Confini illegittimi tra il
corpo e la mente
«Quando
ascolta parole l'uomo, in genere, crede che ci sia dietro qualche cosa da
pensare», fa dire Goethe a Mefistofele, celando nell'apparente sarcasmo lo
stupore per l'enigmatico scaturire del pensiero dall'ascoltare parole. In
questo enigma ci conduce Lo
specchio delle parole. Su alcuni princìpi storici e filosofici di psicoanalisi, l'ultimo pregevole libro di Francesco
NapolItano, in questi giorni in libreria per le edizioni Bollati Boringhieri.
Ricco di insegnamenti, spunti critici e temi di riflessione, il saggio è
sicuramente, al di là delle posizioni anche parzialmente divergenti che si
possono avere su alcuni temi trattati, un «rimedio» non «piccolo» contro
l'incuria della psicoanalisi nei confronti dei suoi stessi princìpi: intendendo
per princìpi sia gli «enunciati più astratti e generali dai quali sono
derivabili le leggi propriamente psicoanalitiche dello sviluppo e dell'accadere
psichico», sia i «veri e propri inizi, primi passi e balbettii di un'avventura
intellettuale che ha condotto l'uomo a una delle sue maggiori acquisizioni». Ha
ragione Napolitano quando afferma che a determinare la situazione attuale della
psicoanalisi contribuisce il fatto di trascurare i suoi presupposti e le sue
implicazioni filosofiche, che «travalicano in estensione e profondità quelle
d'ordinario possedute da ogni altra scienza»; così come contribuisce il
restringerne la storia alla formazione del suo fondatore, sradicandola dai
millenari dibattiti e dalle imponenti teorie proposte intorno a una psiche
chiamata anima, alla sua natura e ai suoi rapporti con il
corpo. In questa situazione, l'inavveduta contestazione della metapsicologia
psicoanalitica (la teoria dell'inconscio e dell'apparato psichico),
l'affermazione di una presunta autonomia e autosufficienza della pratica
terapeutica che inevitabilmente slitta in un eclettismo infondato, l'isolamento
da un confronto paritetico e non riduttivo con le altre scienze e discipline
portano alla «convivenza, nella comunità psicoanalitica, di modelli teorici che
hanno poco o niente in comune gli uni con gli altri e ciascuno col pensiero
freudiano»: il risultato è «un ibrido panorama scientifico che si vorrebbe tollerante
e mirato alla prassi.»
L'articolato e
complesso percorso attraverso questi «princìpi» parte delineando la matrice
filosofica materialista della psicoanalisi, per poi
rivisitarne gli antecedenti alla luce della filosofia della mente. Gli
antecedenti remoti, rintracciabili nel passaggio dell'«anima» dalla filosofia
cartesiana continentale alla medicina scozzese illuministica, recalcitrante
alle imposizioni teologiche, e gli antecedenti prossimi nei tre tipi di
inconscio che emersero nella filosofia e nella medicina dell'Ottocento - metafisico,
disposizionale
e inferenziale: solo gli ultimi due poterono essere
accolti nella scienza, e «oggi calcano come esordienti di successo le scene,
rispettivamente, cognitivista e neurobiologica», pur avendo una storia che era
al suo culmine già prima della loro radicale mutazione con l'introduzione ad
opera di Freud dell'inconscio psicoanalitico, che secondo Napolitano potrebbe
integrarli sotto certe condizioni.
Il percorso prosegue
sottolineando la centralità della ricerca freudiana del 1891 sulle afasie, che,
contemporaneamente alla gestazione della psicoanalisi, si inseriva nel
dibattito fra localizzazionisti e antilocalizzazionisti delle funzioni
cerebrali, nel quale «presupposti e ideologie metafisiche si concretizzavano in
imprevisti risultati materialisti e viceversa»: da qui derivano i concetti di rappresentazione di
parola
e rappresentazione
di cosa
che, con l'affetto, costituiranno nella concezione psicoanalitica i fondamenti
dell'edificio psichico, unitamente alla concezione dell'articolazione tra
parola e cosa come connessione fra il polo acustico della prima e quello visivo
della seconda. Da qui sono anche emersi i loro tributari: acustici, visivi,
sensitivi e soprattutto motori per la rappresentazione di parola (fu Freud a
teorizzare la parola come azione) e l'intero spettro della sensorialità per
quella di cosa: tributari che resteranno impliciti nella successiva
teorizzazione freudiana, laddove avrebbero potuto configurare - secondo
Napolitano - una metaneurologia, cioè una stazione intermedia tra
psicoanalisi e neurologia in cui poter analizzare le radici corporee dei due
tipi di rappresentazione.
Il terzo capitolo è
invece centrato sulla nascita vera e propria della psicoanalisi nel campo di
tensione generato dagli opposti influssi filosofici esercitati su Freud da
Josef Breuer e Wilhelm Fliess: il dualismo ontologico e metodologico del primo
e il monismo ontologico e metodologico del secondo condussero Freud, dopo un
decennio di tentennamenti attorno a varie ontologie dualiste (dal parallelismo, all'epifenomenalismo, all'interazionismo) ad adottare quella strana unione tra
monismo ontologico e dualismo metodologico che costituisce, secondo Napolitano,
«la posizione filosofica che ancora oggi ha la psicoanalisi, o meglio dovrebbe
avere», e che egli analizza raccordando la metapsicologia psicoanalitica con
alcuni recenti risultati della ricerca neurobiologica. E documentando così la
«sconcertante modernità» della teorizzazione freudiana.
Segue una
approfondita chiarificazione del senso del determinismo freudiano e
psicoanalitico (e delle sue importanti ripercussioni in tema di libertà e
volontà), che contrariamente alla diffusa tendenza a omologarlo a una
concezione strettamente deterministica del mondo, riguarda esclusivamente la
retrodizione del passato e dunque non è diverso dal determinismo che
caratterizza tutta la scienza, comprese le teorie indeterministe. Nel quinto
capitolo Napolitano mostra poi come la coscienza, oggi al centro della ricerca
neurobiologica, contrariamente a quanto spesso si afferma, sia sempre stata al
centro della ricerca prima che si insinuassero quei dubbi crescenti sulla
equazione fra coscienza e psiche sollecitate dallo sviluppo delle teorie dell'anima
senziente
e poi dalle teorie
motorie della mente,
al cui interno si inserì la scoperta/invenzione freudiana dell'inconscio. Il
saggio si conclude con un capitolo sulla storia post-freudiana della teoria del
sogno, anche quella meno nota, attraverso il tormentato problema dei rapporti
fra sogno manifesto e sogno latente.
Un denso percorso,
dunque, di cui sono sempre indicati i risvolti relativi alla situazione e alla
pratica terapeutiche (capisaldi della teoria del setting: attenzione,
innervazione di parola, libere associazioni e presa di coscienza; scopo della
cura; interpretazione; transfert), che si muove intorno a due punti focali. Il
primo è l'affermazione del dualismo metodologico accoppiato a un monismo
ontologico e dunque di una identità forte tra mentale e fisico: non solo ogni evento che ha
una proprietà mentale ha anche una proprietà fisica, ma soprattutto gli eventi mentali
sono eventi fisici.
Questa piena identità tra funzioni psichiche e cerebrali, postulate come due
aspetti del funzionamento di un'unica cosa, il sistema nervoso, per Napolitano
conferisce al freudiano Progetto di una psicologia del 1895 un'importanza non solo
psicoanalitica ma anche filosofica, collocando Freud a pieno titolo fra i pochi
materialisti autentici della storia del pensiero umano. A suo avviso, sarebbe un grave errore
continuare a trattare la relazione mente-cervello come un problema, che implicherebbe
una sottaciuta ontologia dualista, sulla base della inesplicabilità della
funzione psichica alla luce di ciò che conosciamo del mondo fisico: «Ma il
punto» - precisa - «è che noi non conosciamo nulla del mondo fisico che ci dia qualche ragione per trovare qualche problema nell'idea che la psiche sia
per intero un fenomeno fisico. Mentre, d'altra parte, sappiamo bene che la
fonte di tutte le nostre conoscenze, ivi compresa quella dei fenomeni fisici, è
esclusivamente psichica. È solo con questo bagaglio che si può varcare il
confine cartesiano [tra corpo e mente |