitolo sulla storia post-freudiana della teoria del sogno, anche quella meno nota, attraverso il tormentato problema dei rapporti fra sogno manifesto e sogno latente.
Un denso percorso, dunque, di cui sono sempre indicati i risvolti relativi alla situazione e alla pratica terapeutiche (capisaldi della teoria del setting: attenzione, innervazione di parola, libere associazioni e presa di coscienza; scopo della cura; interpretazione; transfert), che si muove intorno a due punti focali. Il primo è l'affermazione del dualismo metodologico accoppiato a un monismo ontologico e dunque di una identità forte tra mentale e fisico: non solo ogni evento che ha una proprietà mentale ha anche una proprietà fisica, ma soprattutto gli eventi mentali sono eventi fisici. Questa piena identità tra funzioni psichiche e cerebrali, postulate come due aspetti del funzionamento di un'unica cosa, il sistema nervoso, per Napolitano conferisce al freudiano Progetto di una psicologia del 1895 un'importanza non solo psicoanalitica ma anche filosofica, collocando Freud a pieno titolo fra i pochi materialisti autentici della storia del pensiero umano. A suo avviso, sarebbe un grave errore continuare a trattare la relazione mente-cervello come un problema, che implicherebbe una sottaciuta ontologia dualista, sulla base della inesplicabilità della funzione psichica alla luce di ciò che conosciamo del mondo fisico: «Ma il punto» - precisa - «è che noi non conosciamo nulla del mondo fisico che ci dia qualche ragione per trovare qualche problema nell'idea che la psiche sia per intero un fenomeno fisico. Mentre, d'altra parte, sappiamo bene che la fonte di tutte le nostre conoscenze, ivi compresa quella dei fenomeni fisici, è esclusivamente psichica. È solo con questo bagaglio che si può varcare il confine cartesiano [tra corpo e mente
inizio pagina
vedi anche
Il mondo dell'uomo